Con The Brutalist che continua a mietere successi nel circuito dei festival, l’architettura brutalista torna al centro della scena culturale. Lontano dall’essere un semplice stile d’epoca, questo linguaggio nato per rispondere ai bisogni delle masse senza orpelli o retorica si dimostra ancora oggi terreno fertile per l’espressione artistica e la dissidenza estetica. Una nuova testimonianza arriva da NuevaYoL, l’ultimo videoclip di Bad Bunny, diretto dalla fotografa e regista Renell Medrano, che trasforma l’iconico Meister Hall di Marcel Breuer in un palcoscenico di comunità e identità latina.

Bad Bunny rielabora il brutalismo
L’edificio, progettato da Breuer negli anni Cinquanta per il campus del Bronx Community College, è un monumento al funzionalismo più severo: cemento a vista, geometrie scultoree, linee spigolose. Eppure, nel video di Bad Bunny, quegli stessi spazi si caricano di un’energia del tutto inedita. Medrano vi ambienta una quinceañera, tradizionale festa di passaggio della cultura latinoamericana, e così facendo innesca un vero e proprio cortocircuito tra rigore architettonico e vitalità popolare. La fredda austerità brutalista si apre all’irruzione del colore, della danza, dei corpi in movimento.


La narrazione visiva gioca proprio su questo contrasto: gli ambienti rigidi e razionali si popolano di paillettes, decorazioni zuccherose, abiti da cerimonia che brillano tra le scale e i corridoi. L’architettura, da spazio di disciplina, si trasforma in luogo d’incontro e affermazione collettiva. Le scelte registiche – ampie panoramiche, plongée sulle corti interne, dettagli sui gesti e i volti – contribuiscono a umanizzare la struttura, a renderla permeabile a nuove storie e sensibilità.
Un richiamo agli operai degli anni Trenta
Molto anche lo spazio che il video lascia al citazionismo con il richiamo alla celebre fotografia intitolata Lunch atop a Skyscraper (Pranzo in cima a un grattacielo), scattata nel 1932 durante la costruzione del Rockefeller Center a New York. Mostrando undici operai seduti su una trave d’acciaio sospesa nel vuoto, a centinaia di metri d’altezza, intenti a mangiare, chiacchierare o fumare, senza alcuna protezione, l’immagine è simbolo dell’audacia e della durezza del lavoro operaio durante la Grande Depressione, un’icona della forza e dello spirito pionieristico dell’America industriale.


Il brutalismo come scelta politica
NuevaYoL è molto più che un videoclip musicale: è un’operazione culturale. Prendendo possesso di un simbolo del modernismo accademico, Medrano e Bad Bunny riscrivono il suo significato, lo rivestono di festa e affettività. In un momento storico in cui l’amministrazione americana promuove l’architettura neoclassica come modello ufficiale di “bellezza civica”, il recupero del brutalismo come spazio di autoaffermazione e resistenza rappresenta una scelta politica.
Bad Bunny sceglie Breuer
L’edificio protagonista del nuovo video di Bad Bunny è il Meister Hall, progettato da Marcel Breuer alla fine degli anni Cinquanta per il campus del Bronx Community College di New York. Capolavoro del brutalismo americano, il Meister Hall esprime con rigore l’estetica funzionalista di Breuer: un volume compatto e monolitico, la cui facciata è scandita da una griglia tridimensionale in cemento che combina funzione e scultura. Le profonde modulazioni della superficie non sono solo un motivo ornamentale, ma rispondono anche a esigenze di controllo della luce e ventilazione.

L’architettura di Breuer, in questo nuovo immaginario, non è più una macchina educativa, ma un contenitore poroso di memorie diasporiche. La materia stessa del cemento, apparentemente immobile e muta, si lascia penetrare dalla musica, dal caos, dal desiderio di riconquista dello spazio urbano da parte di chi troppo spesso ne è stato escluso. Così, tra balli sfrenati, lustrini, fuochi d’artificio e affetti condivisi, NuevaYoL restituisce al brutalismo una nuova leggerezza: non come negazione della sua potenza formale, ma come possibilità di rileggerla attraverso una lente contemporanea, affettiva e profondamente politica.


