Per la terza volta nella storia post-bellica e per la seconda sotto la presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno comunicato l’intenzione di uscire dall’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. La decisione, confermata da un comunicato del Dipartimento di Stato il 22 luglio, avrà effetto il 31 dicembre 2026. Secondo la portavoce Tammy Bruce, il ritiro è motivato dalla convinzione che l’UNESCO promuova “cause sociali e culturali divisive”, con un’eccessiva attenzione ai goal di sviluppo sostenibile e con una linea considerata “anti-Israele”. La vice-portavoce Anna Kelly ha inoltre ribadito su X la linea della presidenza America First, scrivendo che la permanenza in organizzazioni internazionali dev’essere coerente con gli interessi nazionali statunitensi.
Un’eredità storica segnata da oscillazioni
La relazione tra Stati Uniti e UNESCO è stata segnata da frequenti rotture. La prima uscita risale al 1984, sotto Reagan, per accuse di parzialità filo-sovietica. Nel 2003 gli USA tornarono con Bush, ma nel 2011 sospesero i fondi dopo l’ammissione della Palestina, durante la presidenza Obama. Nel 2017, Trump annunciò il secondo ritiro, motivato da presunti pregiudizi anti-israeliani. Con Biden, nel 2023, gli Stati Uniti rientrarono, anche per contrastare l’influenza cinese. Ma nel 2025, con il ritorno di Trump, è arrivata la terza uscita, che sarà effettiva dal 31 dicembre 2026.

Impatto sull’UNESCO
L’UNESCO ha già preso misure preventive. Con la diversificazione delle fonti di finanziamento ha ridotto la dipendenza statunitense all’8% del budget totale, dalle precedenti quote del 20–22%. Il direttore generale Audrey Azoulay ha dichiarato che «sebbene deplorevole, la decisione era prevista e l’UNESCO si è preparata sul piano finanziario e organizzativo». Le riforme, tra cui l’ampliamento delle partnership internazionali e l’aumento dei contributi privati (più che raddoppiati dal 2018), hanno parzialmente compensato l’impatto finanziario dell’uscita degli Stati Uniti dall’UNESCO.
Tuttavia, il ritiro pone una sfida profonda al modello universalistico dell’UNESCO, basato sul principio che le difese della pace devono costruirsi nelle menti degli uomini, fin dal 1945. L’assenza degli Stati Uniti, fondatori dell’agenzia e promotori di programmi culturali ed educativi (dalla Convenzione del Patrimonio Mondiale al programma sull’Olocausto) espone l’UNESCO a una possibile perdita di influenza sulla Governance globale della cultura e dell’educazione.



