Laddove Cartesio nel suo Discorso sul metodo intende esprimere la certezza che l’uomo esiste in quanto soggetto pensante, io credo di esistere in quanto collezionista, in linea con il pensiero di Jean Baudrillard per cui “il collezionista colleziona sé stesso, attraverso gli oggetti”. All’inizio i fumetti, dagli Albi di Topolino a Diabolik, poi vinili, musicassette e cd, successivamente banconote di tutto il mondo e da ultimo l’arte, realizzata anche sulle stesse banconote raccolte in gioventù. Una collezione che si trasforma in un’altra collezione, a conferma del fatto che qualsiasi forma di collezionismo per essere tale deve essere incompleto, ci deve sempre essere un pezzo mancante da cercare ovunque, a qualsiasi prezzo e condizione, alle volte senza mai trovarlo fosse solo per il gusto di continuare a cercarlo.
Oggi indubbiamente la ricerca è molto più semplice e immediata, può avvenire online, mettendo una quanto più possibile dettagliata descrizione dell’oggetto desiderato, per trovarlo spesso dall’altra parte del mondo oppure a prezzi completamente differenti o in diverse varianti. È la fine del collezionismo? Rispondo con un aneddoto di questa mattina, giorno del mio compleanno. Ho pensato alla parafrasi di cogito ergo sum in apertura di questo testo, vado a un mercatino dell’usato e guarda caso trovo Discourse sur la methode, una prima edizione in francese dell’opera di Cartesio, in perfette condizioni e datata 1966, mio anno di nascita. L’avrei potuta trovare uguale, nelle stesse condizioni e allo stesso prezzo su una qualsiasi piattaforma, ma il vero piacere sta nell’”imbattersi” nell’oggetto da cui può iniziare una collezione di chissà che cosa, considerando che la fantasia non ha alcun limite. Forse anche per questo Goethe diceva che “i collezionisti sono persone felici”.

Limes: frammenti di realtà
Alice ha fatto del collezionismo una forma d’arte. “Sin dall’inizio della mia ricerca ho sentito il bisogno di raccogliere, ordinare, osservare e, allo stesso tempo, di lasciare spazio all’intuizione e alla fragilità delle cose”. Uno degli aspetti più affascinanti e ricorrenti nella sua opera è la continua e profonda esplorazione dell’idea di raccolta e conservazione come mezzi per sondare le memorie individuali e collettive. Questo impulso innato verso l’archiviazione va oltre il semplice accumulo di oggetti: è una manifestazione di un collezionismo ossessivo e metodico che trova la sua espressione nella pratica del recupero, della catalogazione e dell’ordinamento. Walter Benjamin sosteneva che “ogni passione confina con il caos, ma la passione del collezionista confina con il caos del ricordo”. E le opere di Alice sono veri e propri atti di memoria, in cui ogni oggetto diventa una testimonianza di un passato vissuto o di una storia da raccontare.
L’artista cerca di stabilire un sistema ordinato e rigoroso, conferendo all’opera d’arte la funzione di misura del passato, quasi come se fosse un’ideale bilancia tra ciò che è stato e ciò che si conserva. Tuttavia, nel processo creativo di Alice, l’immaginazione ha un ruolo predominante rispetto al rigore scientifico. La sua pratica artistica si arricchisce di una serie di abbinamenti inaspettati e, in questo contesto, di accostamenti materici che sovvertono le aspettative tradizionali. La classificazione diventa così un’esperienza poetica ed emozionale, dove la logica dell’archivio si trasforma in un viaggio sensoriale, capace di evocare emozioni e riflessioni profonde. L’opera d’arte non è più solo un contenitore di memorie, diventa invece una porta aperta verso nuove interpretazioni e significati.


Quando Alice visita le prime volte l’azienda tessile Dino Zoli Group a Forlì, nasce immediatamente l’interesse per le collezioni tessili per arredamento, prodotte e commercializzate nel corso di più di 50 anni di attività, “un’immersione in un paesaggio di fibre, trame e possibilità”, spiega Alice. Dal generoso archivio aziendale, composto di articoli entrati in collezione, campioni e studi, vengono estrapolate 1900 referenze, frammenti che diventano protagonisti di un processo di trasformazione nel quale ogni elemento è stato riattivato come forma di memoria da elaborare. Nascono così tre progetti site-specific, a cura di Nadia Stefanel, che riflettono, ciascuno secondo una propria grammatica visiva, il tema della classificazione e della raccolta.
La prima opera, Atlas Hanging specimens, è un’installazione di grandi dimensioni, una struttura composta da gabbie metalliche che contengono una moltitudine di tessuti, e un tappeto sonoro registrato e composto dai nomi dei tessuti stessi: “un atlante fragile, in cui il gesto della raccolta si fonde con quello della sospensione”, la definisce Alice. “Seguono due arazzi destrutturati, esiti diversi della stessa tensione tra trama e dissoluzione: “Ordine laterale” è un arazzo in cui l’assetto geometrico della tessitura viene disarticolato (…), “Linea di marea”, invece, evoca un paesaggio in transizione: tessuti sovrapposti generano l’immagine di una linea di confine tra acqua e sabbia, un orizzonte che si muove e stratifica. In entrambi i lavori il tessuto non è solo materia, ma geografia emotiva, soglia, confine”, prosegue Alice.
Infine, Vials, un’opera composta da ampolle di vetro, contenenti ritagli di stoffa, che agisce come un archivio poetico e criptico. Ogni ampolla diventa un microcosmo: oggetto di studio, reliquia e contenitore del tempo. L’atto della raccolta qui si fa intimo e quasi rituale, trasformando il materiale in segno, in traccia, in memoria sedimentata. A completamento delle installazioni site-specific, è presente una selezione di opere di Alice che esplorano il tema della classificazione nei suoi molteplici aspetti, con teche entomologiche e opere composte da frammenti, che offrono un ricco panorama delle diverse declinazioni del tema della catalogazione. “Ciò che viene serializzato o messo in ordine – ali di farfalla, coleotteri, frammenti vegetali, oggetti, tessuti – viene in realtà restituito a una dimensione affettiva, simbolica, rituale”, spiega Alice. “Ogni collezione è un modo di mettere ordine nel mondo”, altra citazione di Walter Benjamin che trovo particolarmente confacente all’opera di Alice e alla sua mostra in corso presso la Fondazione Dino Zoli.
Alice Padovani. Laureata in Filosofia e in Arti visive, dopo aver lavorato per diversi anni nell’ambito del teatro contemporaneo, sviluppa il proprio percorso di artista visiva che la porta a esporre in mostre personali, collettive, fiere d’arte e a ricevere numerosi premi e riconoscimenti a carattere nazionale e internazionale. I suoi lavori fanno parte di alcune importanti collezioni in Italia e all’estero, private e pubbliche. Attraversando differenti tecniche, materiali e linguaggi espressivi e con uno spirito classificatorio simile a quello neo-settecentesco, Padovani unisce alla spontaneità dell’impulso creativo il rigore del metodo scientifico. Passando attraverso installazioni, scultura, disegni e performance, nelle sue opere propone frammenti di una natura decontestualizzata e crea collezioni che sono, al contempo, cumuli e tracce, dove le memorie si fondono.
Alice Padovani
Limes: frammenti di realtà. Fino al 31 luglio 2025
All photos Luca Baciocchi


