Nel cuore di Cleveland, un vecchio autobus Greyhound del 1947, un tempo simbolo di movimento e di speranza per milioni di afroamericani in fuga dal Sud segregazionista, sta rinascendo come museo itinerante.
L’uomo dietro questo straordinario progetto è Robert Louis Brandon Edwards. L’artista, storico e conservatore originario di Cleveland (Ohio) ha deciso di trasformare il veicolo in un’istallazione dedicata alla Grande Migrazione. Un fenomeno che, tra l’inizio del Novecento e gli anni ’70, vide intere generazioni afroamericane lasciare le campagne del Sud per cercare una più dignitosa vita nelle città industriali e anti-segregazioniste del Nord e dell’Ovest degli Stato Uniti.
Un reale simbolo di resistenza
Trovato in uno sfasciacarrozze della Pennsylvania, l’autobus ormai disusato, è stato acquistato da Edwards per meno della metà del suo valore stimato, poi trasportato a Cleveland con una tappa simbolica nel vialetto di casa di sua madre, in Virginia. Ora, parcheggiato accanto la storica stazione Greyhound, costruita nel 1948 nello stile Streamline Moderne, l’autobus si sta trasformando in un potente simbolo di resistenza.

«Questo autobus non è solo un mezzo di trasporto, è una capsula del tempo», racconta Edwards, che ha intrapreso il progetto come parte del suo dottorato in conservazione storica alla Columbia University. «Ogni componente racconta una storia. Di fatica, di migrazione, ma anche di coraggio e futuro».
Immersione nell’opera tramite testimonianze
Negli anni ’70, il veicolo era stato riconvertito in camper, dotato di cucina, zona notte, e bagno. Oggi l’artista lo sta letteralmente svuotando per riportarlo alle sue condizioni originali, mentre raccoglie materiali d’epoca quali vecchi orologi, manifesti pubblicitari e testimonianze, per costruire un racconto fedele ai fatti storici.
Accanto a questo restauro, Edwards lavora anche a contenuti multimediali; queste esperienze in realtà virtuale faranno vivere al visitatore i lunghi viaggi degli afroamericani verso nord, tra discriminazioni, pericoli, ma soprattutto sogni. Alcune delle testimonianze raccolte (fra cui quella di sua nonna Ruby Mae Rollins che nel 1963 prese un Greyhound con le figlie per raggiungere New York) saranno parte integrante dell’opera.

Un viaggio nella coscienza collettiva
Il progetto si svolge in collaborazione con Playhouse Square, la fondazione no-profit che ha acquistato per 3 milioni di dollari l’ex stazione Greyhound. Il piano è trasformare lo stabile in uno spazio culturale polifunzionale.
«Quando Robert ci ha proposto di ospitare il suo autobus qui, abbiamo capito subito che era perfettamente in linea con il nostro desiderio di restituire alla comunità un luogo carico di significato», spiega Craig Hassall, presidente di Playhouse Square.
La risposta della comunità è stata toccante. Molti passanti infatti, incuriositi dal mezzo parcheggiato, si fermano a raccontare storie familiari, altri invece pongono domande. Alcuni si chiedono se sia lo stesso autobus su cui fu arrestata Rosa Parks (non lo è, quello si trova oggi restaurato al museo Henry Ford in Michigan), altri si sorprendono nel realizzare che i loro nonni o genitori potrebbero aver viaggiato proprio su un modello simile. Per Edwards, questi momenti di riflessione e di connessione sono il cuore pulsante del progetto. Afferma infatti che «le stazioni Greyhound, per molte famiglie afroamericane, sono state ciò che Ellis Island fu per gli immigrati europei. Luoghi di partenza verso l’incognito, ma anche e soprattutto di rinascita».

Il Custode della Memoria
Parallelamente, simili iniziative si moltiplicano in altri stati. In Califormia per esempio la Marin City Historical and Preservation Society ha allestito mostre itineranti dedicate ai lavoratori afroamericani dei cantieri navali della Seconda guerra mondiale, esponendo un altro autobus Greyhound restaurato e valigie d’epoca. I ricordi comunitari parlano di cibo preparato in casa per affrontare lunghi tragitti senza la certezza di essere serviti nei ristoranti lungo la strada, di uova sode, plumcake, pollo fritto e della solidarietà tra sconosciuti.
A Cleveland nel frattempo, l’artista continua la sua ricerca di sedili originali, targhe, pezzi di ricambio. Collabora con collezionisti e restauratori del Minnesota, mentre nella sua mente prende forma il museo. Diventa così un piccolo luogo raccolto, al contempo denso nella sua potenza, in cui ogni dettaglio (dalla scolorita tappezzeria al cartello sfilacciato sopra il parabrezza con la scritta “Speciale”) racconta una verità messa a tacere per troppo a lungo. Edwards diventa per il pubblico il “custode della memoria“, appellativo coniato dalla comunità stessa.



