Francesca Albanese, il murale di Harry Greb sfida le sanzioni USA e accusa l’Occidente

L'opera apparsa a Trastevere in difesa della giurista denuncia silenzi, ipocrisie e interessi che alimentano l’occupazione in Palestina

Nel pieno centro di Trastevere, uno dei quartieri storici più iconici di Roma, è apparso un nuovo murale firmato da Harry Greb, artista romano noto per la sua street art impegnata e provocatoria. L’opera ritrae Francesca Albanese, giurista italiana e relatrice speciale delle Nazioni Unite per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati. A campeggiare sotto il suo volto, una scritta emblematica: “Nobel”, un riconoscimento simbolico e un gesto artistico che diventa atto politico.

Il murale è apparso in via della Lungaretta, arteria pedonale e turistica del rione, e ha subito attirato l’attenzione di cittadini, media e attivisti. Oltre al volto sereno e determinato di Albanese, l’opera porta un messaggio chiaro: solidarietà verso una figura istituzionale che, per il suo ruolo e per le sue denunce, è diventata bersaglio politico. Recentemente, infatti, gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni nei suoi confronti, accusandola di “pregiudizi anti-israeliani” e di usare un linguaggio “antisemita” nelle sue relazioni ufficiali all’ONU: un gesto che, secondo l’artista, va ben oltre la politica internazionale e tocca le fondamenta della libertà di espressione e della giustizia.

Le accuse hanno sollevato un’ondata di critiche da parte di giuristi, attivisti e ONG per i diritti umani, che hanno difeso il lavoro di Albanese, sottolineando la sua indipendenza e l’importanza del suo operato nel documentare sistematiche violazioni dei diritti nei territori palestinesi. Greb, già autore di interventi iconici – da Papa Francesco nei panni di Kill Bill a Niccolò Zaniolo come supereroe, passando per gli omaggi a Gigi Proietti e Ennio Morricone – torna a parlare attraverso i muri della capitale, questa volta con un messaggio forte e politico.

Ciò che ha reso il suo lavoro ancora più scomodo, secondo l’artista, è l’aver smontato la narrazione ufficiale per arrivare al cuore della questione, evidenziando un sistema di interessi economici ben precisi. Dietro ogni bombardamento, dietro ogni terra espropriata, ci sono aziende e multinazionali che traggono profitto dalla guerra, sostenendola e alimentandola. Il messaggio è un appello diretto alla società civile, esortata a non rimanere in silenzio di fronte alle ingiustizie. Per l’artista, il murale si configura come un monito collettivo e una netta dichiarazione di intenti: «Se non difendiamo chi ha il coraggio di alzare la voce, perderemo ogni motivo per guardare il futuro a testa alta» ha ricordato provocatoriamente Greb.

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