Addio a Goffredo Fofi, voce libera della cultura italiana

Ha dedicato la vita alla critica, all’attivismo e alla pedagogia. Contrario alla cultura-spettacolo, ha promosso un’idea di arte e sapere legati all’emancipazione collettiva

È scomparso all’età di 88 anni Goffredo Fofi, figura cardine dell’intellettualità italiana del secondo Novecento, punto di riferimento per più generazioni nel mondo della critica, dell’attivismo culturale e della riflessione civile. Nato a Gubbio nel 1937, è stato educatore, saggista, critico letterario, teatrale e cinematografico, animando dibattiti, riviste e iniziative culturali sempre con uno sguardo controcorrente. La sua morte, avvenuta all’Ospedale Cavalieri di Malta di Roma a seguito delle complicazioni di un’operazione al femore, segna la fine di un percorso unico, vissuto all’insegna della coerenza, dell’indipendenza e dell’impegno concreto. Con lui scompare una delle voci più radicali, lucide e non allineate del panorama culturale italiano.

Un percorso fuori dagli schemi

Goffredo Fofi si è sempre distinto per una vita lontana dalle convenzioni intellettuali. Educato in una famiglia umile ma culturalmente vivace, aveva sviluppato fin da bambino una profonda passione per la lettura e per il cinema. Particolarmente influente nella sua formazione fu l’esperienza vissuta da ragazzo durante la guerra, testimone diretto delle violenze naziste nella sua città natale. Dopo la maturità magistrale, a soli diciotto anni partì per la Sicilia per unirsi alle battaglie nonviolente di Danilo Dolci, partecipando agli “scioperi a rovescio” e dedicandosi ai bambini in stato di abbandono. Definiva quegli anni tra i più felici della sua vita, al pari del periodo trascorso a Napoli, dove negli anni Settanta contribuì alla creazione della Mensa dei bambini proletari.

Sempre vicino agli ultimi, alle marginalità sociali e culturali, Fofi non ha mai abbracciato l’accademia né l’ufficialità. Si è mosso ai margini delle istituzioni coltivando una visione della cultura come strumento attivo di emancipazione e trasformazione. Il suo primo libro, “L’immigrazione meridionale a Torino” (1964), analizzava l’impatto delle migrazioni interne nel pieno del miracolo economico italiano. In quegli anni mantenne uno sguardo critico, distante sia dalla sinistra dogmatica che dalle derive individualistiche della cultura di massa, posizioni che approfondì nel libro-intervista “La vocazione minoritaria” (2009).

Riviste, scrittura e l’impegno intellettuale di Goffredo Fofi

L’intera attività editoriale e critica di Fofi è stata coerente con il suo pensiero libertario e il suo rifiuto delle gerarchie culturali. Ha fondato e diretto riviste fondamentali per il dibattito intellettuale italiano come “Quaderni piacentini”, “La Terra vista dalla Luna”, “Ombre Rosse”, “Linea d’Ombra”, “Lo Straniero” e infine “Gli Asini”. Quest’ultima rappresentava la sua ultima grande scommessa editoriale, pensata come uno spazio per l’analisi sociale e pedagogica alternativa, portata avanti fino agli ultimi anni. Fofi è stato anche una presenza costante nel giornalismo quotidiano curando per lungo tempo una rubrica sul “Corriere del Mezzogiorno”.

La sua riflessione ha sempre avuto al centro il ruolo dell’intellettuale nella società, la funzione pedagogica della cultura e la necessità di costruire reti solidali, anziché carriere individualistiche. Affascinato dalle figure “irregolari”, si ispirava a pensatori come Albert Camus e Aldo Capitini. A quest’ultimo, teorico della nonviolenza e anche vegetariano come Fofi, si rifaceva spesso attraverso la formula “Non accetto”, diventata per lui un principio etico guida: un rifiuto radicale della prevaricazione, del potere arbitrario e della rassegnazione.

Il cinema come strumento di riscatto

Il cinema è stato uno degli ambiti in cui Goffredo Fofi ha espresso con maggiore forza la sua visione culturale. La sua produzione critica, da “Cinema italiano. Servi e padroni” (1971) in avanti, è divenuta un punto di riferimento per più generazioni. Sua è stata una delle prime e più articolate analisi dell’opera di Totò, che ha contribuito a rivalutare come artista completo e profondo, grazie anche alla collaborazione con Franca Faldini, compagna di vita dell’attore. Si è occupato con grande attenzione di altre figure del cinema italiano e internazionale, da Alberto Sordi a Marlon Brando, fino a condurre una lunga conversazione con Mario Monicelli raccolta in un DVD pubblicato nel 2011.

Per Fofi, l’arte doveva servire a qualcosa, non essere intrattenimento fine a sé stesso. Denunciava la trasformazione della cultura in spettacolo, la riduzione dell’impegno artistico a consumo effimero. In un pamphlet dal titolo emblematico, “L’oppio del popolo”, aveva espresso con forza il suo rifiuto di un sistema culturale basato sull’esibizione e sull’apatia critica. Anche in età avanzata, continuava a partecipare al dibattito pubblico proponendo iniziative e progetti. Per lui, il tempo non doveva essere sprecato: «Si ha una vita sola a disposizione, non dimentichiamocene mai, e quello che puoi fare e sentire di bello lo devi fare e sentire ora, non devi rinviarlo al domani».