Un nuovo futuro è ancora possibile?

La quarta edizione di Re:humanism alla Fondazione Pastificio Cerere rompe la linearità del progresso tecnologico per riappropriarsi di un altro tempo

Re:humanism raddoppia. Nello spazio Silos della Fondazione Pastificio Cerere ha da poco inaugurato uno spin-off della mostra Timeline Shift, aperta lo scorso 18 giugno negli spazi della Fondazione romana. Si tratta del lavoro più recente dell’artista Silvia Dal Dosso, The Future Is Weird AF (Trilogy). Il progetto si inserisce nel programma della quarta edizione di Re:humanism Art Prize curata da Daniela Cotimbo, restando sulla questione aperta dell’evoluzione dell’immaginario contemporaneo al netto delle nuove tecnologie e sulla possibilità di appropriarsi di un nuovo concetto di tempo, indagine centrale della mostra di questa edizione.

Il futuro è strano quindi, ma lo vediamo ancora. Il film di Dal Dosso, articolandosi in tre parti, propone un ritratto caotico e spiazzante dell’era dell’IA generativa: un mondo “post-post-post-verità”, dove l’intelligenza artificiale genera, ancora una volta, realtà alternative e nuove identità. Celebrità defunte riportate in vita, miliardari in fuga nel sottosuolo, influencer virtuali, pubblicità emotiva e relazioni con bot abitano lo scenario distopico e iperreale del film all’interno del quale veniamo guidati dalla voce sintetica del documentarista britannico Adam Curtis riprodotta tramite un software di voice cloning.

A mostra inaugurata, il programma di Re:humanism 4 continua con altri due eventi, previsti per la serata del 10 luglio 2025: la presentazione di AI & Conflicts vol. 02, pubblicazione a cura di Daniela Cotimbo, Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, che indaga i temi della mostra e raccoglie le testimonianze di artisti e ricercatori impegnati nel dibattito globale. Attraverso prospettive interdisciplinari, il volume traccia un percorso tra dataset coloniali, bias di genere e appropriazione della cultura visiva, interrogando il significato stesso di autorialità e creatività nell’era dell’apprendimento automatico. A conclusione, la performance audiovisiva nel cortile interno della Fondazione dell’artista Franz Rosati, vincitore del premio speciale APA con l’opera DATALAKE:CONTINGENCY, installazione che raccoglie insieme scenari generati dall’AI in costante mutamento, evocando il conflitto tra natura e tecnologia e il loro tentativo di coesistenza.


La mostra alla Fondazione Pastificio Cerere

In mostra fino al 30 luglio 2025, Timeline Shift, la collettiva della quarta edizione di Re:humanism, riunisce i lavori dei dieci finalisti del premio negli spazi della Fondazione Pastificio Cerere di Roma. Il progetto espositivo, curato da Daniela Cotimbo, mette in discussione le logiche estrattive di dati e risorse che oggi guidano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, aprendo la riflessione all’utilizzo di modelli tecnologici più sostenibili e inclusivi.

Timeline Shift prova a superare la visione occidentale e tecnocapitalista del tempo che abitiamo oggi per proporne una rilettura critica e riscrivere i presupposti dello sviluppo tecnologico. “Move beyond the wrong timeline” è il claim. «Fondata sul dato e sul calcolo statistico, l’AI tende a riprodurre un futuro prevedibile ed escludente», dichiara la curatrice. «La mostra decostruisce questa concezione lineare e produttivista del tempo, radicata nella società occidentale, per aprirsi a visioni più soggettive e stratificate». Immaginare, dunque, una nuova durata dell’esperienza, oltre il tempo ingegnerizzato dei dati, è possibile. Riappropriarsene per costruire nuove narrazioni e immaginari più sostenibili è il compito preso in carico dagli artisti di questa edizione.

Al primo posto, il collettivo Lo-Def Film Factory del duo Francois Knoetze e Amy Louise Wilson presenta un ambiente immersivo e interattivo che intreccia videogioco, archivio visivo e narrazione postcoloniale.  Concept Drift, di fatto, un contro-archivio della cultura sudafricana, fatto di modelli 3D generati da AI, collage materici e ambienti game-based che indagano come l’intelligenza artificiale riattivi e riformuli in chiave tecnocapitalista logiche storicamente radicate nel colonialismo. L’opera di Isabel MerchanteOne Day I Saw the Sunset Ten Thousand Times, si aggiudica invece il secondo premio con una macchina algoritmica che si trasforma in una romantica entità contemplativa che osserva tramonti, mettendo in crisi le coordinate emotive e percettive a cui siamo abituati e la riproducibilità digitale del naturale. Minne Atairu con Da Braidr, al terzo posto, ha elaborato una “start-up concettuale” che utilizza l’AI generativa per sostenere l’autonomia economica, culturale ed estetica delle donne nere. A partire dalla tradizione afro dell’intreccio di capelli, l’artista crea un vero e proprio mezzo di resistenza e smonta una a una le retoriche promozionali dell’AI sabotando dall’interno le logiche del potere bianco.

Tra i finalisti: Federica Di Pietrantonio sonda, con Net Runner 01, le modalità con cui gli ambienti virtuali hanno plasmato negli anni la figura dell’utente e, di conseguenza, le nostre percezioni in termini di identità, tempo e relazioni. L’opera Ever di Amanda E. Metzger si presenta invece su un morbido tappeto bianco cosparso di cuscini, dove i visitatori possono distendersi per leggere sul soffitto le voci del diario dell’artista, alcune reali altre generate dall’AI. Questi ricordi veri e fittizi insieme, trasformati in NFT e conservati su blockchain, danno forma a una memoria intima potenzialmente eterna, lasciando al contempo intatta la tensione tra l’essere autori della propria storia e perderne il controllo.

Nei Cloud Scripts di Kian Peng Ong la macchina si fa invece mediatrice spirituale, abbandonando le sue componenti intrinseche di efficienza e rapidità. L’installazione interpreta i Cloud Seals taoisti come forma asemica di comunicazione con il mondo spirituale, generando talismani privi di un significato pittografico ma carichi di intenzione rituale. Anche il collettivo IOCOSE riconsidera il ruolo della macchina, sperimentandone la sua inattività. La videoinstallazione AI-Ludd mette in scena un’AI fittizia, addestrata a pensare e agire da luddista, cioè come coloro che storicamente si opposero ai cambiamenti tecnologici nel lavoro. Con taglio ironico e paradossale, l’opera dà voce a un agente algoritmico che invita a sabotare le macchine stesse, abbandonare il lavoro e reclamare finalmente del tempo per se stessi. 

Sul perturbante e il legame tra umano e non umano riflettono invece gli Screen Tests di Esther Hunziker: un’elegante serie di ritratti video AI generated popolati da identità ibride, dove figure umane si fondono a identità pelose, richiamando nella composizione estetica sia la fotografia di casting cinematografico che le superstar ritratte da Andy Warhol nei suoi omonimi provini.

Nel sotterraneo del Pastificio, nello spazio Molini, sono posizionate le ultime due opere finaliste. Me vs. You, videoinstallazione multicanale di Adam Cole e Gregor Petrikovič che esplora le sfumature dell’intimità queer a partire da un incontro di wrestling. Sfruttando l’incapacità della visione artificiale di distinguere i corpi intrecciati, l’intelligenza artificiale produce una copia dell’incontro, scambiandolo per un poetico amplesso contemporaneo. Infine, in un pozzo di pietra, forse l’opera più oscura della mostra: The Pit di Daniel Shanken evoca un mondo artificiale al collasso, trascinando lo spettatore in un loop infinito tra incanto tecnologico e fallimento sistemico, dove le stesse AI finiscono bloccate nei loro stessi schemi riproduttivi.

Nuovi spazi di possibilità emergono, se si prova ad hackerare la timeline che ci è stata (auto?)imposta. Al di là delle dilaganti restituzioni spettacolari dell’intelligenza artificiale o degli incubi catastrofici riguardo le sue derive distruttive, tutti gli artisti in mostra immaginano nuove alleanze, attraverso le tecnologie contemporanee, e tentativi di resistenza a un presente che sembra destinato al collasso e un futuro che si intravede come un’oscura profezia.