IDENTITeat. Identità commestibili

All’Accademia di Roma, a San Lorenzo, una collettiva di tredici artisti riflette sul ruolo e sulla funzione del cibo in relazione all’identità individuale e collettiva

«Al termine della quinta elementare – ricorda Anthony Bourdain, nelle primissime pagine del suo Kitchen confidential – ho avuto la prima indicazione in merito al fatto che il cibo è qualcosa di più che non una semplice sostanza che ci si schiaffa in bocca quando si è affamati». La zuppa Vichyssoise da lui assaggiata nel corso di una crociera transatlantica diretta in Francia è stata infatti, nelle memorie dello chef, «la prima pietanza di cui fui veramente consapevole»; il primo piatto fissato, nella memoria a venire, in qualità di esperienza allargata, non ferma sui binari del gusto e del piacere al palato, bensì inquadrata – chiamando a rapporto il Marcel Mauss delle tecniche del corpo – come fatto sociale totale. E un dettaglio particolare, «il modo in cui il cameriere versò la minestra da una zuppiera d’argento», costituisce l’indizio più prezioso, la spia più luminosa del valore culturale del cibo, del pasto, del mangiare come evento che scollina oltre il mero istinto di conservazione.

All’Accademia Italiana di Roma, la mostra IDENTITeat – identità commestibili intende ragionare proprio sulle implicazioni identitarie del cibo e della nutrizione. Curata da Gemma Gulisano, e aperta dal 22 maggio al 15 giugno 2026, la rassegna vede coinvolti 13 artisti (Luca Grimaldi, Jacopo Natoli, Collettivo GMRGP, Andrea Frosolini, Carola Spina, Claudia Evangelista, Eliel David Martinez Julian, Margaux Compte-Mergier, Progetto Fatuo “ML”, Flavio Orlando, Cecilia Mentasti, Ginevra Collini, Gaia Scaramella) riuniti nei vani ipogei dell’Accademia. A tal proposito, la scelta di uno spazio viscerale, sotterraneo, risulta particolarmente efficiente nel suo porsi come appello alla profondità, come richiamo alla solidità del patto tra carne e spirito. Del resto, era stato Ludwig Feuerbach, già alla metà dell’Ottocento, a mostrare come la scissione tra mente e corpo – sublimata da Cartesio, e ancora ben viva nella tradizione filosofica idealista – non fosse altro che una mistificazione: il motto «l’uomo è ciò che mangia», ormai retrocesso a slogan pop pret-à-porter, cela nella sua schiettezza implicazioni decisamente più radicali, di ordine biologico – «senza fosforo non c’è pensiero», scriveva il fisiologo olandese Jakob Moleschlott – o ancora simbolico/rituale e storico-sociale: è dalla lettura degli scritti di Feuerbach, infatti, che Karl Marx prese le mosse per articolare una visione del mondo pragmatica, a decisa trazione materialista. Tra l’altro, come ribadito da Francesco Tomasoni nell’introduzione all’edizione Morcelliana del saggio di Feuerbach, in lingua tedesca il verbo essere declinato alla terza persona singolare (“ist”) sfiora l’omonimia perfetta con la terza singolare del verbo mangiare (“ißt”).

Mangiare per essere, dunque, per definirsi e per costruire, rafforzare, o ripensare il destino stesso di un singolo – e l’Identità fritta (2022) di Jacopo Natoli può essere promosso ad opera/statement dell’intera mostra – e gli attributi antropologici di gruppi umani più o meno vasti e strutturati: al di là della necessità biologica, scrive infatti Gulisano, la mostra affronta il mangiare «come atto di relazione con sé stessi attraverso il cibo, con gli altri e il mondo». Nella preparazione condivisa di un pasto (Brodo, 2024-2026), Eliel David Martinez Julian introduce l’alterità su basi culturali, offrendo al cibo la possibilità di fare da ponte tra popoli e visioni del mondo molto lontani tra loro, mentre il Bar (2026) di Claudia Evangelista definisce l’alterità per disavanzi temporali, cogliendo il differenziale nel valore della convivialità nel medesimo modello culturale, pur catturato in momenti differenti della sua storia. Il pane e il vino, le tavolate, ravvivano possibilità d’incontro ad oggi fortemente minacciate dall’introversione, dal ripiegamento su se stessi: «La scomparsa delle tavolate, delle sale da pranzo, persino delle cucine – commenta Jacques Attali, chiamato in causa dalla curatrice – è forse il segno di una trasformazione delle relazioni umane?».

La natura retorica dell’interrogativo, confermata da indicatori statistici ben precisi e su scala globale – l’incremento esponenziale del solo dining, per citare un fenomeno tra i tanti – starebbe man mano relegando la convivialità all’archeologia. Nella Matiére Survivante (2025) di Margaux Compte-Mergier, la tavolata imbandita altro non è che una teca aperta con i reperti in piena vista. Nel suo cinismo impietoso, il “rudere” di Compte-Mergier lascia davvero poco spazio alla nostalgia e alla rievocazione: nel presente che viviamo, il ricordo di ciò che è stato resiste timidamente nella forma degli oggetti, che però cedono sotto i colpi di una scoraggiante anemia coloristica. Assieme a Compte-Mergier, anche Gaia Scaramella e Progetto Fatuo “ML”spostano l’angolo di lettura, aprendo allo scetticismo e sconfessando la fiducia d’insieme nella pratica della convivenza: del resto, lo stesso verbo “convivere”, dal latino cum vivere, origina il termine convivium, “banchetto” – a riprova ulteriore dell’unione tra esistenza, festa e sopravvivenza.

In un momento in cui le fratture fanno silenzio, e le crepe compromettono la stabilità delle mura familiari, F.A.M.E. (2026) di Gaia Scaramella penetra all’interno del microcosmo domestico: nel suo intervento, al punto d’intersezione tra la seconda e la terza dimensione, Scaramella tratteggia su una delle pareti una cucina a carboncino, facendo collassare la flatness del disegno con la solidità di piccoli corpi femminili bloccati in una smorfia di dolore. Se la realtà quotidiana, sembra ammonirci l’artista, racconta una carne viva che soffre, il mito del “focolare” è appunto un mito, un espediente letterario, un divertissement puramente pittorico.  Much Love, Much Laugh (2026) di Progetto Fatuo “ML” sottolinea, invece, lo straniamento percepito dal singolo e spesso confinato a uno stato di quiete. Nei quadri, sempre più diffusi, di disturbo alimentare, il cibo è minaccia, e gli insetti, protagonisti della performance, catalizzano un isolamento, l’esilio, quasi dostoevskijano “io son poi da solo, e loro sono tutti”, scriveva nelle Memorie dal sottosuolo – dei soggetti più fragili: l’essere umano, a volte, è ciò che non mangia. Lo sanno bene i palestrati, i gymbro, tutti coloro che appartengono a quel sottoinsieme antropologico che si identifica, per l’appunto, nella totale devozione all’ipertrofia muscolare e ad un regime alimentare iperproteico, meat-based e curato al millimetro. Con Isabella (2021-2026), Andrea Frosolini gioca sullo shock, sul cortocircuito prodotto dall’incontro tra una classica panca da palestra e il rivestimento in pelle, a simulare la trama della mortadella.

La stessa mortadella, forse, affettata, confezionata e riposta da qualche banconista nello scaffale dipinto da Luca Grimaldi Still Life, del 2018. Una natura morta. A cosa è dovuta, però, la morte della natura? All’ingegneria agroalimentare, alle aggiunte chimiche supplementari e ai processi di conservazione che forzano la sopravvivenza degli alimenti? Nelle nature mortedel Barocco olandese, il concetto di topppunt, o “punto di massimo splendore”, era l’obiettivo principale dei pittori di stilleven, desiderosi di bloccare la materia, e gli oggetti, nell’attimo prima del suo inevitabile deperimento. Questo accade per la LASAGNA (2023) di Flavio Orlando, che con Cecilia Mentasti e Ginevra Colliniaggiunge alla rassegna una dimensione più raccolta, privata e intimista. La LASAGNA (2026) di Orlando è assertiva, quasi “araldica” nella capacità di imporre una presenza pura, senza orpelli o distrazioni, e di attivare una memoria che è al contempo personale e collettiva: incorniciato da un piatto in ceramica, il fiore all’occhiello del ricettario nazionale è messo a fuoco con la precisione delle lenti macro, valorizzato nell’intensità dei toni d’arancio e nella trama delle croste. L’iperrealismo di Orlando, messo a confronto con lo sfocato (?) di Grimaldi, crea un paradosso che è solo apparente: da un lato un passato che non perde in lucidità e in nitidezza, dall’altro un presente isterico, frammentato, pixelato: totalmente in balia degli stimoli più incoerenti, incapace di assumere un profilo chiaro e dei contorni ben definiti.

Strawberry Artwork (2025) di Cecilia Mentasti, è invece un lavoro in cui la componente materiale, l’hadrware, è messa al servizio dell’immateriale, dell’olfattivo: stufe, ventilatori, dispositivi di riscaldamento e refrigerazione ambientale, permettono la propagazione degli odori dell’infanzia – il sapore di fragola, l’aroma surrogato e sintetico delle Big Babol. Ginevra Collini, invece, con my gastric juices melting you as a whole again (with me, once again), invece, comprime nell’istante, alla ricerca dell’“effetto madeleine”, lo scarto tra i concetti di presente e passato: come chiarisce Gulisano, “quando il cibo entra in contatto con le papille gustative, l’istante presente si trasforma rapidamente in passato, diventando memoria del gusto”. Infine, il Collettivo GMRGP e Carola Spina “stirano” il motto feuerbachiano, portandolo alle sue estreme conseguenze: posto che “sono ciò che mangio”, e dando per buono il remake cartesiano dell’ edo ergo sum, posso – anzi possiamo – essere noi stessi cibo?

Nel caso di You may kiss the bride (2026), del Collettivo GMRGP, due “ritratti edibili” esasperano la coincidenza tra essere e mangiare all’antropofagia, confinandola alle dinamiche di coppia – apertamente violate, invece, da Carola Spina. Mangiarsi, per Spina, è un atto d’amore, e il titolo della sua opera videonon concede margini di manovra. Se mi offrissi spontaneamente una parte del tuo corpo, lo mangerei (2026) è infatti un lavoro in cui il cannibalismo, praticato nel cerchio di fiducia della famiglia (e non solo) in un futuro utopico e immaginato, perde ogni accezione bestiale per essere promosso a omaggio sentito, nella speranza di riscontri misurabili: «in accordo con le tradizioni rituali antropofagiche di culture lontane – aggiunge la curatrice – nella società immaginata da Carola Spina è altresì pratica diffusa cibarsi delle celebrità per assorbirne le virtù». Sempre che quelle differenze sussistano, però, che l’ingestione di una mano o di un piede abbia degli effettivi benefici taumaturgici. Sappiamo, pero, che non è così, ed è ancora Feuerbach, in chiusura, a ricordarci che «la scienza naturale non conosce differenza tra un ventre nobile e un ventre borghese».

IDENTITeat – identità commestibili
a cura di Gemma Gulisano
22.05 – 15.06.2026
Accademia Italiana
Via di Scalo San Lorenzo, 10, Roma (RM)