A Londra l’arte reagisce al silenzio in solidarietà con la Palestina

Due mostre a Londra trasformano l’arte in atto politico e raccolgono fondi per Gaza, tra cartoline e laboratori partecipativi

A partire dal 10 luglio 2025 Londra si appresta a diventare teatro di due eventi artistici nati dal desiderio di rompere uno stato di stallo e silenzio. Si tratta di due mostre allestite per dare voce alla Palestina e sostenere attivamente le comunità sotto assedio. Più di 200 artisti provenienti da 35 paesi hanno risposto al richiamo di Studio 1.1 e di Artists Supporting Plaestine (ASP) per partecipare a GAZAGAZAGAZA. L’esposizione contiene oltre 400 opere donate, tra fotografie, dipinti e documenti, e si apre con una potente dichiarazione. È un atto di resistenza, di solidarietà, un rifiuto al silenzio legato al mondo dell’arte di fronte al genocidio del popolo palestinese.

Una mostra contro il silenzio

Per renderla accessibile a tutti, 140 lavori sono in formato cartolina e venduti a £20, con l’intero ricavo devoluto a Medical Aid for Palestinians (una charity attiva dal 1982 nei territori occupati). Il catalogo non è solo una raccolta d’arte, è anche un mezzo concreto di sostegno. I fondi raccolti finanziano cure mediche, ambulanze e supporto psicologico nei territori palestinesi. «Il silenzio del mondo dell’arte su Gaza è insopportabile», racconta Gavin McIntosh, artista di Leeds e co-fondatore di ASP. «Ho visto in tanti confronti la solidarietà verso l’Ucraina, ma per gaza c’era un vuoto. La risposta alla chiamata degli open call di giugno è stata sorprendente, segno che c’era bisogno di essere ascoltati».

Una corsa contro il tempo in 30 giorni

Michael Keenan (Studio 1.1) e McIntosh si conoscono da tempo, ma è stato dopo la primavera scorsa che hanno deciso di concretizzare la loro idea. Volevano mostrare la rabbia, il dissenso, lo smarrimento. In appena quattro settimane infatti hanno organizzato il tutto, dalla location al catalogo, alla selezione delle opere. McIntosh spiega che ASP è nata proprio all’inizio del 2024, una piattaforma che permette agli artisti di vendere online a MAP tramite JustGiving. Da allora sono stati raccolti oltre £51.000 e, con la mostra a Londra, la raccolta è decollata.

Progetti in parallelo

L’esposizione non si limita alla vendita delle opere cartacee. Ci sono infatti animazioni, proiezioni, gadget creativi e momenti di condivisione. Fra di loro, Cedric Bousquet (designer francese) e Steph Goodger (artista britannica residente in Francia) hanno realizzato un loop di micro-animazioni e corti, visibili a offerta libera. Goodger propone inoltre delle t-shirt, shopper e spille con disegni concepiti da bambini di Gaza e dichiara che “quando mando le foto delle persone che li indossano, le famiglie capiscono che qualcuno là fuori li pensa e li ricorda”. Preziosi contributi arrivano anche da Zainab Shbair e Ahmed Muhanna, artisti basati nella Striscia. I loro lavori vanno in vendita e il ricavo va direttamente a loro. Tom Loffill, artista londinese, presenta un carnet di disegni di scrittori palestinesi con prefazione di Ghadheer Ebrahime (27enne che vive a Gaza), il ricavato andrà alla sua famiglia. In programma anche live performance , talk, workshop e serate di incontro con gli artisti, o meglio, con quelli che possono esser presenti.

Contestualizzazione artistica

L’abilità di usare l’arte come mezzo di rottura non è limitata a Studio 1.1. Da maggio infatti, P21 Gallery ospita a Londra delle conferenze sull’arte del poster palestinese, laboratori di Tatreez (ricamo tradizionale), film su storie di sopravvissuti all’Olocausto in dialogo con gaza e conversazioni con figure storiche dell’arte palestinese.

Un’onda globale di solidarietà

Guardando al quadro più ampio, artisti internazionali (da Bansky a Mona Hatoum, da Jeremy Deller a Rana Begum) hanno partecipato a eventi analoghi per raccogliere fondi, creando spazi di discussione attorno ad un’atrocità di tali dimensioni; superando timori, censure e pressioni politiche. Tutto questo ha un grande impatto in quel che riguarda il ruolo dell’arte nelle dinamiche socio-politiche, economicamente centinaia di migliaia di sterline sono state raccolte, ma soprattutto socialmente queste iniziative mostrano il desiderio di rompere la censura e rivendicare il diritto d’espressione e protesta, come afferma McIntosh: «il silenzio non è un’opzione». Così l’esposizione diventa testimonianza che sgretola l’apatia dei molti e ritrasforma l’arte in atto politico.