Gian Maria Tosatti riscrive la storia argentina in una polifonia crudele

Dopo un periodo di residenza in Argentina l'artista presenta un’installazione sonora che mette in dialogo tango e discorsi dei leader argentini dal dopoguerra a oggi

È stata inaugurata Casa dell’anima #02 – Yo soy el pecado que tengo, la nuova installazione di Gian Maria Tosatti, realizzata al termine di una residenza di quattro mesi da Cordenadas Residencia in Argentina. L’opera, frutto di un’intensa riflessione sulla democrazia argentina e le sue contraddizioni storiche, si impone come un potente dispositivo visivo e acustico capace di trasformare la memoria politica in esperienza sensibile.

Gian Maria Tosatti: un’opera polifonica

Installata in uno spazio spoglio e contundente, la scultura è composta da piastrelle di cemento e vetri rotti – materiali che evocano una casa crollata, una promessa infranta, un’identità in frantumi. Ma il cuore dell’opera è il suono: due diffusori dialogano tra loro, uno trasmette un tango, l’altro un montaggio di discorsi pronunciati da quasi tutti i presidenti e dittatori argentini, dagli anni Quaranta a oggi. La composizione sonora è concepita come un’opera teatrale: ogni voce entra in scena reagendo a quella precedente, in un crescendo di tensione che costruisce una drammaturgia crudele e polifonica, dove tragedia e ironia si intrecciano senza mai pacificarsi. Le parole dei leader si susseguono come battute di un dramma collettivo che sembra reiterare all’infinito lo stesso destino, sospeso tra cadute e ripartenze, autoritarismi e illusioni democratiche.

Con questa installazione, Tosatti – noto per i suoi progetti site-specific di forte impatto civile e simbolico – prosegue il ciclo Casa dell’anima, indagando il rapporto tra spazio interiore e corpo politico. Il titolo stesso – Io sono il peccato che porto – suggerisce un’identità segnata da colpa strutturale, da una ferita che attraversa le generazioni e che si fa architettura, suono, rovina. Casa dell’anima #02 non offre risposte, ma solleva domande. E lo fa attraverso un linguaggio che mette in tensione estetica e politica, emozione e analisi storica. Lo spettatore viene immerso in un’esperienza sensoriale e mentale che lo chiama in causa: come ascoltatore, come cittadino, come corpo in dialogo con una memoria che non si lascia archiviare.