Con Etnia House of Arts, l’Abbazia della Misericordia torna a vivere come spazio di produzione artistica

Restituire un edificio storico alla città significa anche immaginare nuovi modi di abitarlo. A Venezia, tra residenze internazionali e pratiche interdisciplinari, il contemporaneo torna a essere un processo prima che un risultato

A Venezia gli spazi sembrano spesso condannati a una duplice sorte: diventare reliquie della propria storia o scenografie per il consumo culturale contemporaneo. Per questo la riapertura dell’ex Chiesa dell’Abbazia della Misericordia, nel sestiere di Cannaregio, merita attenzione. Non tanto per il recupero architettonico in sé, pur significativo, quanto per la funzione che il progetto le restituisce: non un contenitore per eventi, ma un luogo pensato per accogliere processi, sperimentazioni e pratiche artistiche in divenire.

La riapertura dell’ex Chiesa dell’Abbazia della Misericordia, nel sestiere di Cannaregio, si inserisce in questo scenario da una prospettiva peculiare. Dopo un importante intervento di restauro, l’edificio torna a essere accessibile non come semplice contenitore espositivo ma come spazio operativo, destinato a ospitare pratiche artistiche, residenze e momenti di confronto pubblico. Una scelta che appare significativa proprio in una città dove il rischio della monumentalizzazione è costante e dove il valore degli spazi sembra spesso coincidere più con la loro storia che con ciò che possono ancora generare.

Le indagini condotte durante il recupero architettonico hanno restituito la complessità stratificata dell’Abbazia: dalla struttura lignea del Trecento a tracce decorative e aperture gotiche rimaste a lungo nascoste. Più che ricondurre il luogo a un’immagine definitiva, il progetto ha scelto di conservarne le diverse sedimentazioni, riconoscendo nell’incompiutezza e nella trasformazione una parte essenziale della sua identità.

È all’interno di questo scenario che prende forma Etnia House of Arts, il nuovo progetto promosso da Etnia Eyewear Culture. Più che un tradizionale spazio espositivo, la piattaforma si configura come un dispositivo dedicato alla produzione artistica contemporanea, costruito attorno a un programma internazionale di residenze, mostre in costante rinnovamento e momenti di confronto pubblico. In una città dove l’arte è spesso chiamata a dialogare con il peso della propria storia, la sfida sembra essere quella di riportare l’attenzione sul presente e sui processi che precedono l’opera.

L’edificio, le cui origini risalgono al X secolo, porta ancora visibili le tracce delle numerose trasformazioni che ne hanno attraversato la storia. Il recente intervento di restauro, curato dagli architetti Piero Vespignani e Alessia Semenzato dello Studio Anfibio, ha scelto di lavorare proprio su questa complessità, evitando la tentazione di una restituzione univoca e valorizzando invece la natura stratificata del luogo. Le indagini condotte durante il cantiere hanno riportato alla luce elementi di particolare interesse — dalla struttura lignea trecentesca a una rara finestra gotica — confermando l’identità dell’Abbazia come organismo in continua trasformazione.

Al centro della programmazione si trova il programma internazionale di residenze, concepito come uno spazio di ricerca intorno al tema della visione. Agli artisti invitati viene proposto un punto di partenza insolito: l’occhiale, inteso non come oggetto funzionale ma come dispositivo simbolico attraverso cui interrogare identità, percezione e rappresentazione.

Le residenze

Le prime due artiste ospitate sono state la spagnola Conxi Sane e Greta Pllana, artista albanese residente a Venezia. Pur muovendosi attraverso linguaggi differenti, entrambe hanno sviluppato interventi capaci di ampliare le potenzialità narrative e percettive dell’oggetto. Sane, attiva tra Berlino e Malaga, costruisce una ricerca astratta influenzata dal surrealismo e dal cubismo, nella quale colore, ritmo e dimensione emotiva diventano strumenti di esplorazione dell’inconscio. Pllana, invece, lavora su temi legati alla memoria e all’identità, sviluppando una pittura essenziale e sospesa in cui lo sguardo diventa elemento centrale della costruzione narrativa.

Uno degli aspetti più interessanti del programma riguarda la permeabilità tra studio e spazio pubblico. Durante le residenze, infatti, i visitatori possono assistere alle diverse fasi di sviluppo dei progetti, entrando in contatto con il processo creativo prima ancora che con l’opera conclusa. La produzione artistica diventa così esperienza condivisa e occasione di relazione.

Parallelamente, l’Abbazia della Misericordia ospita una mostra collettiva che riunisce dodici artisti provenienti da contesti geografici differenti, tra cui Sini Majuri, Alex Burden, Krassimir Kolev, Anat Heifetz, Yevheniya Fritsche, Ricardo Álvarez, Adriana Kanal e Tazeen Qayyum. Il progetto espositivo è pensato come una piattaforma in costante trasformazione: ogni mese le opere verranno sostituite da un nuovo nucleo di dodici lavori, rafforzando l’idea di uno spazio in continua evoluzione. La programmazione futura conferma l’ambizione internazionale dell’iniziativa. Nei prossimi mesi le residenze accoglieranno, tra gli altri, Ayda Roozbayani, Hannu Palosuo, Paul Kostabi, Eduardo Cardozo, Giovanni Randazzo, Mattia Novello, Karima Al-Shomely, Gregory de la Haba e Taiji Terasaki.

In una Venezia spesso percepita, fin troppo retoricamente, come città della conservazione e della memoria, Etnia House of Arts prova a ribaltare la prospettiva, facendosi spazio vivo di produzione, confronto e sperimentazione. Un laboratorio aperto in cui la dimensione espositiva lascia progressivamente spazio a quella processuale e dove il pubblico è chiamato a partecipare a un ecosistema di relazioni più che a una semplice esperienza di fruizione. A completare il progetto contribuirà inoltre la collaborazione con Skira, che darà vita a un calendario di incontri, talk e approfondimenti con artisti e protagonisti della scena culturale contemporanea.