A Spazio Giallo a Roma, Lo sguardo vergine, una fuga d’amore… si presenta come un progetto immersivo che interroga il modo in cui guardiamo e interpretiamo il mondo contemporaneo. Ideato da Carolina Levi, Petra Faldini e Giovanna Massoni, il percorso mette in discussione le automatizzazioni della percezione, invitando a sospendere i meccanismi immediati di riconoscimento e classificazione. La domanda iniziale è semplice e destabilizzante: se sospendiamo ciò che sappiamo, cosa vediamo davvero?
La mostra si sviluppa come un ambiente esperienziale in cui il visitatore è chiamato a rallentare lo sguardo e a confrontarsi con le opere prima di attribuire loro un significato stabile. L’attenzione si sposta così dall’oggetto osservato al processo del vedere, inteso come esperienza ancora aperta e non addomesticata.

Spazio Giallo come organismo ibrido
Spazio Giallo si presta perfettamente a questa operazione. Più che una galleria, è un organismo ibrido e poroso in cui arte, design, antiquariato e memoria convivono senza gerarchie, secondo un principio di accostamento libero e non lineare. La sua natura volutamente fluida e non classificabile diventa parte integrante del progetto, che sembra rifiutare ogni distinzione rigida tra esposizione, allestimento e narrazione.
L’oggetto non è mai soltanto oggetto, ma traccia, residuo e possibilità di riscrittura dello sguardo. Ogni elemento sembra portare con sé una stratificazione di tempi e significati, come se lo spazio stesso funzionasse per accumulo più che per selezione, trasformando la visione in un processo continuo di associazione e disorientamento controllato.

Tre stati dello sguardo: soglia e rallentamento del tempo
Il percorso espositivo si articola in tre ambienti — Sospensione, Perturbante e Giardino della Catarsi — pensati non solo come tre sezioni narrative, ma come tre stati dello sguardo, tre condizioni percettive ed emotive attraverso cui il visitatore viene progressivamente accompagnato. Nella prima sala, la Sospensione, il tempo sembra rallentare fino quasi a sospendersi. Un altare laico ideato da Paolo del Gallo, in dialogo con la vegetazione di Eugenia Lecca, introduce una dimensione rituale e contemplativa che non rimanda a una spiritualità definita, ma piuttosto a una soglia percettiva, a uno spazio di passaggio in cui lo sguardo si svincola dalle proprie abitudini.
Al centro, il trittico di Romina Bassu dedicato all’archetipo di Demetra attiva una memoria simbolica condivisa, legata a figure primordiali della cura, della perdita e della trasformazione. L’opera funziona come punto di condensazione emotiva, quasi come un asse attorno a cui si organizza una diversa qualità dell’attenzione. L’ingresso è accompagnato anche dalla presenza sonora di Marianne Mirage, che contribuisce a costruire un’atmosfera sospesa, quasi cinematografica, in cui il visitatore viene progressivamente disancorato dai propri automatismi visivi. La mostra, in questo senso, non inizia con le opere, ma con un clima percettivo: uno spazio emotivo preliminare che precede ogni forma di riconoscimento e prepara lo sguardo a un regime diverso di attenzione.
Il Perturbante: crisi, disorientamento e sovrapposizione dei linguaggi
La seconda sezione, il Perturbante, segna il momento di crisi dello sguardo, in cui i riferimenti percettivi si indeboliscono e la visione diventa instabile e frammentata. Specchi, fotografie inedite di Niccolò Berretta, oggetti d’antiquariato e opere disseminate nello spazio costruiscono un ambiente ambiguo, dove memoria e invenzione si sovrappongono senza soluzione di continuità. La sequenza dedicata alla fuga d’amore — una coppia che si allontana lungo il Tevere — diventa così metafora di sottrazione e rifiuto delle narrazioni imposte.
In questo contesto, il progetto amplia ulteriormente il campo visivo, mettendo in dialogo linguaggi e pratiche differenti — dalle visioni di Roberto d’Alicudi alle ceramiche di Guglielmo Maggini, fino agli oggetti narrativi di Ginny Sims — senza ricerca di sintesi, ma attraverso una coabitazione aperta, instabile e volutamente dissonante.
Il Giardino della Catarsi: soglia finale
Il percorso culmina nel Giardino della Catarsi, una foresta simbolica ispirata all’immaginario di Hamnet di Chloé Zhao, dove la materia si alleggerisce e lo spazio entra in una sospensione finale. Le opere di Sofia Cacciapaglia, i vetri di Pia Glasswork e le ceramiche di continua+mamt costruiscono un ambiente in cui la fragilità diventa condizione da abitare. Le sculture della serie Swan trasformano la ceramica in forme morbide e organiche, segnando un processo di metamorfosi che attraversa l’intera mostra.
Qui il percorso si chiude con una domanda aperta: verso cosa orientiamo oggi il nostro sguardo? In un contesto dominato dalla velocità e dall’eccesso di immagini, la mostra suggerisce il valore di rallentare e disimparare, restituendo al mondo la possibilità di essere visto di nuovo.



