A Roma una mostra che parla di tecnologia, resistenza e dita

In mostra nello spazio romano ORMA Studio la nuova personale di Leonardo Zappalà, un dialogo tra distopie contemporanee e derive anti-umane

Tecnologia, distopia e politica sono al centro della ricerca di Leonardo Zappalà (Roma, 1998), la cui pratica artistica si radica nell’osservazione dei mondi che lo circondano, tramutandosi poi in parola, poesia e azione, mediante una pratica frenetica e multidisciplinare. Il lavoro di Zappalà si contraddistingue per l’impiego di strumenti che attingono dal linguaggio visivo del vandalismo: materiali di scarto, vernice spray, e una morbosa fascinazione per la strada e per gli individui che la abitano. Il tutto filtrato attraverso una prospettiva politica e sociologica, non estranea alla ricerca di un fragile equilibrio tra etica ed estetica.

Il titolo della mostra, La scrofa che divora la prole, allude a una dinamica di violenza che si trasmette, come una maledizione, di generazione in generazione. Il ruolo della figlia ribelle è qui affidato alla tecnologia, il cui avvento ha sovvertito ogni rapporto di potere preesistente.

La mostra si apre in un’iniziale ostile incomunicabilità. All’ingresso si oppone alla vista una parete in legno, oltre la quale si svela un piccolo rifugio di fortuna, una sorta di bunker post-atomico che trasforma lo spazio espositivo in un avamposto di resistenza.

Zappalà ha scelto di inserire, quasi ossessivamente, calchi di dita lungo il percorso espositivo: un gesto che nasce da una riflessione sull’incapacità dell’intelligenza artificiale di riprodurle correttamente: marcatori biometrici univoci, le dita si configurano per l’artista come l’ultima forma di resistenza sensuale all’inesorabile smaterializzazione del digitale. 

Lo Schizzato, installazione meccanica site-specific, si caratterizza per un meccanismo che, a intervalli, rompe il silenzio e scandisce il passare del tempo. Tre catene, mosse da un motore, si avvolgono e si svolgono ciclicamente in una vasca colma di un liquido denso e rossastro, mentre in cima al meccanismo, un supporto a parete ospita il disegno della testa pasciuta di un porco, che rievoca un immaginario di violenza e prevaricazione di orwelliana memoria, ma che riflette di rimando sul tradizionale simbolo associato al porco, quello di fertilità e abbondanza, richiudendo il cerchio della natura violenta e ossessiva della genitorialità. 

La scrofa che divora la prole è una mostra paranoica nell’accezione più umana possibile: il progresso tecnologico, lungi dall’essere accettato aprioristicamente, viene salutato nelle sue molte contraddizioni. Figlio di una certa cultura del sospetto — basti pensare ai progressi dell’intelligenza artificiale e della robotica, che promettono un futuro prossimo in cui a venire messo in discussione è il concetto stesso di umanità — Zappalà, come i personaggi che popolano le storie di Philip K. Dick, è mosso dalla ricerca di ciò che resta intrinsecamente reale e di un principio umano universale. In questa cornice, la nostalgia analogica che pervade l’intera mostra si configura come un dispositivo critico di resistenza: una traccia residuale dell’essere umano.