Cambiare la prosa del mondo. Sedici artisti, un solo spazio: Villa Medici

I borsisti in residenza all’Accademia di Francia in Roma 2024-2025 delineano i contorni di un mondo costretto a reinventarsi

Come ogni anno, l’Accademia di Francia a Roma diviene luogo d’espressione del pensiero e della sperimentazione artistica dei sedici borsisti che hanno abitato Villa Medici per l’anno 2024-2025. Per l’occasione, le opere lasciano l’intimità degli atelier e invadono le sale espositive, andando incontro ai visitatori. La mostra, aperta al pubblico fino all’8 settembre 2025, è curata da Lilou Vidal, la quale ha seguito i borsisti durante tutto l’anno, incontrandoli spesso, così da comprendere quale tipo di scrittura collettiva potesse nascere dalla loro convivenza. Ha scoperto una ricchezza straordinaria fatta di culture e discipline diverse e di linguaggi polifonici.

Come racconta Sam Stourdzé, direttore dell’Accademia, l’esposizione Cambiare la prosa del mondo è il frutto di numerose collaborazioni, tra i borsisti stessi ma anche con artisti e autori ospiti. «Il risultato – afferma Stourdzé – sono creazioni che conducono a territori a volte lontani, altre volte molto vicini, perché Roma, in questa mostra, non è mai troppo distante. Per una ragione precisa: è la città dove questi artisti hanno vissuto negli ultimi dodici mesi. Ed è una città che non poteva non impregnare, in un modo o nell’altro, i loro progetti». «L’esercizio svolto con gli artisti è stato molto particolare – dichiara la curatrice – Abbiamo voluto evitare la classica impostazione di mostra tematica. Ma dovevamo trovare un filo conduttore. Per caso, una delle artiste in residenza, Claudia Jane Scroccaro, stava lavorando su una poetessa che mi interessava molto: Amelia Rosselli».

Poetessa italiana nata da madre inglese e padre italiano assassinato durante il fascismo, la Rosselli si è trasferita a Roma a vent’anni, negli anni ’50, e ha iniziato a sviluppare un linguaggio molto particolare: un italiano imperfetto, contaminato dalle altre lingue. Il suo idioma ritmico e dissonante sconvolse i fondamenti del linguaggio normato e delle narrazioni dominanti. Questo invito a ripensare la scrittura del mondo fa eco agli interventi delle narrazioni artistiche, poetiche, politiche ed ecologiche che animano le ricerche multidisciplinari dei borsisti di Villa Medici, in un esercizio corale che scaturisce da una varietà di voci e pensieri.

La poesia di Amelia Rosselli si cristallizza in una suggestiva installazione sonora concepita dalla Scroccaro stessa, dove si mette in luce il legame profondo tra parola poetica e linguaggio musicale. I versi della poetessa si diffondono lungo le pareti come se fossero note su uno spartito, mentre una tastiera attende l’interazione del pubblico per dare voce e suono alle sue parole. Ne emerge un ritratto musicale che rende omaggio allo strumento immaginario che la Rosselli aveva sognato di creare, ma che non riuscì mai a realizzare.

Il titolo della mostra, Cambiare la prosa del mondo, deriva proprio da un breve verso della poetessa italiana, ed è stato tradotto nelle diverse lingue dei borsisti: inglese, arabo, francese, giamaicano. «A partire da li – continua la Vidal – ho proposto agli artisti di rispondere a quel verso con una frase a scelta, trovata, letta, inventata. Da queste è nato un tessuto di scrittura collettiva, che ha dato vita al palcoscenico della mostra».

Le frasi, grazie all’intervento grafico di Montasser Drissi, si inseriscono nello spazio espositivo come fosse un libro aperto e decostruito senza inizio né fine: percorrono angoli, si infilano nelle nicchie, salgono le scale, si nascondono negli archi e sotto i passaggi. Guidano e accompagnano il visitatore in un racconto alternativo e collettivo chè è l’espressione di 16 individualità e che si affianca alle opere presentate. La mostra si caratterizza per la diversità delle pratiche artistiche contemplate, dalla letteratura alla creazione musicale passando per la storia dell’arte, le arti plastiche, la fotografia e il cinema.

Durante il loro anno nella capitale, i borsisti sono stati spronati a vivere la residenza come un laboratorio di sperimentazione, che offre l’opportunità di condurre una ricerca a lungo termine, di esplorare nuove strade e di lasciarsi sorprendere e coinvolgere dai risultati degli incontri con altre pratiche artistiche e altre geografie. L’esposizione è un’estensione di questa esperienza, nonché un’opportunità per mettere in discussione il modo in cui vengono presentati i progetti che non rientrano nelle categorie espositive convenzionali. Come si concretizza una ricerca in corso? Come si possono unire le arti plastiche,quelle performative e la letteratura?

In un mondo attuale più che mai preoccupante, questo spazio-tempo di ricerca sospeso, lungo un anno, ha dato la possibilità di sperimentare nuovi schemi e intese, divenendo un  luogo volto ad affilare il pensiero e lo sguardo, e la propria capacità di convivenza: sono nate nuove alleanze e hanno condotto le ricerche verso direzioni inaspettate.

Nella sala zero si trova il primo lavoro: un dispositivo audio e pannelli tattili, realizzato da Pierre Von-Ow e ispirato alla figura del matematico Nicholas Saunderson e alla lezione sull’arcobaleno e i disegni nati dagli appunti dei suoi studenti, che offrono a  vedenti, malvedenti e non vedenti l’opportunità di comprendere contenuti e contorni Continuando si arriva nella sala cisterna in cui Clovis Maillet, specializzata in questioni legate al genere, ai femminicidi e ai trans-femminicidi, ha realizzato un’opera di grande impatto, che mette in scena tanto il lutto personale quanto quello collettivo.

Spostandosi nella prima sala ci si trova davanti a una porta di una prigione. Si tratta di un oggetto che nasce dalla collaborazione tra i borsisti, è un lavoro collettivo realizzato da Nicolas Daubanes, artista visivo che ha dedicato buona parte del suo lavoro di ricerca all’ambiente carcerario e Louisa Yousfi, autrice di Rester barbare. La calligrafia infantile che si legge sulla porta rende immortali gli avvertimenti di un padre palestinese al figlio affinchè possa sopravvivere al carcere e al nemico.

Nello stesso spazio si trova la prima traccia del lavoro di Pierre-Yves Macé, che nasce a partire da frammenti epistolari di figure come Leopardi, Gentileschi, Busoni, Carriera, Foscolo e Woolf, trasformati in materia sonora. I testi si diffondono attraverso una serie di canti accompagnati — o messi in contrappunto — dalla voce di Ludovica Manzo, ora dal vivo, ora registrata. Il percorso prende forma in una sorta di processione articolata in sei stazioni segnate nello spazio espositivo, dove la voce lascia tracce e riverberi elettronici, costruendo una geografia acustica della memoria.

Le pareti della sala ospitano l’installazione di Haig Aivazian, il quale interessato all’immaginario coloniale dell’Illuminismo, rivisita l’oggetto proto-cinematografico della lanterna magica e un found footage con una serie di fermenti e immagini riciclate, che mescolano immagini di corpi schiavizzati con icone di cartoni animati e dell’immaginario visivo d’oltreoceano, mettendo in scena il conflitto tra oscurità e luce artificiale, svelando le dinamiche di controllo e invisibilità che segnano la società contemporanea.

La seconda sala è dedicata all’opera immersiva di Abdessamad El Montassir, la cui ricerca si concentra su storie complesse del Sahara, su archivi materiali e sulla cartografia affermativa. In questo caso propone un viaggio sensoriale attraverso canto, musica, video e i racconti di lotta ed emancipazione degli Haratin (in senso letterale: “altrimenti liberi”), nome dato agli schiavi affrancati del Nord e dell’Ovest del territorio sahariano.

Amalia Laurent propone un lavoro, accompagnato da un intervento sonoro che si attiva ogni venti minuti, che nasce da una tecnica appresa in Indonesia, il batik, che ha rielaborato liberamente per tessere narrazioni alternative attorno alle perdite coloniali, riattivandone la simbologia politica.

Il progetto che segue è il frutto della collaborazione tra il borsista Nicolas Sarzeaud, storico dell’arte medievale specializzato nella questione della riproduzione dell’immagine di Cristo e Carlotta Bailly-Borg, interessata anch’essa all’iconografia sacra. I due hanno lavorato sul manoscritto ‘’Sur les traces du Christ à Rome’’ (XIVe-XVIe s.). L’opera indaga la “verità visiva” attraverso il concetto di immagine-impronta, ispirandosi al Santo Sudario di Torino. Le pagine di un manoscritto del XVI secolo diventano partitura animata da monaci copisti e figure grottesche disegnate da Carlotta Bailly-Borg.

Nicolas Daubanes ritorna con un racconto visivo e concettuale partendo dalla figura di Galileo Galilei, il quale ha trascorso del tempo a Villa Medici nel periodo in cui fu costretto ad abiurare la sue teorie. La finestra della sua cella, oggi ancora visibile dall’esterno della Villa, è la protagonista di una serie di fotogrammi attraversati dalle scintille prodotte da una sega circolare. La serie fa eco al dipinto del XIX secolo,di François-Marius Granet, in cui Galileo è raffigurato all’interno della sua cella, illuminato da un fascio di luce.

Situata in cima alle scale, in un piccola stanza invasa dalla vegetazione, si trova l’installazione di Bianca Bondi, la quale naturalizza lo spazio tramite le forze organiche di piante endemiche originarie del Lazio. Il suo scopo è riportare le api nel giardino della Villa, introducendo le piante cresciute in questa sala. Tipici oggetti dell’antica Roma, son disposti tra la vegetazione, testimoniando i meccanismi temporali tramite i quali il passato risorge tornando a coincidere col presente.

Ana Vaz è un’artista che si interessa alla questione del cinema dell’ombra, in opposizione al cinema delle luci. Ha sviluppato questa riflessione in un dispositivo video-sonoro dove il film è stato letteralmente sepolto nella terra, come una radiografia tellurica, per raccontare storie sepolte.

Due videoclip sono stati realizzati da Seynabou Sonko, in cui dà corpo a una pratica artistica multiforme: un dialogo tra il libro da lei scritto, Djinns (2023), e la sua attività di cantante e musicista. La sua espressione artistica intreccia lingua letteraria, dialetto e oralità in un linguaggio ibrido e profondamente personale. Fonde generi musicali come Hip-Hop, Bossa Nova ed elettronica, interrogando allo stesso tempo la rappresentazione delle donne nere nella storia dell’arte visiva, con uno sguardo critico e poetico.

Alessandro Gallicchio elabora una riflessione sull’opera e sul “realismo paradossale” dell’artista albanese Edi Hila (1944), figura di spicco della scena balcanica e testimone degli sconvolgimenti esperiti dalle realtà sociali postcomuniste europee. In mostra presenta per la prima volta tre disegni inediti, che raccontano scene di vita quotidiana, accanto a una scena ideologica che mostra l’influenza della società post-coloniale.

Durante l’anno, Lise Wajeman ha, con gli altri borsisti, dato vita a diversi atelier di lettura collettiva, una tecnica nata nei circoli operai della fine del XIX secolo. I libri, letti collettivamente ed esposti, sono la testimonianza di sessioni di lettura individuale,parziale e collettiva. Gli spettatori sono invitati a sperimentare lo stesso esercizio, tramite la condivisione di una biblioteca e delle sue modalità d’uso, in un intento di condivisione del sapere

Nella sala cinema è proiettato il film di Jérôme Printemps Clément-Wilz, dedicato a una lettura alternativa della figura di San Paolo: considerato padre della Chiesa attuale, l’artista lo immagina come queer e mistico, in conflitto con l’istituzione cattolica. Per attualizzare il suo personaggio, intraprende un road trip in una Kangoo — spazio mobile che diventa casa, rifugio o luogo di marginalità — incontrando minoranze e raccogliendo immagini e storie. Il progetto diventa così un racconto visivo e spirituale che mira a spostare i margini al centro.

info: villamedici.it