Un sindacato con la puzza sotto il naso

La mostra alla Gnamc del curdo Güneştekin ci ha detto che eravamo assenti e ci ha dimostrato che continuiamo ad esserlo

Un sindacato con la puzza sotto il naso. La mia è solo una battuta, ma insomma la sortita del sindacato della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (per la precisione tre sigle, ma con l’eccezione di FLP) contro l’installazione dell’artista curdo Ahmet Güneştekin, contestata appunto per cattivo odore, è di quelle che farebbero rivoltare nella tomba sia Antonio Gramsci, nella cui via a lui dedicata si trova la Gnamc, sia quello che è stato uno dei maggior sindacalisti del nostro paese, vale a dire Bruno Buozzi, che da il nome alla perpendicolare della stessa via Gramsci. Toponomastica a parte, la Gnamc non è il Pantheon dell’internazionale socialista ma certo mantiene la mente e le porte aperte a tutti quegli artisti che hanno da dire. Anche se sono verità scomode come quelle di Güneştekin. Ma i sindacati, svolgendo una funzione importante, contano e dunque la Direttrice della Gnamc, Renata Cristina Mazzantini, viste le prese di posizioni, prontamente cavalcate da alcuni siti, ha deciso, ascoltando preventivamente l’artista, di rimuovere l’opera contestata.

Ma da dove arrivava questa puzza che ha fatto storcere il naso a dipendenti e qualche avventore? Un percolato industriale? Scorie chimiche? Letame animale? No, trattavasi di scarpe e la puzza era dei piedi di quelli che le avevano possedute e indossate. Il Picco di memoria è una delle installazioni più intense di Güneştekin: una montagna di scarpe nere, di quelle indossate ogni giorno da lavoratori, rifugiati, bambini, anziani. “Quelle che hanno sempre indossato i miei genitori”, ha precisato l’artista. Un’opera densa di materia e significato, inizialmente installata per la Sala delle Battaglie come monumento silenzioso al dolore dei più fragili. Scarpe cariche di storie di vita vissuta, di sudore, di povertà; non solo oggetti, ma frammenti di esistenze reali.

Ed è così che oggi in conferenza stampa Güneştekin, tirando fuori tutta la profondità della sua arte e del vissuto suo e del popolo curdo, ha risposto a chi gli chiedeva dell’opera e della rimozione: “Se ho offeso qualcuno – ha detto – me ne scuso, ma quello che avete sentito è il nostro di odore. La povertà e la morte non hanno profumo”. E sotto questa drammatica luce anche l’opera che apre la mostra “YOKTUNUZ”, che in turco vuol dire “eravate assenti”, assume il peso di un macigno, lo stesso masso che in un’altra sala è posato su un’alta pira di libri e simboleggia il peso delle dittature.

Ma alla fine va bene anche così. Il sindacato della Gnamc, con la sua pur lecita protesta, ha sottolineato quella verità nascosta che divide chi le guerre le fa o le sente e chi le vive e le subisce. Siamo coi curdi o con gli armeni quando postiamo sui social la nostra indignazione o nelle chiacchiere in pizzeria dove esprimiamo il nostro biasimo. Poi al primo odorino fuori posto anteponiamo il nostro olfatto all’indignazione, le nostre piccole paure a qualcosa che denuncia gli stermini. Una delle funzioni dell’arte del resto è proprio mettere in luce le contraddizioni, i limiti, le paure proprie ed altrui. La mostra alla Gnamc di Güneştekin ci ha detto che eravamo assenti e ci ha dimostrato che continuiamo ad esserlo.