Ahmet Güneştekin alla GNAMC, ridare voce alle storie marginali

Primo artista curdo a esporre nel museo romano, Güneştekin denuncia esclusioni politiche e culturali con un’arte dal forte impegno sociale

Con YOKTUNUZ, in programma dal 1° luglio al 28 settembre 2025, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ospita per la prima volta la personale di un artista curdo, Ahmet Güneştekin. Non è solo un evento espositivo, ma un gesto culturale e politico significativo, che riconosce una storia fatta di rimozioni, esclusioni e ferite ancora aperte. Nato nel 1966 a Batman, nel sud-est della Turchia, Güneştekin è un artista autodidatta che unisce pittura, scultura e installazioni, esplorando le radici culturali e le tensioni politiche della sua regione. Il suo lavoro riflette un forte impegno verso la memoria collettiva e le questioni di identità.

La mostra, curata da Sergio Risaliti e Paola Marino e organizzata da Angelo Bucarelli, è stata presentata il 30 giugno alla stampa. «Ho conosciuto meglio l’artista dal punto di vista umano – ha raccontato la direttrice della GNAMC Renata Cristina Mazzantini – e ho apprezzato la sua sensibilità e il suo rispetto per l’arte e per i luoghi dell’arte. Quando ho visto la sua antologica a Istanbul sono rimasta profondamente colpita ed emozionata. Questa mostra, pensata in tempi rapidi, è riuscita a trovare un dialogo profondo con la collezione permanente e a restituire senso a spazi anche complessi. Credo che Ahmet abbia avuto un vero colpo di fulmine con la Galleria. Il risultato è un progetto importante, non solo dal punto di vista artistico».

Il titolo, YOKTUNUZ, — “Eravate assenti” in turco — è un monito che attraversa tutta l’opera di Ahmet Güneştekin. È rivolto a chi ha scelto di ignorare, escludere, cancellare intere storie e identità, come quella curda, dalla memoria comune. Non un’accusa vaga, ma una parola che pesa, un richiamo a chi ha voltato lo sguardo. Per Güneştekin, questa assenza è quella di un’identità sottratta, di lingue proibite, città cancellate, memorie perdute. Eppure è anche una domanda rivolta al presente: chi oggi continua a non esserci, chi tace di fronte al dolore? Alla Galleria Nazionale, YOKTUNUZ diventa così un invito a farsi vedere, a non lasciare che il silenzio avvolga ciò che merita di essere ricordato.

Güneştekin, artista che avevamo approfondito in un articolo su Inside Art in occasione della sua grande mostra a Istanbul, racconta una realtà segnata da proibizioni, repressioni e violenze: «La lingua curda è stata vietata, ci sono state distruzioni e torture. Il cambiamento è lento e le cicatrici restano». La sua arte non è mai neutrale, ma un atto di resistenza che cerca di restituire visibilità a chi è stato escluso dalla narrazione ufficiale.

Il percorso espositivo nel museo romano Roma riflette queste urgenze. Le opere – installazioni, dipinti, sculture – affrontano senza filtri i conflitti etnici, la violenza del potere, la condizione delle minoranze e le distruzioni delle città curde. Non si tratta di un racconto consolatorio o commemorativo, ma di un confronto diretto con il presente, spesso scomodo. Nel suo allestimento, la mostra instaura un dialogo forte con gli spazi storici della Galleria Nazionale, in particolare con la celebre Sala dell’Ercole e Lica. Qui, la forza mitologica e il corpo eroico si confrontano con le opere di Güneştekin, che esplorano la fragilità delle identità e delle memorie cancellate, creando così un contrappunto potente tra mito e realtà contemporanea.

Tra i lavori più emblematici c’è proprio YOKTUNUZ, che dà il nome alla mostra, un muro alto quattro metri composto da oggetti bruciati e deformati recuperati tra le macerie di Diyarbakir e Hatay. Non è solo simbolo di assenza, ma una testimonianza concreta di perdita e precarietà, che sfida lo spettatore a non distogliere lo sguardo. Come sottolinea Sergio Risaliti: «sono opere monumentali ma con una grande sensibilità, che vanno oltre la cronaca per parlare del presente. Il progetto – ha aggiunto il curatore – rappresenta una possibilità per i nostri musei di uscire dalla propria “comfort zone”, mettendo in dialogo culture e memorie diverse, e facendo emergere tensioni e contrasti che sono invece la linfa vitale della contemporaneità». Paola Marino ha evidenziato invece come «l’arte di Güneştekin, nella sua dimensione installativa e pittorica, sia un’intensa fusione di espressività e riflessione sociale: «Ahmet trasforma eventi specifici in esperienze universali, con una forte componente umana e culturale».

Un altro pezzo centrale è Umano, una scultura lunga sette metri che rappresenta la “colonna vertebrale” dell’artista, con sette anelli solari che richiamano un detto anatolico sul coraggio e l’integrità morale. Un autoritratto che parla di forza e resilienza, in un contesto segnato da esclusioni.

La mostra avrebbe dovuto includere anche Picco di memoria, una delle installazioni più intense di Güneştekin: una montagna di scarpe nere, identiche a quelle indossate ogni giorno da lavoratori, rifugiati, bambini, anziani. Un’opera densa di materia e significato, inizialmente installata per la Sala delle Battaglie come monumento silenzioso al dolore dei più fragili. Nei giorni precedenti la presentazione, tuttavia, l’opera è stata rimossa a seguito delle segnalazioni del personale museale, che lamentava un odore pungente e persistente proveniente dai materiali. Güneştekin, pur ribadendo che l’installazione era conforme alle normative, ha deciso di incontrare i dipendenti per spiegare il senso profondo di quel lavoro: le scarpe erano cariche di storie, di sudore, di povertà; non solo oggetti, ma frammenti di esistenze reali. «La povertà e la morte non hanno profumo», ha dichiarato, «ma rispetto chi quel disagio lo ha sentito sulla propria pelle». In segno di ascolto e dialogo, ha scelto di ritirare l’opera, sostituendola con una serie di fotografie che ne conservano memoria e significato. Per l’artista, questa trasformazione non è una perdita, ma un nuovo modo di far vivere l’opera, che continua a parlare attraverso un linguaggio diverso, più sottile ma altrettanto potente.

Accanto al suo lavoro artistico, Güneştekin è impegnato anche sul piano sociale. È attivo nel sostegno a studenti e giovani artisti attraverso una fondazione che porta il suo nome, con sede a Istanbul e presto anche a Venezia, dove ha recentemente acquistato Palazzo Gradenigo con l’obiettivo di farne uno spazio di ricerca e produzione culturale indipendente. Un gesto che dà continuità concreta al suo impegno per una cultura accessibile e inclusiva.

In un tempo in cui la semplificazione domina il racconto pubblico, YOKTUNUZ costringe a fare i conti con ciò che di solito resta fuori campo. Più che una mostra, è uno spazio di attrito: tra memoria e rimozione, tra presenza e assenza, tra ciò che si vuole vedere e ciò che si preferirebbe ignorare. La relazione con la Galleria Nazionale, inoltre, non finirà con la mostra: due opere – Il Sole dai sette occhi 2G e Sarcofagi dell’Alfabeto – saranno donate alla collezione permanente. «Un gesto che lascia un segno concreto», ha detto la direttrice Mazzantini, «ma soprattutto un modo per portare dentro il museo una voce necessaria».