Sarà visitabile fino al 2 novembre 2025 la mostra Antonio Ligabue e l’arte degli outsider curata da Simona Bartolena al Palazzo delle Paure di Lecco e realizzata da ViDi cultural e Ponte43, in collaborazione con il Comune di Lecco e il Sistema Museale Urbano Lecchese (SiMUL).Al centro dell’esposizione vi sono le opere di otto artisti outsider (Antonio Ligabue, Filippo de Pisis, Carlo Zinelli, Gino Sandri, Edoardo Fraquelli, Pietro Ghizzardi, Mario Puccini, Rino Ferrari) che hanno conosciuto nella loro vita l’esperienza del manicomio e lo stigma che da sempre ha accompagnato la condizione del malato psichiatrico, spesso considerato pericoloso e per questo da marginalizzare.
Outsider perché caratterizzati da uno stile artistico fuori dagli schemi, spesso lontano dal sistema dell’arte ufficiale e non incasellabile nelle tradizionali categorie storico-artistiche perché divergente e personale ma tacciato di “follia” da parte di chi non ha saputo comprenderne la sensibilità.


Il percorso, che occupa lo spazio dedicato alle mostre temporanee al primo piano del Palazzo delle Paure, si apre con un’installazione del 2004 dell’artista contemporaneo Giovanni Sesia (1955) intitolata Icone del dolore (volti dal manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia). Sesia ha fatto della follia uno dei temi principali della sua ricerca a partire dal 1990, quando ha rinvenuto l’archivio fotografico di un ospedale psichiatrico abbandonato: l’artista ha rimaneggiato alcuni scatti risalenti agli anni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento che ritraggono i degenti del manicomio di San Lazzaro (lo stesso in cui per un periodo fu internato anche Antonio Ligabue), digitalizzandole e modificandole con la foglia d’oro e la pittura, per restituire una storia e una dignità a questi volti senza nome.


Nell’installazione di Sesia, infatti, vediamo le fotografie accompagnate da scritte dorate di difficile decifrazione (forse dei nomi? Sotto il volto di un giovane uomo sembra quasi di intravedere la scritta “Lorenzo”), esattamente come è complesso, se non impossibile, ricostruire le vicende e l’identità di queste persone, delle quali ci sono rimaste solo delle vecchie fotografie sbiadite (situazione per certi aspetti paradossale, in realtà, se si considera che questi scatti color seppia provengono da un’epoca in cui avere un ritratto, pittorico o fotografico, era un privilegio di pochi).
Uomini, donne, giovani, anziani: alcuni hanno gli occhi sgranati e lo sguardo assente, altri invece rivelano una perfetta consapevolezza di sé. Questo ci ricorda che un tempo i manicomi erano sì cliniche per il trattamento (spesso violento e disumano) della malattia psichiatrica ma anche veri e propri luoghi di reclusione per neutralizzare persone scomode, perché dissidenti o – a vario titolo – fuori dal coro: contesti di emarginazione autoritaria del diverso insomma, in nome di una pretesa normalità, che diverranno, non a caso, uno dei principali temi di contestazione tra anni Sessanta e Settanta, generando importanti riflessioni in campo filosofico (si pensi a Michel Foucault) e medico (Franco Basaglia e la sua rivoluzione psichiatrica).


Un’esperienza di ingiusta reclusione viene vissuta per esempio da Filippo de Pisis (1896-1956), presente nella mostra lecchese: artista e poeta forse meno outsider degli altri in quanto comunque partecipe della vita artistica tra anni Trenta e Cinquanta (avvicinandosi alla Metafisica dei fratelli De Chirico), rimane però sempre indipendente, senza aderire mai completamente a nessuna delle Avanguardie. Estroso e omosessuale, attira l’attenzione su di sé a inizio anni Quaranta e viene per questo internato nella clinica per malattie nervose di Brugherio in Brianza. Durante la degenza realizza le opere in mostra come Brugherio (1948), in cui una casa di ringhiera (tipica della campagna brianzola e milanese) dai colori terrosi fa da sfondo a tocchi di colore densi e corposi che delineano le figure umane e i volatili presenti in primo piano.
Un impiego simile di pennellate materiche quasi in rilievo rispetto alla superficie del quadro si trovano anche nelle opere del toscano Mario Puccini (1869-1920): dopo una formazione accademica segnata dalla conoscenza di Giovanni Fattori che lo esorta a dedicarsi alla pittura, Puccini viene internato per depressione prima a Livorno e poi a Siena. Uscito dal manicomio, riprende la produzione artistica con rinnovato vigore e uno stile post-macchiaiolo che tradisce la conoscenza delle opere di Van Gogh e Cézanne e si incentra su rappresentazioni agresti luminose e calde, come Verziere, cavoli bianchi o La quercia – castagni.

Come De Pisis, anche il pittore e illustratore Gino Sandri (1892-1959) viene ingiustamente internato in manicomio nel 1924 per non meglio identificati crimini “di natura politica” e poi, di nuovo, presso il manicomio brianzolo di Mombello, a seguito della morte della madre che lo fa cadere in depressione. Lì realizza una serie di disegni che ritraggono le persone che popolano la struttura, per lo più anziani degenti colti in scorci della loro quotidianità.
Esperienza simile è anche quella di Rino Ferrari (1920-?) che in manicomio ritrae gli anziani moribondi a cui, fervente cattolico, cerca di portare un po’ di conforto. Così come accade per i disegni di Sandri, anche quelli di Ferrari sono realizzati su carta di recupero, come un vecchio ciclostile recante gli orari delle messe, sul cui retro disegna il profilo di un anziano uomo in agonia dalle guance scavate e gli occhi infossati che, come recita una delle scritte che accompagnano lo schizzo, è “non sereno ma in attesa di serenità”.
Come per Ferrari, reduce della guerra in Grecia, anche Carlo Zinelli (1916-74) rimane segnato dagli orrori bellici e in manicomio inizia a dipingere su consiglio del suo psichiatra, producendo opere di grande sincretismo stilistico che uniscono spunti grafici egiziani, aborigeni, elementi calligrafici e riferimenti alla cultura contadina della sua terra d’origine, ovvero la campagna veronese. Questa libertà espressiva molto vicina a stilemi primitivisti verrà ammirata anche da Jean Dubuffet, padre negli anni Quaranta della cosiddetta Art Brut, espressione che designa proprio quell’arte i cui autori operano fuori dal sistema ufficiale e senza finalità economiche, mossi solo dalle proprie esigenze espressive e spesso provenienti da contesti marginali e disagiati.

A conclusione del percorso c’è poi anche un’ultima sezione monografica, una vera e propria “mostra nella mostra”, dedicata ad Antonio Ligabue (1899-1965), artista “manicomiale” per antonomasia. Svizzero di origini ma trasferitosi a Gualtieri, in Emilia Romagna, vive un’esistenza segnata dalla povertà e dall’emarginazione, dovute a una situazione familiare precaria, difficoltà linguistiche e disturbi cognitivi che gli causeranno diversi ricoveri presso manicomi sia svizzeri che italiani. È però proprio durante la degenza che inizia ad avvicinarsi all’arte, la quale lo porterà alla fine degli anni Venti a essere notato da artisti già affermati (come Marino Renato Mazzacurati della Scuola Romana) e dalla critica.
Per quanto troppo spesso relegato al novero dell’arte naïf, la sua pittura evidenzia una visione molto personale e consapevole che attraversa almeno tre fasi, tra gli anni Venti e Cinquanta, segnate da un uso sempre più deciso del colore e da soggetti ricorrenti, tra cui gli animali (è il caso di tele come Leonessa con zebra del 1959-60 o Orso del 1955) e la vita dei campi che unisce riferimenti paesaggistici emiliani e svizzeri. Soprattutto le tele che rappresentano bestie feroci ed esotiche, per esempio, sembrano configurarsi quasi come una sorta di rappresentazione delle dinamiche sociali aggressive in cui vige la logica hobbesiana dell’homo homini lupus.


L’arte per Ligabue diviene così strumento terapeutico e mezzo di affermazione della propria dignità in quanto persona, dimostrando di avere qualcosa da donare al mondo a prescindere dalla propria condizione di disagio. Questo traspare in particolar modo dai numerosi autoritratti che realizza nel corso della propria vita e che, nella resa delle sue imperfezioni, restituiscono immagini del suo volto estremamente crude e mai edulcorate (è il caso di Autoritratto con grata del 1957 e, soprattutto, di Autoritratto con mosca del 1955-56). In essi, Ligabue sembra voler svelare la propria sofferenza fisica, psichica, emotiva attraverso ferite sanguinolente e sguardi che chiamano in causa direttamente lo spettatore, in cerca di un contatto, quasi a volergli dire “guardami: nonostante ti costi ammetterlo, anche io sono come te. Respiro, mangio, dormo, lavoro, vivo come te.” Sguardi che sembrano davvero farsi portavoce di tutti questi artisti a lungo incompresi, a cui la mostra vuole restituire il giusto riconoscimento.
«Sai che penso abbastanza spesso? Che se anche non avessi successo, potrei portare avanti comunque ciò a cui ho lavorato. Non direttamente, ma non si è soli a credere in ciò che è vero. E allora che importa al livello personale? Sento che le persone sono come il grano. Se uno non viene seminato nella terra per germinarvi, che importa, si macina per diventare pane. Ecco la differenza tra felicità e infelicità, entrambe sono necessarie e utili, come la morte o la scomparsa, è così relativo, e così la vita. Anche davanti a una malattia che mi distrugge e mi spaventa, questa convinzione è incrollabile». Così scriveva Vincent Van Gogh (altro grande artista “folle”) al fratello Theo in una lettera del 1889, durante la sua permanenza all’Ospedale psichiatrico Saint-Paul-de-Mausole, in Provenza.

Le lettere di Van Gogh al fratello sono, prima ancora che un epistolario d’artista, la confessione sincera di un uomo che, nella propria immensa fragilità, cerca disperatamente il proprio posto nel mondo ravvisando nell’arte una possibile ragione di vita, un indirizzo da seguire per trovare la propria realizzazione personale, il proprio senso. Sappiamo già come si è conclusa la sua vita ma sappiamo anche il riconoscimento che ha ottenuto successivamente e il valore che la sua arte continua ad avere per noi.
Ed è proprio questo il senso ultimo della mostra Antonio Ligabue e l’arte degli outsider: raccontarci come otto artisti, più o meno noti, più o meno riconosciuti dal sistema dell’arte, abbiano cercato il proprio significato nel mondo e lo abbiano trovato nell’arte. Forse all’epoca non lo immaginavano ma quello che hanno seminato, nella solitudine e nell’incomprensione generali, continua ancora oggi a germinare.


