A Ostrava, in Repubblica Ceca, esiste PLATO, una galleria d’arte contemporanea le cui sale prendono vita tra le mura restaurate di un edificio storico. Dove oggi si ospitano allestimenti, residenze artistiche e workshop, nel tardo Ottocento si macellava il bestiame. La struttura, infatti, era in origine un noto macello della periferia urbana, divenuto col tempo un souvenir del passato industriale della città. La recente conversione del sito è opera dell’architetto polacco Robert Konieczny e del suo studio KWK Promes. Con questo progetto (2022), che cuce la storia al futuro attraverso una concezione dinamica dell’architettura, lo studio si è guadagnato un posto tra i cinque finalisti del premio europeo Mies van der Rohe 2024.


A guidare il progetto è stato il deliberato tentativo da parte degli architetti di rendere l’arte un concetto (e uno spazio) più democratico. Oltre al recupero del complesso in disuso, Konieczny si è occupato anche della riqualificazione dell’area verde circostante, donando ai visitatori e ai cittadini di Ostrava un parco rigoglioso, artistico e biodiverso. L’inserimento di sei pareti girevoli nei muri perimetrali dell’edificio ha permesso, inoltre, di sfumare i confini tra interno ed esterno, fino a creare uno spazio ibrido e dinamico che richiama l’attenzione del pubblico sia sull’arte sia sulle questioni ambientali.
Le sale espositive, così, si estendono direttamente verso il parco, permettendo ad artisti e curatori di sperimentare nuove forme di allestimenti e performance, capaci di superare i vincoli architettonici. Questo sistema innovativo di aperture mobili vuole rappresentare, secondo la visione creativa di KWK Promes, un punto di contatto tra la galleria e la città, un invito permanente a entrare.


All’inizio dei lavori, nel 2020, il vecchio macello appariva in condizioni visibilmente malsane. Parzialmente abbattuto dai numerosi crolli subiti negli anni e ricoperto da strati di sporcizia dovuti allo smog del passato, l’edificio necessitava di un intervento di rigenerazione profonda, capace di guarire le ferite lasciate dal tempo e dall’incuria.
È da queste carenze che nasce PLATO. I vuoti, i mattoni anneriti e le macerie diventano fonte d’ispirazione e strumento per una trasformazione gentile, che non cancella l’identità dell’edificio, ma al contrario ne esalta la memoria. Le parti distrutte sono state reinnalzate in microcemento, in modo tale da rendere visibile una netta distinzione cromatica tra il grigio degli elementi di nuova costruzione (come le pareti girevoli) e il rosso dei mattoni originali. Laddove in origine c’erano delle finestre, anch’esse sono state fedelmente riprodotte, ma in cemento. I mattoni danneggiati, sono stati sostituiti da altri intatti, recuperati da terra. Il risultato è un unico corpo architettonico, rivestito di due “pelli” di diverso colore, cucite assieme come se l’una fosse la naturale continuazione dell’altra.



