Kim Sajet ha annunciato le sue dimissioni dalla direzione della National Portrait Gallery di Washington D.C., chiudendo un capitolo lungo dodici anni alla guida di una delle più importanti istituzioni museali statunitensi. La decisione arriva a poche settimane di distanza da un controverso annuncio del presidente Donald Trump, che aveva dichiarato via social media di averla licenziata, nonostante l’assenza di un reale potere esecutivo in merito. Il suo addio si inserisce in un contesto di crescenti pressioni politiche rivolte al settore culturale e di un rinnovato dibattito sull’indipendenza delle istituzioni museali.

Le dimissioni dopo il post di Trump su Truth Social
La decisione di Kim Sajet di lasciare la direzione della National Portrait Gallery è stata resa pubblica il 13 giugno 2025 attraverso un messaggio rivolto allo staff dello Smithsonian Institution. Pur senza fare riferimento diretto al presidente o ai recenti sviluppi, Sajet ha dichiarato: «Non è stata una decisione facile, ma credo sia quella giusta. Fin dall’inizio ho sempre messo al primo posto il museo. Oggi, credo che fare un passo indietro sia il modo migliore per servire l’istituzione che porto nel cuore».
La sua uscita arriva dopo che il presidente Trump, attraverso un post pubblicato su Truth Social, aveva dichiarato di averla rimossa dal ruolo, accusandola di essere «una persona altamente partigiana e una forte sostenitrice della DEI, cosa totalmente inappropriata per il suo incarico». Tuttavia, lo Smithsonian Institution – ente che gestisce la Galleria e altri 20 musei – ha chiarito pubblicamente che il capo dello Stato non ha alcuna autorità formale sulle sue nomine interne. A ribadirlo è stato anche il Segretario dello Smithsonian, Lonnie G. Bunch III, che in una comunicazione interna ha ringraziato Sajet per il suo operato e ha sottolineato come abbia sempre anteposto gli interessi dell’istituzione ai propri.
A sostituirla ad interim sarà Kevin Gover, sottosegretario dello Smithsonian per musei e cultura. Intanto, il Board of Regents – l’organo di governo dello Smithsonian composto da membri del Congresso, cittadini nominati e figure istituzionali – ha confermato l’autonomia dell’ente nella gestione delle proprie risorse umane e delle sue attività, impegnandosi a mantenere i propri standard accademici liberi da condizionamenti politici o ideologici.

Le tensioni tra cultura e politica
Il caso Sajet ha evidenziato le crescenti interferenze della politica nel settore culturale. Fin dal primo giorno del suo secondo mandato, il presidente Trump ha intrapreso una campagna contro i programmi di Diversity, Equity and Inclusion (DEI) presenti in numerose istituzioni sovvenzionate dallo Stato federale. Un ordine esecutivo firmato all’inizio di quest’anno ha infatti imposto la chiusura di queste iniziative sia allo Smithsonian che alla National Gallery of Art.
La lista di contestazioni pubblicata successivamente dalla Casa Bianca nei confronti di Sajet comprendeva 17 punti, tra cui un pannello espositivo accanto al ritratto presidenziale dello stesso Trump, che menzionava l’“incitamento all’insurrezione” del 6 gennaio 2021 e i due procedimenti di impeachment subiti durante il primo mandato. In risposta, alcuni membri del Congresso hanno definito “illegale” il tentativo di rimozione da parte del presidente. «Il licenziamento della direttrice Sajet è inaccettabile e ha lo stesso valore legale dei precedenti tentativi di minare l’indipendenza dello Smithsonian: assolutamente nessuno», hanno dichiarato i deputati democratici Joe Morelle e Rosa DeLauro.
Il clima generato da queste interferenze solleva interrogativi sulla libertà delle istituzioni culturali di condurre ricerche e programmare contenuti espositivi in autonomia. Secondo Sally Yerkovich, esperta museale della Columbia University, la vicenda potrebbe avere un effetto dissuasivo sulle attività di altri musei: «Non potrà che indurre altre istituzioni a riflettere attentamente su ciò che fanno».

Il percorso di Kim Sajet e l’eredità lasciata
Kim Sajet, 60 anni, è stata la prima donna a dirigere la National Portrait Gallery. Di origini nigeriane, cresciuta in Australia e cittadina olandese, ha costruito una carriera internazionale che l’ha portata alla guida dell’istituzione americana nel 2013. Laureata in storia dell’arte e amministrazione aziendale, ha completato studi in museologia e frequentato corsi di leadership artistica presso Harvard, Getty e National Arts Strategies. Ha ricoperto incarichi museali in Australia fin dagli anni ’90, è stata direttrice delle relazioni istituzionali al Philadelphia Museum of Art e ha guidato la Pennsylvania Academy of Fine Arts contribuendo, tra l’altro, all’acquisto congiunto del dipinto The Gross Clinic di Thomas Eakins. Prima di approdare allo Smithsonian, ha diretto per sei anni la Historical Society of Pennsylvania.
Durante il suo mandato alla National Portrait Gallery, Sajet ha promosso una narrazione più inclusiva dell’identità americana. «Insieme abbiamo lavorato per raccontare una storia più piena, più americana – una che favorisca connessione, riflessione e comprensione», ha affermato nel suo discorso d’addio. L’impatto del suo lavoro è stato sottolineato anche da Lonnie Bunch: «Ha ripensato e trasformato l’impatto e il racconto della ritrattistica».
Lo storico Samuel J. Redman ha definito il suo contributo “straordinario” spiegando come Sajet abbia ampliato la visione della collezione museale, tradizionalmente centrata sulle figure maschili bianche. «È un risultato deludente. – ha commentato – Ha fatto molto per rendere la Galleria uno specchio della pluralità dell’esperienza americana».



