Ad Abano Terme gli scatti dell’archivio Magnum Photos sulla presenza femminile nella società

Villa Bassi Rathgeb propone una mostra che, tra punti di forza e di debolezza, restituisce una panoramica della presenza femminile nell’agenzia fotografica newyorkese dagli anni Cinquanta a oggi

Sarà visitabile fino a settembre 2025 la mostra fotografica Women Power. L’universo femminile negli scatti dell’agenzia MAGNUM Photos dal dopoguerra a oggi, curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi (rispettivamente Direttore Artistico e Responsabile Mostre della Fondazione CAMERA – Centro italiano per la fotografia di Torino) al Museo Villa Bassi Rathgeb ad Abano Terme, in provincia di Padova. L’esposizione si propone di rendere conto della crescente presenza delle donne nel corso del Novecento sia, in senso più ampio, come parte attiva e centrale nella società sia come fotografe professioniste, tramite una selezione di scatti tratta dall’enorme archivio di Magnum Photos, celebre cooperativa e agenzia fotografica nata a New York nel 1947 per volontà di Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodger.

Come ricordano i curatori nei saggi introduttivi in apertura del catalogo, la presenza femminile nell’ambito della Magnum Photos è stata inizialmente scarsa e spesso segnata da paternalismo e sessismo, come lamentavano Eve Arnold e Inge Morath, prime donne ad essere ammesse a inizio anni Cinquanta nell’agenzia, ma è poi divenuta, soprattutto negli ultimi decenni, sempre più significativa. La mostra dunque ha come intento dichiarato quello di documentare attraverso le fotografie dell’archivio Magnum questa crescente presenza femminile attraverso punti di vista differenti, ovvero quelli di fotografe, fotografi nonché dei vari soggetti immortalati negli scatti.

Il percorso espositivo si articola in sei sezioni tematiche, dislocate nei vari spazi della Villa aponense: il nucleo principale della mostra ha sede nel piano interrato, dove si trovano quattro delle sei sezioni (“Madri e figli”, “Crescere”, “Identità individuale, identità collettiva” e “Il corpo politico”); si prosegue poi al piano nobile e al penultimo piano con le rimanenti due, “Il corpo pubblico” e “Il corpo come campo di battaglia”. Ciascuna sezione approfondisce dunque un tema legato alla condizione femminile visto da fotografi e fotografe che negli anni sono entrati a far parte della Magnum Photos e contraddistinti da età, provenienze geografiche e stili molto diversi.

Nella sezione “Madri, figli”, per esempio, viene esplorato il tema della maternità che a lungo nella storia è stato considerato una prerogativa dell’esperienza delle donne e che oggi comincia (ancorché non ovunque) a essere contraddistinto da una maggiore libertà di scelta. Troviamo qui alcuni scatti di Eve Arnold della serie A baby’s first five minutes (1958-60), che documentano i primi istanti di vita di un neonato nel reparto di neonatologia dell’ospedale di Port Jefferson, alcuni intimi e dolorosi, come il momento del parto, altri più ironici, come la pesatura del bebè appena nato su una bilancia.

Sempre Arnold è presente anche in un’altra sezione della mostra, “Il corpo pubblico”, assieme ad altri grandi nomi della fotografia del Novecento come Elliott Erwitt, Marilyn Silverstone e Inge Morath: questa parte del percorso si focalizza infatti sugli scatti che questi fotografi hanno dedicato a due figure tra le più emblematiche del jet set statunitense tra anni Cinquanta e Sessanta, ovvero Marilyn Monroe e Jacqueline Kennedy, due donne senz’altro molto diverse ma accomunate dalla enorme pressione mediatica a cui sono state sottoposte anche nei momenti più cupi della loro vita (tra le fotografie di Jacqueline Kennedy presenti in mostra, per esempio, troviamo proprio quelle che Erwitt ha realizzato il giorno del funerale del marito, il 25 novembre 1963).

La riflessione riguardo agli standard estetici spesso inarrivabili a cui la società sottopone soprattutto le donne, si affianca anche al dibattito politico attorno all’autodeterminazione e alla libertà di scelta che rende quello femminile un corpo estremamente politico, costantemente sottoposto a dinamiche di potere che si giocano appunto sulla loro pelle. Proprio questo è il tema al centro degli scatti, presenti nella sezione “Il corpo politico”, del fotografo polacco Rafał Milach che nel 2020-21 ha documentato le proteste scoppiate in Polonia a seguito dei provvedimenti governativi che hanno reso l’aborto praticamente inaccessibile anche in caso di gravi danni per il feto.

Corpo politico ma anche corpo “come campo di battaglia”, riprendendo il titolo dell’ultima sezione che incontriamo percorrendo la mostra, dedicata agli scatti di autrici come Newsha Tavakolian che, accompagnati da didascalie che riportano le loro testimonianze, documentano le condizioni di vita di alcune ragazze che per sfuggire alla povertà hanno scelto di aderire alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), un gruppo di guerriglia nato negli anni Sessanta in opposizione al governo.

Ad accompagnare queste fotografie vi sono anche quelle di Robert Capa che nell’immediato secondo dopoguerra ha usato la sua macchina fotografica per documentare le operazioni di ricostruzione post-belliche da parte della popolazione, tra le quali figurano anche numerosi gruppi di donne intente, per esempio, a ripulire le strade di Berlino dalle macerie degli edifici semidistrutti (1945). Forse un po’ più deboli risultano invece le altre due sezioni, ovvero “Crescere” e “Identità individuale, identità collettiva” non sempre del tutto coerenti con il concept della mostra e con le descrizioni fornite a corollario sui pannelli esplicativi.

Nel caso della prima, dedicata al periodo dello sviluppo e alla costruzione della propria identità a contatto con la società e con le sue influenze, gli scatti di Alessandra Sanguineti colgono nel segno, poiché mostrano due cugine adolescenti nel loro percorso di crescita, con i loro desideri e i loro sogni che si scontrano però con il contesto dell’Argentina rurale in cui vivono (The Adventures of Guille and Belinda and the Enigmatic Meaning of Their Dreams, 1999-2004).

Nel caso di Bruce Davidson, invece, questa coerenza non è così evidente: gli scatti da lui realizzati nel quartiere newyorkese di Harlem negli anni Sessanta (East 100th Street, 1966-68), infatti, sono senz’altro indicativi della condizione di marginalità in cui viveva la comunità afro-americana ma senza un effettivo legame con il tema dichiarato della mostra. Il suo obiettivo era principalmente quello di denunciare la condizione di povertà e di disagio abitativo in cui versava la comunità black residente in quel quartiere, ponendo ciò all’attenzione delle autorità governative. Le fotografie esposte mostrano infatti bambini e adolescenti colti in momenti di quotidianità e intimità, nelle loro case troppo piccole e insalubri o nelle strade, ma non vi è nulla che possa davvero portare a una riflessione sulla condizione specifica delle donne e delle ragazze in quel contesto (o in quello odierno). Nessun riferimento, per esempio, alla condizione di duplice discriminazione – in quanto donne e in quanto persone nere – esperita nella società dalle donne afro-discendenti che dunque, come tali, vivono uno stato di maggiore ingiustizia.

L’altra sezione, invece, dal titolo “Identità individuale, identità collettiva”, riflette su come il contesto culturale e sociale nel quale siamo calati ci influenza, soprattutto per quanto riguarda la costruzione e la percezione della propria identità e del proprio ruolo, contribuendo – anche tramite aspetti legati al folklore o alla religione – a rafforzare dinamiche di potere tra generi e incasellando le persone (soprattutto le donne) in ruoli predefiniti e fissi, in “maschere”. Gli scatti di Lúa Ribeira, per esempio, documentano alcuni momenti delle celebrazioni della Semana Santa a Puente Genil, in Andalusia, durante le quali i bambini e le bambine sono chiamati a travestirsi per dare vita a rappresentazioni religiose tradizionali che simbolizzano e perpetrano le gerarchie sociali e di potere, ma in nessuna di queste immagini traspare davvero un senso di disagio o di oppressione e nemmeno una netta distinzione tra ruoli di genere (in una fotografia, per esempio, compare una bambina travestita da personaggio maschile, con tanto di maschera barbuta e di spada).

Un lavoro più interessante della sezione è invece quello che Bieke Deporte ha realizzato in Egitto a partire dal 2011, durante la primavera araba, con il titolo As It May Be: Deporte chiede a degli sconosciuti di ospitarla nelle loro case durante la notte e li fotografa in momenti della loro quotidianità dopodiché, nel 2017, durante un nuovo viaggio in Egitto, invita le persone da lei incontrate a scrivere sulle fotografie dei commenti, i quali vertono spesso sulla condizione femminile e sono specchio delle contraddizioni della società e della politica egiziane. Questo progetto fotografico poteva forse essere accorpato direttamente a quella dedicata al “Corpo politico”, condensando le due parti in un’unica sezione che le racchiudesse entrambe. Senz’altro, le sezioni rispondono allo scopo di ordinare i numerosi scatti (più di cento) presentati lungo il percorso ma possono risultare in alcuni casi delle etichette troppo rigide e poco coerenti con l’effettivo contenuto delle fotografie.

In conclusione, la mostra si configura come un tentativo di ricostruire l’emergere della figura femminile nella società e nella fotografia professionale, grazie all’imponente archivio della Magnum Photos, ma in alcuni punti si dimostra poco efficace nel perseguire questo intento, includendo lavori di fotografi non del tutto coerenti con il tema (è il caso del citato Davidson) oppure poco rappresentative (Lúa Ribeira – di cui si è detto – oppure, nella stessa sezione e sostanzialmente per i medesimi motivi, Ferdinando Scianna).

L’impressione è stata di aver voluto necessariamente inserire in ciascuna sezione lavori sia di fotografe che di fotografi, per perseguire l’intento dichiarato dai curatori nel video in apertura del percorso di fornire “punti di vista differenti” sulla questione, anche se in alcuni casi (come quelli citati poc’anzi) forse se ne poteva fare effettivamente a meno, lasciando solo i lavori delle fotografe che risultano senz’altro più coerenti e che, da soli, sono comunque perfettamente in grado di dare una testimonianza completa e personale delle trasformazioni che hanno interessato la società dalla metà del Novecento a oggi e che hanno coinvolto soprattutto la metà femminile della nostra specie.

Women Power. L’universo femminile negli scatti dell’agenzia MAGNUM Photos dal dopoguerra a oggi
Fino al 21 settembre 2025
Museo Villa Bassi Rathgeb, – Abano Terme (Padova)
info: museovillabassiabano.it