Alla Fondazione Pini un viaggio tra ritratti contemporanei alla scoperta di Bongiovanni Radice

Le opere di tredici artisti contemporanei dialogano con le opere di Bongiovanni Radice alla Fondazione Pini, riaperta dopo due anni

Sarà visitabile fino alla fine di giugno 2025 la mostra Ritratti entro uno specchio convesso curata da Alessandro Castiglioni alla Fondazione Adolfo Pini a Milano, situata a pochi passi dalla Pinacoteca di Brera. Costituita nel 1991 per volontà di Adolfo Pini, la Fondazione nel mese di febbraio 2025 ha riaperto al pubblico i propri spazi espositivi dopo circa due anni di chiusura dovuti a una serie di lavori di ristrutturazione.

Realizzata con il coordinamento di Silvia Bolamperti e il supporto dell’ufficio stampa Manzoni22, l’esposizione temporanea si inserisce nella collezione permanente della Fondazione che propone ai visitatori, nel piano nobile dell’edificio, un importante nucleo di opere di Renzo Bongiovanni Radice (1899-1970), zio materno di Adolfo e pittore attivo tra Milano, Parigi e Stresa, dove la sua famiglia possedeva una villa.

Il concept della mostra

Ritratti entro uno specchio convesso è la mostra con cui la Fondazione ha scelto di riprendere le proprie attività dopo la chiusura degli ultimi anni, presentando nelle proprie sale le opere dei tredici artisti contemporanei che hanno aderito a questo progetto espositivo, con l’intento di promuovere sinergie tra artisti e istituzioni culturali private e pubbliche nel territorio milanese in un dialogo artistico tra passato e presente.

Il concept della mostra, come suggerisce il titolo, ruota attorno agli elementi del ritratto e dello specchio, entrambi centrali nella storia dell’arte: lo specchio convesso, in particolare, ha spesso rappresentato per gli artisti un pretesto non solo per aggiungere significati e chiavi di lettura ulteriori alle proprie opere ma anche per fare sfoggio della propria perizia tecnica. È il caso di esponenti della pittura fiamminga quali Jan van Eyck con il suo Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434) o Quentin Massys con Il cambiavalute e sua moglie (1514), per giungere all’Autoritratto entro uno specchio convesso (1524) dell’italiano Parmigianino, il quale ha rappresentato uno degli spunti principali per la mostra milanese, assieme alla raccolta di componimenti (1975) del poeta americano John Ashbery che mutua il suo titolo proprio dalla tela del pittore parmense.

Oggetto enigmatico che riflette la realtà ma al contempo la deforma, lo specchio convesso diviene in questa mostra emblema della molteplicità del reale e dell’identità individuale, legandosi al genere artistico del ritratto e dell’autoritratto (altro elemento centrale nella storia dell’arte), che viene declinato da ciascuno dei tredici artisti presenti in mostra in maniera personale e impiegando media artistici disparati, dalla fotografia al disegno su carta, dalla scultura al video digitale.

Le opere si inseriscono nel percorso espositivo permanente della Fondazione Pini, in un confronto serrato ma sempre discreto con l’arredo d’epoca del piano nobile e con le opere pittoriche di Renzo Bongiovanni Radice, che rendono conto dell’evoluzione pittorica dell’artista tramite affondi tematici dedicati ad alcuni elementi ricorrenti quali il ritratto, il paesaggio o la raffigurazione urbana (soprattutto di Milano e di Parigi, sue città d’elezione). Completa la mostra anche una reading room allestita dall’artista e fotografo Alessio Pasqualini nella Sala del Camino, con alcuni libri messi a disposizione del pubblico per la consultazione (tra cui anche la raccolta di poesie di Ashbery e un libro fotografico dello stesso Pasqualini) e legati concettualmente al tema della mostra.

Il percorso espositivo alla Fondazione Pini

L’itinerario espositivo, articolato lungo sei sale del piano nobile, si apre con Autoritratto (2001) di Chiara Dynys, una fotografia nella quale l’artista si specchia in una superficie riflettente creando un’immagine nell’immagine che dialoga con i ritratti di Bongiovanni Radice esposti nella Sala delle Cornici. Il tema del ritratto fotografico è poi declinato da Rita Canarezza e PierPaolo Coro, in un discorso che coinvolge la ricerca antropologica e il rapporto tra passato e presente, nel pendant di stampe Diana & Diana (2017), nel quale il volto di Diana, attrice sammarinese del secolo scorso (conterranea dei due artisti) per lo più sconosciuta al grande pubblico, è affiancato a quello della stessa Rita Canarezza che si è immedesimata in lei, imitandone la posa e riproducendo perfettamente anche il vistoso anello indossato dall’attrice.

Nel Salone di Madame e Monsieur, dedicato all’amore di Bongiovanni Radice per la capitale parigina, all’interno della vetrina che ospita alcune esemplari della collezione di ceramiche della Fondazione, troviamo invece le opere di Stefano Cagol, artista che ha scelto di focalizzare la propria ricerca sul tema ecologico e che propone per questa occasione Monuments to the flow (of a matter), 2022, una sorta di “archeologia del futuro”, costituita da una serie di barattoli in plastica (i “reperti archeologici” che lasceremo ai posteri) collocati su piccoli piedistalli in marmo che ricordano la tradizione scultorea del passato. D’altronde, che cos’è l’archeologia se non un tentativo di ricostruire un ritratto che ci restituisca la fisionomia delle civiltà che ci hanno preceduti?

Accanto alle opere di Cagol, troviamo poi un’altra tipologia di ritratti, sempre legati al tema naturale, ovvero la serie di disegni e poesie It’s time to Sprout (2018) che Barbara De Ponti ha realizzato durante una residenza artistica a Palermo chiedendo ad alcune persone di immedesimarsi in una pianta, e Uma Fonte (2023-24) di GianMarco Porru, un gruppo di mani in gesso che richiamano il mare a cui l’artista sardo è molto legato. Da qui si passa poi allo studio di Bongiovanni Radice, la Sala degli Stucchi, che costituisce forse il vero e proprio cuore della mostra, dove le opere esposte diventano specchio non solo dello stile pittorico dell’artista ma anche del suo carattere, estremamente riservato e a tratti melancolico, rappresentato dalle enigmatiche tele che raffigurano i cancelli, zone di confine liminali tra un dentro e un fuori, ed elemento ricorrente nella sua produzione.

Questo ritratto indiretto di Bongiovanni Radice è affiancato da Praxis (2018-24) di Francesco Bertocco, una stampa che mostra lo studio di Sigmund Freud a Londra (anche in questo caso, una sorta di sineddoche in cui lo studio diviene rappresentazione del suo proprietario) e che ci ricorda come, spesso, il lavoro dell’artista si configuri non solo come una ricerca stilistica e tecnica ma anche come un processo di scavo interiore che porta fuori qualcosa celato nella propria anima, in uno scambio tra dimensione interiore ed esteriore.

In quest’ottica si pone anche il ready-made del 2023 di Ermanno Cristini dal titolo Breath (Duetto), costituito da una coppia di tazzine, una contraddistinta dalla scritta “Breath in” e l’altra – capovolta – dalla scritta “Breath out”, che ricorda l’azione profonda di inspirazione ed espirazione tipica della meditazione. Completa la sala anche un libro d’artista di Giovanni Ferrario del 2009, dal titolo Vanità (dalla serie Cortecce), risultato casualmente da un glitch prodotto da uno scanner che ha deformato l’immagine: anziché considerarla un errore, l’artista ha scelto di rendere un’opera d’arte l’immagine deformata di uno scheletro seduto accanto a una giovane donna (topos ricorrente nella storia dell’arte che rappresenta lo scorrere del tempo e l’inevitabile corruzione del corpo) collocandola sulla copertina di un libro, sagomato in modo da assecondarne la deformazione.

Altro tema ricorrente nella rappresentazione pittorica di Bongiovanni Radice, di cui troviamo un focus nella Sala della Vittoria, è quello della rappresentazione del paesaggio, i cui muti protagonisti sono gli alberi. Lo stesso avviene anche nella serie fotografica Urv-ara (2017) di Marina Ballo Charmet ispirata a una poesia del padre intitolata proprio Albero. Nella rappresentazione del paesaggio rurale presso Milano e della vita agreste, tuttavia, Bongiovanni Radice intercetta anche l’irrompere della modernità che ha segnato la Lombardia al passaggio tra Ottocento e Novecento, come accade nella tela che rappresenta il passaggio del treno tra i campi, sotto gli occhi di un gruppo di contadini. Tale rapporto con la tecnologia, spesso subìto e difficile da gestire, costituisce il fulcro anche dell’opera digitale di Valentina Vetturi, Cryptoparty (2021), un video in loop che rappresenta i vani tentativi di un personaggio in stile cartoon di liberarsi del suo cellulare.

Chiude il percorso Passi sparsi (1996) di Luca Scarabelli, una serie di calzini neri imbottiti sparpagliati, come se fossero delle orme, sul pavimento della sala che ospita un gruppo di opere di Bongiovanni Radice dedicate ad alcune città da lui visitate come Venezia, Napoli e – naturalmente – Parigi. I “passi sciolti” non sono solo quelli che Scarabelli dissemina nelle esposizioni a cui partecipa, portando calzini di colore e fantasie sempre diversi, ma anche quelli che lo stesso Renzo Bongiovanni Radice ha compiuto durante la sua vita, divisa tra la Lombardia e la Francia, e che la Fondazione Adolfo Pini ci invita a ripercorrere, finalmente, dopo due anni di chiusura.

Ritratti entro uno specchio convesso
Fino al 30 giugno 2025
Fondazione Adolfo Pini – Milano
info: fondazionepini.it