Divieto di videogiochi, film stranieri e musica; divieto di istruzione per le ragazze oltre l’istruzione; divieto di finestre che affacciano su spazi riservati alle donne; divieto di vendere contraccettivi e anche di rasatura di barba. Sono solo alcuni dei folli veti imposti in Afghanistan dal regime talebano, a cui ora si aggiunge anche la proibizione di giocare a scacchi. Atal Mashwani, portavoce del dipartimento dello sport del governo talebano, ha parlato di “considerazioni religiose” poichè secondo la sharia gli scacchi sono considerati “al pari del gioco d’azzardo”.


Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha adottato ulteriori misure sciogliendo la Federazione Scacchistica Afghana e interrompendo improvvisamente tutte le attività legate agli scacchi. Il gioco è ora considerato “haram”, dunque proibito, immorale, illegale e sospeso fino a nuovo ordine. Eppure, tra le infinite ingiustificate repressioni, questa è tra le più preoccupanti, strascico di un paese in cui è ormai inesistente ogni forma di autodeterminazione, di un paese che ha paura degli uomini liberi. E che vigliaccamente si difende vietando un gioco che realizza nel mondo imperfetto una perfezione effimera ma necessaria, un ponte per evadere, andare altrove, costruire un pensiero critico, ragionare. E laddove tutto questo manca, è più facile esercitare controllo.

Giocare è una cosa seria, ha sostenuto fermamente Huizinga nel testo Homo ludens del 1938: un atto libero e spesso fine a sé stesso, si gioca per vincere e perché ci si diverte nel farlo ed è proprio in questo labile, sottilissimo confine, che consiste la nostra libertà. Accettare le sfide, riconoscere i propri limiti, ripartire da una sconfitta più forti di prima, ricostruire anche ciò che si è perso: sono i principi che guidano gli scacchisti, gli stessi che sostengono la vita. E non è importante quanto gli scacchi siano il riverbero di logiche astruse, contrapposizioni universali e reconditi impulsi. Non è importante la fittissima rete di corrispondenze matematiche che si annida insidiosa nelle loro mosse, nel desiderio di attuare quel gesto che permette di avanzare, attraverso quelle semplici pedine, un pensiero che non ha alcuna paura del giudizio. Perchè qui il rischio è binario, bianco o nero proprio come quelle 64 caselle, emblema del bene e del male, di peccato e virtù.




Simbolo di pensiero creativo e oggetto di desiderio indagato dagli artisti: lo sapevano bene Man Ray, Max Ernst, Marcel Duchamp e André Breton, entusiasti appassionati, e lo sanno bene Tracey Emin, Damien Hirst, Barbara Kruger, Yayoi Kusama, che hanno riletto semanticamente quei re e quelle regine, quei cavalli, quelle torri e quegli alfieri, ora sott’attacco di un paese morente che non ha più nemmeno la voce per piangere, vittima di un mondo che impotente, resta a guardare.


