Tomaso Binga, Museo Madre. Oggi spose.

Al Museo Madre di Napoli, la più ampia retrospettiva mai realizzata sull’artista che, attraverso l’ironia, ha unito la pratica artistica all’impegno femminista

Non se ne risenta chi ama la lingua pura se la parola “museo”, guardando bene alle origini della sua forma, tornasse diversa, dedicandosi ancora alle figlie di Memoria e sedendo tra esse, al femminile, perché la dissacrante e giocosa parabola che segue è innegabile e preziosa lezione che la lingua, sgretolandosi, diventa libera e torna come nuova. Si invitano voi tutte: Tomaso Binga, “Musa” Madre, oggi spose, nella retrospettiva che attraversa oltre quarant’anni di pratica artistica, esponendo centinaia di opere tra fotografie, installazioni, sculture e testimonianze di performance, alcune presentate per la prima volta al pubblico in Euforia Tomaso Binga a cura di Eva Fabbris, con Daria Khan.

Una legge fisica fondamentale dettava una meccanica dell’esistenza secondo cui nessuna cosa si può annichilire, ma le leggi che regolano la natura non sempre si applicano a noi stesse e assoluta interprete di questa consapevolezza, secondo cui, a volte, se non si distrugge non si trasforma (non trascurando affatto come si crea), è Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli Menna, Salerno 1931) che dell’azione giocosa, «Cosa serissima» — annota Stefania Zuliani nella monografia che accompagna la mostra, curata con Eva Fabbris, Lilou Vidal e Anna Cuomo (Lenz Press, Milano 2024) — ha fatto efficace arma, capace di dissolvere le ristrettezze di un’età dell’arte profondamente discriminante. In questa articolata e densa retrospettiva, corredata dalle sperimentazioni allestitive concepite dal collettivo Rio Grande — una giocosa, colorata e complementare tessitura espositiva, che interpreta e sintetizza l’anima espressiva dell’artista ed è “scritta” tra le sale come la libera e spensierata traccia di una matita, che lascia una solida traccia tridimensionale — sono rivelate tutte le forme della gioiosa e dissacrante pratica che ha definito l’esperienza dell’artista.

Tra le opere esposte, ritornano le fotografie che testimoniano la celebre performance Bianca Menna e Tomaso Binga. Oggi spose (1977): una cerimonia fittizia, tra l’artista e la sua versione maschile, ritratte e abbigliate secondo le “norme di genere” per le nozze organizzate alla Galleria Campo D di Roma, invitando le persone ad assistere all’unione delle due “spose” — operando con una seppur minima, ma spiazzante, forzatura della lingua, imposta al femminile anche per la controparte maschile. Una poetica che anima anche la serie delle lettere Ti scrivo solo di domenica (1977-78), dove la scrittura intima e performativa di cinquantadue lettere che si svolgono in una cornice annuale, è prodotta attraverso sole parole femminili, che l’artista dedica a un’amica scrivendole soltanto di domenica, perché «è l’unica giornata femminile della settimana».

Ed è la scrittura che, assieme alla presenza corporale e alla voce, diventa la materia capace di «(per)formare» le azioni accidentali ed errate — riprendendo la proposta di Lilou Vidal presente nella monografia — come le lettere battute più volte su se stesse, tramite una macchina da scrivere, nella serie dei Dattilocodice (1978), in cui la sovrapposizione delle lettere diventa una poesia “ricamata” e sorda che decostruisce le coordinate linguistiche e codificate. Sbagliare e sovvertire diventa una forma di liberazione, di repulsione verso «ogni definizione», che permette di sfuggire alle regole imposte e discriminanti. Le opere esposte — qui sono citate solo alcune tra le numerosissime in mostra — diventano innanzitutto la preziosa testimonianza di una personalità; un’esposizione che racconta di una vicenda passata, ma appartiene all’immediata contemporaneità — una puntuale avvertenza pronunciata dalla direttrice del Madre e curatrice Eva Fabbris, nella discussione che precede l’inaugurazione della mostra — di un’artista che ha fatto dell’euforia uno strumento capace di imporre, con leggerezza, voce alta e vitalità, la riaffermazione di un’identità privata e costretta a una silenziosa condizione di subordinazione.

Euforia Tomaso Binga rappresenta, già a partire dall’espressione utilizzata per intitolare la retrospettiva, particolarmente amata dall’artista perché contiene tutte le vocali, «Una necessità politica di resistenza» — afferma, ancora, Eva Fabbris. Una necessità che trova risposta proprio attraverso la conoscenza di storie come questa, che si impongono nella nostra epoca, rinnovandone le sfide affinché possano animare le nuove generazioni nella lotta contro le disparità, senza rinunciare a quell’immancabile costante dose di euforia con cui l’artista ha accompagnato le sue pungenti e rivoluzionarie operazioni, tra arte e vita.

Euforia Tomaso Binga
Fino al 21 maggio 2025
Museo Madre – Napoli
info: madrenapoli.it