Il Padiglione della Svizzera alla 61ma Biennale d’Arte di Venezia, che aprirà a maggio 2026, per la prima volta è stato assegnato tramite concorso aperto. Selezionato tra le 140 candidature, sarà affidato a un collettivo interdisciplinare composto da Gianmaria Andreetta, Luca Beeler, Nina Wakeford, Miriam Laura Leonardi, Lithic Alliance e Yul Tomatala con il progetto intitolato “The Unfinished Business of Living Together”. L’introduzione di un modello curatoriale basato su pratiche collaborative e transdisciplinari segna una svolta nella partecipazione della Svizzera alla Biennale.
Il progetto The Unfinished Business of Living Together
La giuria formata da Federica Chiocchetti, Ann-Kathrin Eickhoff, Vittoria Matarrese, Domagoj Smoljo e Anahita Vessier, spiega quanto sia importante avviare un discorso sociale partendo da una precisa impostazione artistica e curatoriale. Il progetto The Unfinished Business of Living Together, infatti, rappresenta proprio questo approccio.
Il collettivo intende costruire un Padiglione che funzioni come spazio di messa in discussione di temi di stretta attualità, senza limitarsi nella semplice esposizione. Difatti, il team, composto da figure provenienti dalle diverse aree linguistiche della Svizzera e con esperienze internazionali, si muove tra arte e ricerca operando in Svizzera e in Europa con un’impronta multiculturale e multigenerazionale.
I curatori e gli artisti rifletteno sulla risonanza delle immagini d’archivio e sulle scelte interpretative del pubblico. “Quello a cui aspiriamo è un Padiglione nel quale le visitatrici e i visitatori si chiedono: quando e dove succede questo? L’archivio in questo caso ha autorevolezza? Le spettatrici e gli spettatori sceglieranno una posizione o magari cambieranno idea”.
The Unfinished Business of Living Together utilizza i materiali d’archivio come strumento critico per esplorare le dinamiche della convivenza contemporanea. Il progetto prende ispirazione da a una trasmissione del 1978 di Telearena: un programma della televisione svizzera dove si discuteva di questioni legate all’orientamento sessuale. Partendo da questo, la ricerca del collettivo si focalizza sui meccanismi di tolleranza, appartenenza e sulle persistenti divisioni sociali, proponendo un confronto tra passato e presente per stimolare una riflessione sull’identità e sulla coesione sociale.

Il Padiglione Svizzera alla Biennale di Venezia
Philippe Bischof, direttore di Pro Helvetia (Fondazione che è responsabile della gestione e dell’allestimento del Padiglione Svizzero dal 2012) ha dichiarato che “Poter tenere apertamente dibattiti sociali attuali con mezzi artistici in un contesto internazionale fa parte delle eccellenti caratteristiche della Biennale d’arte di Venezia”. Bischof sottolinea che l’approccio del team si caratterizzerà per il desiderio di mettere in discussione l’autorità dell’archivio, stimolando il pubblico a interagire con il materiale storico in modo critico, riflettendo sulle sue implicazioni e rivedendo le proprie convinzioni.
Anche se la Svizzera è presente alla Biennale d’Arte dal 1920, solo dopo la Seconda Guerra Mondiale ha ottenuto un padiglione esclusivo (che nel corso degli anni è diventato una piattaforma fondamentale per la promozione dell’arte contemporanea elvetica). Il padiglione attuale, situato ai Giardini, risale al 1951 ed è stato progettato dall’architetto Bruno Giacometti, fratello dello scultore Alberto Giacometti. Nel tempo, il Padiglione ha accolto molti artisti di grande rilevanza, tra cui Thomas Hirschhorn nel 2011, il duo Pauline Boudry e Renate Lorenz nel 2019, e Guerreiro do Divino Amor nel 2024, solo per citarne alcuni tra gli ultimi partecipanti.



