Ferratto da The Gallery Apart, l’arte della resistenza nelle carceri argentine

Mariana Ferratto racconta la rivoluzione silenziosa di chi ha resistito con la creatività alla repressione politica della dittatura in un progetto che intreccia memoria storica e ricerca artistica

Gli spazi della galleria The Gallery Apart ospitano Libertà clandestine di Mariana Ferratto dal 24 gennaio 2025 al 15 marzo 2025. La mostra, dapprima presentata presso MAD (Murate Art District di Firenze) nel corso del 2024 per la curatela di Valentina Gensini, racconta l’eccezionalità e la complessità del progetto di Ferratto. Un’esposizione che mette luce sulle difficoltà, le problematiche e le soluzioni dei detenuti politici imprigionati in Argentina durante gli anni dittatura del generale Jorge Rafael Videla (1976-1983).

In totale contrapposizione alle dure condizioni di carcerazione nelle quali erano costretti a vivere la loro quotidianità, i detenuti hanno saputo ritrovare spazi di libertà e creatività: un’arte clandestina, di stampo artigianale e popolare, dalla quale possiamo scorgere un’incredibile spinta alla vitalità. Ferratto la riporta a noi con opere che, nella loro autenticità, riescono a restituire quello stesso senso di resistenza per le quali sono state ideate, create e tramandate.

Un progetto tra memoria, arte e resistenza

La mostra nasce nell’ambito del progetto “Memoria de la materia”, sostenuto da Italian Council per la sua XI edizione del 2022. Nella prima fase, Ferratto ha così potuto svolgere la sua ricerca tra Firenze, Buenos Aires, Santa Fe, Cordoba e Rosario per poi ottenere una lunga residenza presso MAD a Firenze. Questo le ha così commissionato la mostra “Libertà clandestine”: un progetto che ha coinvolto numerose testimonianze del periodo della dittatura di Rafael Videla e a cui hanno partecipato studenti iscritti ai workshop che Ferratto ha condotto nel corso della sua residenza.

The Gallery Apart, per la prima volta, ha deciso di riallestire una mostra già oggetto di una programmazione museale – anche se in maniera ridotta e diversa – garantendo, altresì, una continuità dal punto di vista di fruizione e interpretazione. Si legge nel comunicato stampa che la decisione deriva, oltre che dalla volontà di esaltare la complessità del progetto di Ferratto, da una “motivazione personale che rende straordinari il progetto e la mostra, qualcosa che l’artista covava nell’intimo e che rende l’esposizione in oggetto ‘la mostra’ che Ferratto aveva in serbo da anni. Italiana di seconda generazione e figlia di esuli politici argentini che avevano conosciuto personalmente la realtà delle carceri argentine, Ferratto è andata alla ricerca di altri testimoni diretti di quelle esperienze di privazione della libertà, raccogliendone i racconti e i ricordi”.

Ferratto ci racconta quell’attitudine artistica che per le persone riusciva ad avere una funzione salvifica nei confronti della detenzione. Un rifugio e una catarsi ritrovati – talvolta scoperti – nella manualità, nella produzione di piccoli oggetti, nell’invenzione di modalità espressive clandestine e nella possibilità di comunicare con altri detenuti e con il mondo esterno.

Il dramma dei desaparecidos

Prima del colpo di stato in Argentina che portò alla dittatura del tenente generale Jorge Rafael Videla, la tripla A (Alleanza Anticomunista Argentina) aveva iniziato a intraprendere azioni violente fino al 1973 attraverso incarcerazioni, torture e atti terroristici. Da qui, seguirono una serie di atti eversivi che portarono alla stagione dei sequestri silenziosi dei dissidenti: questi segnano l’inizio del dramma dei desaparecidos che conta circa trentamila dispersi su quarantamila vittime.

Molte persone decisero così di lasciare il paese, quando possibile, creando un senso di smarrimento in chi era costretto a vivere lontano da casa: questo sentirsi perennemente ospiti ed estranei si riflette nell’arte di Ferratto. Se l’artista documenta l’arte come simbolo di una rivoluzione silenziosa che riuscì a mantenere viva gli animi dei detenuti, è anche vero che la sua ricerca artistica è volta ad indagare come questa sia in grado a riconfigurare la nuova identità dell’immigrato: Ferratto esplora temi come l’identità e le relazioni che si possono instaurare con l’altro in un lavoro che ha come fulcro la difesa della soggettività, il rifiuto dell’omologazione e l’accettazione dell’identità.

Il “Tumbero” e la comunicazione nel carcere

Il racconto realizzato da Ferratto si sviluppa in diversi corpi di lavoro. Uno tra questi consiste in una serie di disegni che costituisce L’abbecedario del linguaggio carcerario e riproduce il “Tumbero”, ossia il linguaggio dei segni che i carcerati comuni avevano insegnato ai detenuti politici per comunicare tra loro. Durante l’opening della mostra è stata proposta una performance fondata proprio sull’uso di questo linguaggio interpretata dalle performer Laura Bisio, Giulia Vigo e Federica Damiani.

Un altro espediente con cui i prigionieri comunicavano in carcere era contrassegnando con dei piccolissimi fori alcune lettere sulle pagine dei libri: ponendo i fogli in controluce era così possibile ricomporre le parole e i messaggi lasciati. Questa pratica è esemplificata da un’opera esposta negli spazi sotterranei della galleria in cui possiamo riviere questa pratica leggendo, alla stessa maniera, il frammento di poesia scritta da un detenuto (la stessa che ritroviamo scritta sul muro accanto all’Abecedario)

Un’altra serie di disegni forma, invece, l’Archivio dell’artigianato clandestino: una riproduzione di oggetti costruiti dai carcerati grazie all’utilizzo di materiali poveri e di fortuna (come ossobuchi, fili di asciugamani o bottoni). Questo archivio studia e cataloga i manufatti realizzati dai prigionieri durante la prigionia in tavole analitiche che ripropongono gli oggetti disegnati a matita. Il tutto riproposto con il codice stilistico della schedatura repertoriale archeologica e scientifica. Grazie a questi Ferratto ridà voce ai sopravvissuti e ci invita a riflettere sugli aspetti tangibili della memoria e della creatività come forma di resistenza.

La testimonianza della clandestinità

L’unico lavoro assente dall’esposizione fiorentina (in quanto realizzato successivamente), consiste in una serie di coppie di fotografie raffiguranti luoghi interni dell’ex carcere: una in bianco e nero e l’altra identica a colori. L’artista le ha sovrapposte e ritagliate a mano in modo che, nei punti in cui le immagini mostrano esterni attraverso finestre o altre aperture, il colore emerga e si intrecci con il bianco e nero degli interni creando un dialogo visivo tra dentro e fuori.

Nello spazio sotterraneo della galleria sono allestiti poi tre grandi fiori di ceramica dai quali, attraverso un altoparlante nascosto, è possibile ascoltare frammenti di brani recuperati dal libro “Memorie del buio”. Questo è stato ricostruito attraverso lettere, pagine di diari e testimonianze di 112 donne vissute insieme nel carcere di Devoto. Accanto a questi tre grandi ceramiche, decine di piccoli fiori realizzati dagli studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze durante i workshop offerti da Ferratto durante la residenza

Da queste storie Ferratto ha realizzato dei video con il format del tutorial in cui i protagonisti rievocano le loro esperienze di detenzione mentre riproducono e spiegano il processo di creazione degli oggetti realizzati in carcere.

In occasione della mostra fiorentina è stato poi pubblicato da postmedia books il libro Libertà clandestine nel quale sono raccolte immagini dei lavori e i testi di Valentina Gensini, Angel Moya Garcia, Laura Gonzalez e Serena Castellotti. Il libro si inserisce così nella serie “Quaderni di residenza” di MAD.

Mariana Ferratto

Mariana Ferratto (Roma 1979) è un’artista italo-argentina che vive a Firenze. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Roma ha completato la sua formazione con studi di teatrodanza. Elemento essenziale della sua ricerca è il corpo come mezzo attraverso il quale indagare il tema dell’identità personale e di genere, la relazione con l’altro e gli stereotipi ad esso associati.

Memoria della Materia è vincitore dell’Italian Council 2022, XI edizione ambito 3, grant per il sostegno alla ricerca internazionale di artisti, curatori e critici. Ha partecipato a numerose mostre in prestigiosi spazi espositivi. Nel 2022/2023 partecipa alla residenza di produzione al MAD, Murate Art District, nel 2015 alla Residenza Artistica Cosenza 2015 a cura de I Martedì Critici, nel 2014 alla FDV Residency Program presso Careof/DOCVA, Fabbrica del Vapore a Milano, nel 2010-2011 è stata selezionata da Incontri Internazionali d’Arte per la residenza alla Cité Internationale des Arts a Parigi. Nel 2012 ha vinto la II edizione del premio Arte, patrimonio e diritti umani promosso da Connecting Cultures.