Colta ed elegante, l’artista Letizia Scarpello (Pescara, 1989) negli ultimi anni ha saputo farsi notare con forza all’interno del panorama artistico grazie ad un pensiero nitido, pulito, sicuro. Questa sua inclinazione allo studio e alla ricerca formale si è concretizza nella produzione di forme grafiche di varia natura, tutte accomunate tra loro da una potenza discreta, mai urlata, ma incisiva. A fianco della produzione “in studio”, l’artista ha poi coltivato con passione e dedizione varie collaborazioni con prestigiose realtà italiane sia in veste di artista, che di curatrice. Le traiettorie delineatesi nel tempo, sono ora da ripercorrere a seguito della recente esperienza di residenza alla NARS Foundation di New York, che l’ha vista impegnata oltre oceano per tutto l’autunno del 2024.
In questa intervista l’artista stessa racconta non solo la sua avventura, ma anche la sua poetica in relazione all’attualità, alla politica e all’ecologia; svela i suoi progetti futuri e analizza lo stato dell’arte a livello internazionale, con uno sguardo pacato e attento, proprio come le sue opere.

Letizia Scarpello, a due mesi dal tuo rientro in Italia dopo l’esperienza di residenza alla NARS Foundation di New York, come ti senti?
Si, sono trascorsi già due mesi in effetti. A volte mi sembra di essere rientrata in Italia da poco più di un giorno mentre in altri momenti sembra quasi che io non sia mai partita e che non abbia mai vissuto “il sogno americano”. Per me, per ora, solo un breve abbaglio ma che mi ha scossa tutta.
La tua esperienza di residenza è stata anticipata da un’idea di progetto, ABC, ispirata all’articolo del 1965 di Barbara Rose sulle prima manifestazioni di arte minimalista in America che hanno influenzato il tuo fare artistico e la tua poetica, soprattutto nell’utilizzo di materiali di scarto accostati a materiali pesanti e di origine industriale. Come è stato l’approccio con la scena newyorkese contemporanea? Lo studio delle avanguardie del passato, a te care e che lì hanno trovato terreno fertile, ha in qualche modo indirizzato la tua esperienza? O hai dovuto cambiare direzione, una volta preso contatto con la città e i suoi ritmi?
Come spesso mi accade quando inizio un percorso di residenza ed esco quindi dalla mia zona di confort, tutto cambia. Anzi, a dirla tutta, prima di partire so già che nulla di quel po’ che sono riuscita a programmare avrà futuro o andrà come previsto. È nella mia natura e nella natura del mio lavoro. La site-specifity vissuta fedelmente dentro e fuori l’arte. D’altronde, arte come vita, vita come arte.
Ma tornando alla tua domanda, senza cadere in un flusso “d’incoscienza”, essere a New York mi ha dato la possibilità di guardare ad occhio nudo un importante numero di opere appartenenti a quelle avanguardie, prima di tutto. Parliamo di artisti e movimenti risalenti soprattutto alla seconda metà del ventesimo secolo. Osservare e studiare lavori che fino a poca fa potevo ammirare, commossa, solo sui libri e cataloghi a loro dedicati è stato meraviglioso. Per un’artista l’esperienza diretta di confronto con un’opera, in questo caso poi imprescindibilmente legata al suo luogo di maturazione è fondamentale. Poi però, sensibile alla quotidianità e all’energia della città ho cambiato direzione, si.

La residenza si è conclusa con la mostra collettiva Maybe – map(ping) dissonance a cura di Dylan Seh-Jin Kim nella quale hai presentato due nuovi lavori, Showtimes! e Well, well, well. Vorrei che mi raccontassi queste tue opere.
La residenza alla NARS Foundation è stata un’esperienza molto intensa. Ho lavorato quotidianamente in dialogo con altre dodici anime dal bagaglio culturale e di vita completamente diverso dal mio e le loro storie sono state la mia scuola e punto di partenza per una riflessione più ampia su come pensare possibili lavori per la mostra. Insieme a tutto quello che accadeva fuori dagli studi, per strada e sotto la strada. New York è una città incredibilmente underground e ho voluto portare un po’ di quelle percezioni della vita intorno a me all’interno della galleria della NARS. È importante però specificare che il graduate show è stato più una possibilità di discussione su quanto sviluppato nei tre mesi di residenza che una vera e propria mostra.
Showtimes! non è per me un lavoro finito, difatti. È più che altro uno studio, una campionatura di una possibile tessitura o involucro che potrebbe ricoprire le superfici di strutture e forme diverse. È un forse-se. Attraverso una tecnica di sublimazione ho trasferito immagini, da articoli di giornali e altri strumenti cartacei trovati in giro, sull’acciaio, restituendo così alla superficie del materiale industriale un aspetto senza tempo. O meglio un tempo indefinito. Come quando nel Village stai per attraversare la strada e in attesa che il semaforo torni verde ti trovi a leggere e decodificare strati su strati di loghi e stickers impressi sugli idranti, le cassette della posta e i pali della luce che hai intorno. Non sai a chi appartenevano e da quando sono li ma ti offrono uno spettro di racconti possibili sulla città, caricando l’oggetto su cui poggiano di un valore storico sociale unico e sincero.

Well, well, well è invece dichiaratamente un gioco politico che prende spunto dalle votazioni per l’elezione presidenziale. Servendomi della bandiera americana, presente ovunque a NY, ho ironicamente suggerito possibili azioni furtive di fuga o assalto, realizzando un cordone piegato e legato in più punti da lembi di tessuto stampato a stelle e strisce e infine appeso, durante la serata di inaugurazione del graduate show, dall’ufficio della direzione della NARS, per quattro piani, fino all’ingresso. Un intervento dichiaratamente site-specific, quindi ideato per un luogo specifico, in un dato momento storico, in dialogo con la comunità locale (prevalentemente ispanica) che ha in parte dei precedenti. Già nel 2021 infatti, in occasione della mostra Straperetana organizzata dalla Galleria Monitor, avevo accostato il tessuto ad un messaggio politico, realizzando un intervento permanente per il comune di Pereto composto da bandierine verdi diffuse per le vie del paese ed intitolate Idiotes.
L’esperienza di condivisione della residenza quanto ha arricchito il tuo lavoro? Ti faccio questa domanda per due motivi. Primo perché il tuo impegno con SenzaBagno (Pescara) favorisce e incoraggia le collaborazioni tra artisti e, in seconda battuta, perché sembra che il “fare rete” (definizione sempre più abusata e sempre troppo poco agita) sia percepito, il più delle volte, come un approccio limitante, quando invece – e la storia delle avanguardie ce lo insegna – molte volte il limite sta proprio nel suo opposto, ovvero nell’isolamento.
Ho forse anticipato un po’ la domanda nella precedente risposta. Ma si, mi rendo conto, con il tempo che passa e le esperienze che si accumulano che la possibilità di confronto con l’altro può arricchire e fare più della metà nel processo di produzione di un mio lavoro. E per l’altro intendo, nel caso specifico della NARS Foundation, non solo i compagni di residenza ma anche alcuni direttori di gallerie e musei, i docenti universitari, i curatori, gli appassionati di arte, ed altri professionisti non solo del settore con i quali ho avuto modo di chiacchierare. Essendo la maggior parte di loro americani, acquisiti e non, mi hanno aiutato a capirci qualcosa di quello che succede oltre oceano oggi, mettendo la mia ricerca in discussione e così dando un po’ di libertà e leggerezza in più al lavoro. Mi sono davvero divertita.
A New York hai anche preso parte all’esperienza multidisciplinare e multisensoriale di Site 004. Winter Solstice esponendo il lavoro Self portrait che si interroga sull’idea di in-betweenness. Che cosa significa esattamente?
Self-portrait segue questo filone del gioco. Seoyoung Kim Lee, coordinatrice del programma di residenze alla NARS Foundation e curatrice indipendente ha visto delle prove di sculture/assemblaggi durante un pomeriggio di studio visit in fondazione. In particolare si trattava di una sedia che rimaneva in precario equilibrio a causa di alcuni scarti di gommapiuma presenti sulla base di due tra i quattro piedi di appoggio della seduta.

Mi pareva un autoritratto, le ho detto e questa cosa l’ha divertita al punto tale da voler includere l’oggetto in un progetto di mostra che stava curando in un nuovo spazio appena inaugurato a Williamsburg, Brooklyn. Il precario equilibrio nel disequilibrio, la rappresentazione nel processo, il visibile nel non visibile, la disarmonia come armonia, la non categoria come categoria, il tra, la linea di confine o margine e tutte le riflessioni che possono scaturire da questi concetti astratti sono l’in-betweeness di cui trattano non solo il piccolo intervento e il disegno che ho presentato in mostra da Telos.house ma anche la natura stessa dell’evento, che Seoyoung ha voluto inaugurare durante il solstizio d’inverno, di sera, fino a notte fonda.
La tua permanenza nella Grande Mela ha coinciso con un periodo concitato della politica americana. Pensi che questo si sia ripercosso in qualche modo sulle tue opere?
Ho forse, di nuovo, un po’ anticipato la tua domanda nelle precedenti risposte. Mi piacerebbe perciò raccontarti un episodio specifico legato al giorno precedente al “election day” per il nuovo presidente degli USA, nel quale ho avuto la fortuna di essere invitata ad un evento speciale organizzato per l’occasione dalla Gladstone Gallery di Chelsea, dal titolo Remember to dream. Fin dai miei primi giorni a New York ho percepito un dibattito sentito e acceso sul futuro della città ma mai mi sarei aspettata dalla comunità artistica una tale partecipazione, forse perché abituata alla silente vita politica della mia comunità artistica italiana, che, fatta eccezione per radi attimi di lucida presa di posizione (penso ai recenti fischi nell’ultima edizione di Arte Fiera) fatica ad esprimersi.
Per il 5 novembre la Gladstone prevedeva un programma di quasi un’intera giornata, dalle 3 di pomeriggio alle 12 di notte, di letture e performance per la pace e in difesa di temi come l’integrazione e la condivisione. Così alle 20.30, appena uscita dallo studio e arrivata in galleria stanca, quasi contro voglia, mi sono ritrovata ad essere servita per cena da Rirkrit Tiravanija, ad accarezzare il cane di Joan Jonas, che con i suoi 88 anni di vita e sapienza ha poi avuto la forza di leggerci i suoi scritti alle 23.00 circa, e ad ascoltare le poesie di Shirin Neshat, circondata da artisti di ogni età e colore. Credo di non essermi mai sentita più viva e umana prima. Credo di non aver mai percepito tanta forza e ragione d’essere dell’arte prima. È stato un momento incredibilmente emozionante e potente, anche se alla fine non è bastato a salvare il Paese dal suo triste MAKE AMERICA GREAT AGAIN destino.


Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una evoluzione dei tuoi lavori che ha portato ad una ricerca formale più ecologica, intesa non solo ed esclusivamente in termini di riduzione dello spreco materiale, ma anche come costruzione di una forma di pensiero critico, in precedenti scritti accostata alla definizione di Elio Grazioli di “Infrasottile” e al motto del Maestro Mies van der Rohe “Less is More”? Come si arriva a realizzare tale sintesi? Quanto sforzo richiede il togliere? Pensiamo alla tua formazione nel campo della moda, a Coco Chanel, a Nauman e Flavin, ai racconti sulle danze rituali, all’importanza del gesto e a come il nostro sentire profondo oggi, forse, si sia disabituato a cogliere la poesia dell’essenziale. A fare silenzio.
Credo di essere sempre stata un amante del poco ma buono, fin dalla nascita. Quando ho iniziato a studiare Fashion Design, ad esempio ho incontrato il nero grazie ai grandi maestri della scuola giapponese (Yohji Yamamoto, Issey Myiake, Rei Kawakubo) e da allora non ho praticamente vestito più altri colori. Non ho mai amato parlare troppo, e con lo Yoga e la meditazione ho cercato di fecondare i miei silenzi. Anche studiando teatro all’Accademia di Brera mi sono appassionata fin da subito alla ricerca dei maestri che hanno sfidato le leziosità per arrivare al nocciolo della realtà sul palcoscenico. Penso a Carmelo Bene o al Terzo Teatro di Eugenio Barba, alla ricerca di Antonin Artaud o le attese di Samuel Beckett.
Per quanto riguarda la mia di ricerca, vale un po’ lo stesso. Non produco forme e oggetti se non strettamente necessari alla costruzione di una narrazione. Preferisco riutilizzare anche interi luoghi, magari trascurati o abbandonati, se le circostanze me lo permettono. Lo trovo utile ad esercitare i sensi ed educativo per la vita. Oltre che profondamente poetico. In generale ho iniziato a prendermi cura della realtà, in un mondo che esibisce la non curanza. È un lavoro quotidiano che concede lunghi tempi di attesa all’ispirazione e alla genesi dei pensieri.
Quali letture hanno accompagnato i tuoi giorni americani?
Ho portato con me alla NARS Foundation alcuni testi di ricerca sulla site-specifity e poesie. Ma più di ogni altra cosa ho letto quotidiani e magazines locali, il New York Times, Il New Yorker, il Daily News e il New York Magazine, cercandone disperatamente i numeri cartacei, oramai quasi irreperibili. Ho scoperto anche alcune produzioni locali come il mensile Brooklyn Rail, molto utile per conoscere quello che succede in ambito artistico nel quartiere di Brooklyn. Un paio tra le immagini stampate sulle elezioni di Donald Trump e le guerre sono poi diventate parte del progetto Showtimes!.

La residenza alla NARS Foundation arriva dopo tre anni di intenso lavoro e ottimi riconoscimenti in Italia, tra le tante l’attività del collettivo SenzaBagno di Pescara, la residenza a Torino per Il Premio D’Amore e la successiva mostra alla galleria torinese A Pick Gallery a cura di Osservatorio Futura. Cosa hai portato con te in America di queste esperienze e cosa, invece, riporti indietro?
Ho portato con me la voglia di cambiare un po’ aria, sono sincera. Non rimpiango nulla del mio percorso ma ci sono esperienze trascorse che forse, ad oggi, grazie anche a quanto ho assorbito viaggiando, affronterei in maniera diversa. Forse riporto indietro energia e un po’ di saggezza in più. Ma soprattutto energia. I newyorkesi sono un popolo quasi indescrivibile, una carica contagiosa e creatività da vendere. Oltre che orgoglio e tanta determinazione. “A new York sembra un miracolo il fatto che tutto ricominci all’indomani, perché durante la giornata c’è stato un tale uso di energia che è facile domandarsi come è possibile che la stessa cosa riprenda ogni giorno” (Baudrillard J., Il paradosso di New York).
Quali saranno i tuoi prossimi progetti per il futuro?
New York mi ha aperto anche delle nuove possibilità qui in Italia. E fra queste una collaborazione con una delle realtà a mio avviso, ora, più interessanti nel panorama nazionale. Un gioiellino nascosto tra le colline d’Abruzzo, a cavallo tra la civiltà e territori selvatici poco esplorati, un’entità splendidamente ibrida, un’eccezione di quelle a rischio d’estinzione: Pollinaria. Tra i tanti progetti ai quali Gaetano Carboni, fondatore e direttore dell’organizzazione artistica dal 2007, ed io stiamo lavorando insieme la nuova edizione di AEQUUSOL MMXXV, un programma di residenze a cui parteciperò questo 2025, data ancora da definirsi. Dalla grande metropoli alla campagna, tra due opposti non contrari. Non poteva andarmi meglio. Non trovi?


