Progettiamo il Caos, una conversazione con Felice Levini

Artista della mostra personale "Progettare il Caos" al Mattatoio di Roma, Felice Levini racconta un percorso che nasce come reazione alla pandemia

Massimo Belli: Progettare il Caos è una mostra non-retrospettiva, non-enciclopedica e volutamente disordinata. Il senso profondo della poetica di un artista non sempre necessita un racconto metodico, soprattutto quando sono gli stessi lavori a sottrarsi a uno schema narrativo. Priva di didascalie e di pannelli esplicativi, Progettare il Caos nasce da un’idea dell’artista di raccontarsi fuori dal tempo attraverso una serie di lavori capaci di legarsi l’un l’altro per generare un’esposizione che fosse a sua volta un’opera unica. Solo apparentemente figlia del caso, la traiettoria tracciata dal progetto espositivo segue, invece, un percorso accuratamente studiato. Nell’espressionismo astratto e nel surrealismo parleremmo di improvvisazione controllata.

Partiamo, però, dalla genesi.

Felice Levini: Questa mostra nasce da un lavoro già progettato all’interno della mostra Orizzonte degli Eveneti realizzata nel 2021 presso il Museo Carlo Bilotti: lì c’era un lungo rotolo di carta lungo dieci metri decorato e istoriato a pennarello nei miei colori-cardine rosso, nero e verde. Quest’opera si chiama Progettare il Caos, e nasce dalla reazione al periodo di pandemia, raccontando non il caos che avevo io in testa ma quello che regnava fuori, quando non si capivano i “come” e i “perché” di quello che stava succedendo. Mi sentivo prigioniero della casa e del silenzio che regnava, così è nato un tentativo diaristico di appuntare tutto quello che accadeva intorno a me. Come un carcerato, mi sono nutrito di televisione, radio e giornali per tenere questo diario del mondo che mi circondava, ho utilizzato questo minestrone di informazioni e immagini per prendere spunto e tornare a riflettere sul mio lavoro passato, recuperando cataloghi, riviste e immagini dalla mia memoria. Ecco allora che tutto è finito dentro quel grande rotolo di carta, comprese alcune frasi che mi hanno fatto riflettere e che mi parevano coerenti con il momento. Così è nata l’opera e su quell’onda anche i successivi due rotoli esposti in mostra.

Forse chiuderò con un quarto lavoro, chissà.

MB: L’idea del diario nasce precocissima nel tuo lavoro come momento di recupero, come poetica del reperto: utilizzare frammenti del mondo per assegnargli nuove narrazioni, così l’immagine diventa objet trouvé che innesca la storia. In questo modo l’idea del “mito” di spalanca e abbraccia l’intero arco temporale che va dalle prime civiltà ai giorni nostri: miti greci e romani come i protagonisti delle stampe fotografiche intitolate Termopili, le icone del Novecento che affiorano nelle plastiche trasparenti del Circolo degli angeli, mitologie arcaiche come la statua raffigurata in Abu Dhabi o la Testa di Mitra. Questo campionario volutamente disordinato mostra, in realtà, una coerenza narrativa che prescinde sia il medium sia il soggetto.

FL: L’idea di “prendere” il reperto non è per forza un legame con la classicità, anche se spesso l’estetica classica è parte integrante. Non ho bisogno di recuperare il soggetto in sé, per me è solo un pretesto: mi servono delle immagini perché voglio che quell’oggetto, che sia pittura antica, scultura o architettura sia l’inizio del lavoro, come accade in Piranesi. Il mio intervento diventa ri-attualizzare l’immagine, cambiarle luogo e sproporzionarla, per farle assumere un aspetto metafisico che definirei “ingessato”. Ho cominciato questo percorso già molti anni fa, la serie dei Cinque sensi è stato un momento cruciale: finalmente avevo un Colosso di Rodi smontato in pezzi giganti che occupavano tutta la tela. Ho provato a seguire l’idea di Michelangelo e fare una pittura scultorea e viceversa, rendere plastica la pittura senza dannarsi con la materia fisica, rendere materica l’immagine stessa. Questo passaggio si nota anche nei fondali che realizzo a puntini: queste geometrie a fasce, a bande o a rombi sono come una tappezzeria di fondo, un tappeto persiano che riproduco minuziosamente. Questo raccordo fra soggetto e fondale crea l’evocazione dal passato e la proietta nel futuro. Così accade anche per le opere degli anni Duemila come Non finirà mai, la Domatrice di pulici o la Venere acrobata, il Doppio autoritratto.

Questo processo di evocazione legato anche alla tecnica del puntinato nasce già con gli anni Ottanta, con i Cavalieri dell’Apocalisse ma anche con il Gladiatore. Rimane anche in opere nelle quali del soggetto resta solo l’effige, come per Caligola e Nerone. Ciò che accomuna tutti i lavori è il risultato di questa evocazione, che è la distanza che si crea fra me e l’opera e, di conseguenza, fra la pittura e lo spettatore. Non ho mai previsto che l’osservatore partecipasse all’opera, piuttosto è l’opera che, partecipando al mondo, include lo spettatore.

MB: A un certo punto di questo diario, però, il soggetto dell’opera diventi tu stesso, aggiungendo una componente performativa, quella dell’autoritratto fotografico. Se nei lavori su carta e su tela possiamo trovarti qui e lì mentre volteggi nel quadro o sei sdraiato a terra come la sagoma di una scena del crimine, nei tuoi autoritratti fotografici sei ieratico, in piedi davanti alla macchina per immortalarti nella storia del mondo, camuffandoti e inserendoti nelle pieghe della storia.

FL: Questa parte performativa, come gli autoritratti, rappresentano per me l’idea di fissità. Mi trovo nel punto opposto di Roman Opalka: mentre il suo lavoro si basa sulla nettezza del tempo che scorre, inserendosi nella temporalità, io cerco di ricreare un tempo fuori dal tempo, uno scarto atemporale. Non voglio far emergere la battuta che segna il passare dei momenti, piuttosto provo a integrare quel passaggio e renderlo un’altra cosa, a questo servono i puntini. Per lo stesso motivo io non partecipo mai attivamente alla performance, non sono un performer, aggiungere il proprio movimento sposta l’azione verso il cinema, verso il cinetico, e allora lì deve cambiare anche il punto di vista.

Quando un’azione resta ferma allora diventa manifesto, puntualizza, chiudere un periodo e ne riapre un altro.

MB: Questo approccio racconta come, nella plurimedialità, tu rimanga saldamente un pittore.

FL: Per me la pittura è l’insieme di elementi cromatici che mi tengono sempre nella bidimensionalità, più che scultura o installazione, definirei i miei lavori tridimensionali dei “tuttotondo”. Anche questi lavori, però, tendo a renderli sempre policromi, pittorici, lasciandoli nella loro forma statuaria ma riportandoli alle due dimensioni.

MB: Nell’angolo più remoto della mostra, lì dove finiscono i due rotoli che danno il nome alla mostra, sei intervenuto direttamente sulla parete, ricreando questa doppia geometria rettangolare con due pomelli che richiamano l’immagine di una porta. La prima cosa che mi salta in mente è: dove ci porta questo caos, si apre al futuro?

Dopotutto siamo partiti proprio dal dire che questa mostra non è retrospettiva, anzi guarda avanti con una certa audacia.

FL: La mostra è solamente una traccia lasciata dal lavoro, non punta a qualcosa di definitivo. Non ho la bacchetta magica né posso scrivere un finale. A prescindere dal fatto che i lavori funzionino più o meno bene, posso dire di non aver mai fatto un’opera uguale all’altra e così per le mostre. Ho certamente mantenuto unità di pensiero, di forme e di stile, ma non c’è soluzione di continuità all’interno dei miei lavori, qui e lì aggiungo, qui e lì tolgo. L’arte, come la vita, è un gioco dell’oca, si va avanti o indietro senza, per questo, compromettersi. Il rischio è, piuttosto, quello di renderla un’utopia realizzabile, perché qualsiasi forma di bellezza, se utilizzata male, diventa una “strage”. L’arte deve rimanere il tentativo di toccare il cielo senza toccarlo mai, una condizione di eterna ricorsa.

Si lotta sempre contro il tempo che corre e contro se stessi, contro l’idea di aver fatto tutto eppure non aver fatto niente. Non penso che ci sarà mai una mostra antologica su di me, piuttosto ci sarà una nuova proposta, una prossima mostra.

Felice Levini. Progettare il Caos – a cura di Massimo Belli
Dal 19 febbraio al 21 aprile 2025
Mattatoio – Roma
info: mattatoioroma.it