Una vita di Lovecraft

Racconto a fumetti che fonde la biografia del mitico autore alle leggende del terrore che lo hanno reso noto

Da dove nascono i miti di Cthulhu (il ciclo letterario che include la parte più corposa della produzione letteraria di Howard Phillips Lovecraft)? E se, invece di nascere dalla fantasia macabra del padre dell’orrore cosmico fossero reali? E ancora, se l’esistenza stessa del visionario autore di Providence fosse sorta proprio da quel bestiario alieno? Pubblicata da edizioni BD, HPL, una vita di Lovecraft (cartonato, 240 pagine in bianco e nero, 23 euro), con la prefazione “Leggere l’oscurità” a cura dello scrittore Marco Peano, non è una “semplice” biografia ma il racconto a fumetti di una vita (possibile) che fa leva sulle leggende partorite dal celebre scrittore, poeta, critico e saggista americano.

Un graphic novel fuori dagli schemi attraverso cui Marco Taddei (scrittore e fumettista) e Maurizio Lacavalla (disegnatore) omaggiano H.P. Lovecraft, salpando da un assunto speculativo e fantastico. «Questo volume nasce nel modo più classico. Una storia datata, che ho tenuto nel cassetto per anni, perché non riuscivo a trovare il disegnatore giusto. Quando ho conosciuto Maurizio e ho letto il suo “Due attese” ho tirato fuori i fogli del cassetto e mi sono detto: “dov’ero rimasto?”». Parole di Taddei, cui fanno eco quelle di Lacavalla. «Per me, HPL nasce cinque anni fa a Lucca Comics. Ero lì come autore per “Due attese”, il mio primo fumetto di ampio respiro. Marco mi ferma per chiedermi se avessi mai letto Lovecraft e la mia risposta – “mai” – è stata decisiva per convincerlo a inviarmi la prima versione della sceneggiatura. Il lavoro è stato tortuoso, puntellato da tentativi e rifacimenti ma, per me, fondamentale». 

Uno scambio incessante, dunque. «Telefonate, chiacchiere, incontri rapsodici nel distretto bolognese. E poi ancora telefonate. Il lavoro tra un disegnatore e uno scrittore, per arrivare ad un fumetto, si basa su di una fiducia che deve nascere in automatico», riprende Taddei. Quindi è il disegnatore rammenta: “In una delle prime e-mail ha comunicato a Marco la mia volontà di lavorare come se ci inviassimo delle cassette su cui registrare – e sovraincidere – le nostre rispettive parti più e più volte. Avevo in mente, come gli scrissi, i compositori e musicisti William Basinski e Aaron Dilloway. Abbiamo parlato moltissimo al telefono. Ci siamo scambiati foto e racconti».

Lacavalla entra poi nel dettaglio di “Una vita di Lovecraft”. E spiega: «Il nostro lavoro cerca di delineare una versione realistica della sua esistenza. Anche più realistica delle cronache biografiche. Siamo partiti da un evento inventato, per poi seguire una narrazione degli eventi arbitraria. È un approccio che va oltre il semplice esercizio di stile, proponendosi quasi come metodo di lettura della realtà». E il bianco e nero? «È il doppio colore delle profondità che intendevamo scandagliare», interviene Taddei, mentre il disegnatore puntualizza: «Il bianco e nero lascia molto spazio all’incerto nonostante il contrasto binario. Questa dicotomia racconta dettagliatamente l’orrore lovecraftiano, tanto indescrivibile quanto legato alla scienza». 

Da qui, un’ulteriore curiosità: se doveste scegliere un solo racconto di Lovecraft, quale sarebbe e perché? «A me piace molto “L’estraneo” – replica Taddei –, è il diario di un recluso, la messa in scena risulta gotica, vicina però ad Edgar Allan Poe. C’è qualcosa di strisciante e opprimente che sarebbe esploso solo nei lunghi racconti degli anni successivi». Quindi è la volta di Lacavalla: «Ti rispondo con “Il mastino”. Fra le sue ultime righe si nasconde una giusta motivazione al perché disegno: un rifugio da quel che non ha nome».

Info: www.edizionibd.it

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