Sergi Barnils, l’arte dell’altrove

Un viaggio tra le opere di Sergi Barnils tra mondi di inquietudine spirituale e un'arte informale che si trasforma in rifugio

Una rubrica (p)artecipattiva che racconta di arte, artisti e sostenibilità

Premessa

Come fa l’arte a diventare “altrove”, via di fuga e rifugio in alcuni momenti della vita di una qualunque persona, specie se non “addetta ai lavori”? Come fa l’arte a diventare un elemento parte integrante di un qualsiasi ragionamento o processo decisionale? 

Basta incontrarla, iniziare a frequentarla e coltivarla.

Facile a dirsi, meno facile a farsi.

Il mio primo incontro con l’arte è avvenuto nel 2001 in una galleria di Milano dove mia moglie mi fa vedere un’opera con “strani disegni e tanti colori”, e impiega molto tempo a convincermi a comprarla. La mia prima reazione, solo per non dover spendere una cifra ben diversa dal prezzo dei poster di Edward Hopper e Andy Warhol, è: “Lo potevo fare anch’io”, ma come insegna Francesco Bonami non è del tutto vero. E così compriamo la nostra prima opera, una grande tela di Sergi Barnils, che oggi dopo quasi 25 anni rimane la “Numero Uno” della nostra collezione.

Chi è Sergi Barnils? mi domando il giorno dopo aver comprato il quadro leggendo la sua biografia nella documentazione che mi dà la galleria.

Gli scrivo una lettera chiedendo se è possibile incontrarlo a Barcellona dove vive, dopo qualche giorno ricevo una sua risposta e nel fine settimana successivo ci troviamo nella Plaza del Monasterio a Sant Cugat del Vallés per arrivare a Mercantic, uno spazio interamente dedicato ad antiquariato, artigianato e arte dove Sergi ha il suo studio. E lì, come se ci conoscessimo da sempre, accompagna me e mia moglie in un percorso attraverso la sua opera, a partire dall’infanzia passata nella Guinea Equatoriale (dove è nato) fino ad oggi. 

Quel giorno non solo incontro l’arte, un vero e proprio flash, ma capisco che al di là dell’opera mi interessa conoscere l’artista e la genesi della sua opera. 

Roger Bissierepittore francese della Nuova Scuola di Parigidiceva di non voler vedere solo l’opera, “voglio vedere anche la persona”, essendo sempre alla ricerca di una comunione spirituale con l’”altro”, per sentirsi meno solo “in questo mondo miserabile”. 

Tecnica

Sono passati 24 anni dal nostro primo incontro, con molti miei momenti di fuga a Barcellona per vedere il mio grande amico Barnils. 

Oggi è un giorno di RINASCITA, io e Sergi ci ritroviamo nel suo nuovo studio di Badalona, sobborgo di Barcellona, in un capannone industriale che potrebbe trovarsi in una qualsiasi periferia di una qualsiasi metropoli. Ma qui abbiamo davanti il mare, c’è moltissima luce, ci sono tante carte e tele in fase di lavorazione. Sergi girando per lo studio ogni tanto si ferma, inizia a fissare per qualche secondo una sua opera, ne dipinge una parte con qualche pennellata, ritocca un particolare e prosegue il suo giro alla volta di uno dei cavalletti su cui c’è la tela che deve finire in giornata per mandarla alla galleria di Milano. 

La maggior parte dei suoi lavori è realizzata con l’encausto, una tecnica già in uso nell’antico Egitto che dà all’opera una particolare matericità. 

Una tavola di legno viene ricoperta con una tela di juta, poi vengono passati tre o quattro strati di gesso e alla fine viene versata una colata di un misto di cera vergine, resina vegetale (per facilitare l’adesione del composto) e cera carnauba (per dare maggiore compattezza), il tutto fatto prima bollire a bagnomaria in un grande pentolone. Una volta raffreddatasi la cera, inizia la fase della incisione come si fa per una lastra di puntasecca, poi si versa il colore e l’opera piano piano prende forma, essendo ovviamente ogni opera diversa dall’altra, fosse solo per la complessità della preparazione e della tecnica dell’encausto.

Grafia

Sergi Barnils ha una sua grafia che si forma nel corso di tanti anni, da quando all’età di 7 anni inizia a dipingere paesaggi per poi passare alla forma geometrica che nell’arte è diversa per ciascun artista (basta pensare alle opere di Mirò e Kandinsky e alle diverse “geometrie” dei due maestri), in una stessa opera ci sono qua e là macchie di colore completamente amorfe, che solo grazie all’intervento di Sergi rivivono diventando insieme alle figure geometriche un’opera astratta.

Linguaggio 

È un’arte informale espressione del mondo personale di Barnils, un mondo dove la sua inquietudine spirituale trova rimedio nel momento in cui si rivolge e si rifugia in una dimensione divina. Sergi mi spiega che per l’artista tedesco Caspar David Friedrich l’opera d’arte è tanto più profonda quanto si riescono a chiudere gli occhi biologici per aprire gli occhi spirituali: Friedrich va in campagna, osserva, torna a casa e dipinge, passando così dalla vista fisica alla vista spirituale.

Ecco l’arte che diventa rifugio, un rifugio che non esclude ma è inclusivo grazie a quello che l’arte riesce a comunicare, grazie alla luce che un artista credente può dare in un mondo sempre più buio quando riceve quel soffio divino che diventa ossigeno e dallo stato aeriforme passa dall’artista alla sua opera e infine al collezionista. 

Una vera e propria fotografia di un momento spirituale che prende forma nell’opera d’arte per non rimanere solamente idea, nonostante perda quella originaria immensità, purezza e luminosità, laddove l’artista ha un ruolo puramente strumentale di “tramite” tra quel soffio divino iniziale e l’opera d’arte finale. Barnils spesso salta il passaggio tra questi due “estremi” e riesce a dare un messaggio immediato: alcune sue opere sono “arte libre”, viene meno il processo formativo dell’encausto, c’è solo una tela o una carta su cui Sergi letteralmente lancia della pittura o fa un suo segno grafico, manifestazione più spontanea e sincera del suo stato d’animo del momento. 

È un linguaggio diverso e a suo modo unico, è arte informale che non sempre si riesce a comprendere come nasca o cosa voglia dire. 

Se pensiamo a un altro pittore credente come Marc Chagall, è sicuramente più facile decifrarlo in quanto la sua opera pur essendo simbolica, è in ogni caso molto figurativa. 

Ma quando si riesce a comprendere il linguaggio di Barnils si entra in sintonia con l’artista e la sua opera, si percepisce la gioia che trasmette ogni singola tela, sempre in modo diverso, motivo per cui non ci si stanca mai a vedere un suo lavoro, che lascia una sensazione di benessere e un desiderio di rinascita. 

Next 

Nel 2025 sarà organizzata una retrospettiva di Sergi Barnils a Valencia e probabilmente una mostra a Roma. È prevista a breve la pubblicazione di una monografia a cura di Ramon Balasch, poeta ed editore di Sant Cugat del Vallés, che racconta quello stesso percorso della sua opera dall’età di 7 anni in poi che fatto nel nostro primo incontro del 2001.

A seguire un progetto ispirato alla musica, a partire da una sua opera concepita come una sorta di spartito.

Chi è Sergi Barnils

Sergi Barnils è nato a Bata, capitale della Guinea Equatoriale, nel 1954. Vive e lavora tra Barcellona e Sant Cugat del Vallès, Spagna. Nel 1956, quando il territorio della colonia spagnola, diventa una provincia del Golfo di Guinea, la famiglia Barnils fa ritorno in Catalogna. Fin dai primi anni Barnils dimostra una chiara vocazione pittorica che asseconda e coltiva frequentando dal 1975 lo studio del pittore Nolasc Vals e dal 1988 la facoltà di Belle Arti di Barcellona.

Dopo un lungo apprendistato in cui si confronta con le maggiori correnti dell’arte contemporanea (dagli Impressionisti a Cézanne, da Masson all’Arte Astratta), Barnils approda a una personalissima sintesi di alto livello intellettuale, tra i colori e le suggestioni della tradizione catalana e una pittura primordiale carica di segni penetranti e morbide visioni.

L’iniziale amore per il paesaggio, lasciati i modi descrittivi della rappresentazione, diventa pura sintesi spaziale attraverso un segno deciso e penetrante, sottile e incisivo, praticato preferibilmente con l’antichissima e raffinata tecnica a encausto, la pittura a cera e fuoco dei Greci e dei Romani. Il disegno dialoga con la pittura, la geometria si sposa con le stratificazioni della materia, e le immagini, per quanto astratte, si legano al divenire della vita per esprimere gioia e bellezza. Barnils concepisce le sue opere come compiuta materia riflessiva della condizione umana.

Oltre che in Spagna, l’opera di Sergi Barnils si è affermata in Germania, in Austria, in Belgio, in Olanda e in Italia, dove espone dal 1995.