Nell’opera di Charles Darwin L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali pubblicata in prima edizione nel 1872, il celebre naturalista britannico scrive che quanto causa disgusto in una determinata cultura non lo provoca in un’altra. Chiosando, però, così: «Sembra che i diversi movimenti descritti come espressivi del disprezzo e del disgusto siano identici in una gran parte del mondo». In tempi assai più recenti (siamo nel 2007), nel volume Storia della bruttezza curato da Umberto Eco per Bompiani, il saggista e intellettuale scomparso nel 2016 spiega: «In ogni secolo, filosofi e artisti hanno fornito definizioni del bello; grazie alle loro testimonianze è così possibile ricostruire una storia delle idee estetiche attraverso i tempi. Diversamente è accaduto col brutto. Il più delle volte si è definito il brutto in opposizione al bello ma a esso non sono state quasi mai dedicate trattazioni distese, bensì accenni parentetici e marginali».

Un tema affascinante, quello del “brutto”, che viene indagato da Moshtari Hilal nel saggio Bruttezza. Edita da Fandango libri, l’opera (collana Documenti, 228 pagine, 25 euro) vede l’artista tedesca di origine afghana proseguire nero su bianco – ma anche con disegni e fotografie – la sua (approfondita) indagine sugli aspetti sociali e politici delle categorie estetiche. «Io sono brutta, perché sono. Io sono bella, perché sono». Così la quarta di copertina di Bruttezza (con traduzione di Lavinia Azzone), in cui Hilal – nata a Kabul nel 1993 – imprime un timbro tra il saggistico e il narrativo, conciliando pagine di pensiero teorico e pagine più intime, liriche e familiari. L’artista prende il là da una considerazione: la “bruttezza” costituisce un fatto sociale, politico ed economico ma – al pari della razza – non esiste sul piano della realtà. Piuttosto, rappresenta una categoria (sempre di stampo politico-economico) utile a veicolare l’odio e la rabbia nei confronti di corpi e identità tutt’altro che conformi; corpi da cui il capitalismo non è in grado (o non vuole?) produrre subito valore, e di cui pertanto deve motivare l’esclusione – con la disumanizzazione pronta ad affacciarsi – per veicolarne svilimento e speculazione.
«Non solo la chirurgia ma anche gli standard di bellezza contemporanei considerano il corpo umano una scultura e un progetto», ammette Hilal, conducendo il lettore in un viaggio, complesso ed attraente, che si inerpica lungo la vergogna e i timori che siamo inconsapevoli di aver introiettato. La base da cui parte l’artista visuale, scrittrice e curatrice che lavora ad Amburgo e a Berlino lascia poco margine di fraintendimento: non è tanto la ricerca delle parole e termini nuovi per definire il bello oppure il brutto, bensì il radicale dibattito sulla bruttezza; meglio ancora, della società che – ieri come oggi – la produce (e induce) come categoria.
Un esempio su tutti? Spiega l’autrice (ha studiato scienze islamiche e scienze politiche approfondendo la teoria gender e decoloniale in Germania e nel Regno Unito): «Lungamente il povero naso fu messo sotto accusa. Già durante il cosiddetto Rinascimento europeo venne maledetto. Da quel momento in poi ogni naso appariscente dovette ricordare un naso sifilitico. Visto a quei tempi lo scoppio della malattia infettiva a trasmissione sessuale, un simile naso divenne metafora di decadenza morale». Eppure in tempi non sospetti l’attrice spagnola Rossy de Palma, magnifica musa di Pedro Almodovar, ha dichiarato: «Devo il mio successo a lui». Con «lui» intende – neanche a farlo apposta – il suo naso. E intervistata, ha raccontato i suoi trascorsi da bambina («Il problema non era il naso, ma la maleducazione, la bruttezza degli altri»).
Ecco, ispirandosi a pensatori del calibro di Frantz Fanon (psichiatra, antropologo, filosofo e saggista) e attingendo al black feminism – corrente che si focalizza sulle discriminazioni subìte dalle donne di colore negli Stati Uniti – nonché ai disability studies (disciplina di studio che analizza la disabilità quale fenomeno sociopolitico, culturale e storico), Hilal mostra al lettore quanto persino un senso come la vista, all’apparenza “naturale”, sia invece eretto e educato da standard che rinsaldano rigide gerarchie sociali. Un saggio, il suo, che non flirta con l’ovvietà. Piuttosto, «parla del guardare e dell’essere guardati, dell’odio nella bruttezza, della distanza e della contraddizione del bello. Parte da me e finisce in tutti noi», ammette la stessa autrice.

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