Il Madre espone e concede colori con consistenze diverse che arrivavano dal Brasile con Vai, vai, Saudade a cura di Cristiano Raimondi: ogni piccolo dettaglio è inquadrato e precisato così si accompagna il visitatore in un altrove, che è dovuto in un luogo di conoscenza che è un museo. Viviamo in una società postcoloniale e l’arte può spezzare i modelli che continuiamo a reiterare con lo sguardo guidato da una forma mentis impregnata dal colonialismo storico: il sapere eurocentrico è il migliore fino a quando non ci rapportiamo all’altro. Un museo deve porre di fronte all’altro, ha il dovere di far allargare la visione speculare che si ha del sapere.

Il museo è il luogo delle alternative, si intercetta quindi ciò che è stato dimenticato, quello che è stato procrastinato nella conoscenza e si presenta come fondamentale perché parte, non della produzione umana, ma della sua capacità di creare a sua volta alterità ampliando e modificando quello che si ha. È lo spazio museale, che raccoglie e descrive il patrimonio pubblico, di qui e dell’altrove, approfondendo e svelando le contaminazioni, le attribuzioni ma anche i furti e i plagi. Lo sguardo del Madre con Vai, vai, Saudade sembra seguire le linee guida del volume Decolonizzare il museo di Giulia Grechi in una mostra che raccoglie più di 194 opere di artisti brasiliani dal dopoguerra a oggi e che è stata prorogata fino al 4 novembre.
Si cammina lungo una storia lunghissima che è quella di un paese che si rappresenta in modo denso di significati. L’alterità culturale ci serve, non è più possibile guardarsi allo specchio, ne abbiamo bisogno per poter almeno sbirciare oltre il paradigma. Il museo è uno spazio per il racconto, un luogo pubblico che vive di possibilità: Vai, vai, Saudade ci mette di fronte a un tempo diverso, scandito con altre parole.
Lina Bo Bardi nel presentare il Museo de Arte de San Paolo diceva “Il tempo lineare è un’invenzione dell’Occidente: il tempo non è lineare, è un meraviglioso accavallarsi per cui, in qualsiasi istante, è possibile selezionare punti e inventare soluzioni, senza inizio né fine”.


L’idea di allestimento dell’architetta italiana era necessario proprio per scardinare questo preconcetto occidentale del tempo: teche di vetro dove poter vedere il dentro e il fuori, un rifiuto della bidimensionalità anche per opere bidimensionali. Gli espositori con base di cemento e vetro presenti nella Biennale d’Arte di Venezia del 2024 sono un omaggio a lei, vincitrice del Leone d’oro speciale alla memoria della Biennale Architettura 2021. È nella costruzione di un luogo da attraversare e vivere, dove poter guardare anche da dietro, che si muove il Madre, e lo fa usando linguaggi e poetiche differenti, rincorrendo un secolo lontano a livello logistico, dove la natura entra in discussione con avanguardie che non perdono di significato ma riflettono una realtà non locale, ma rappresentativa di un sentire, che aveva e ha altre origini, e per forza di cose altri sviluppi.


Lungo le sale del Madre: stessi artisti che investono il loro percorso in più correnti artistiche. Dal Modernismo con dichiarate esigenze di dichiarazioni contingenti come una specificità culturale. Al Concretismo, che fonda le sue osservazioni sull’arte concreta europea e cerca di raggiungere un’astrazione concettuale diventando estetismo sensoriale nel Neoconcretismo degli anni Sessanta del secolo scorso. L’opera è immanente, connaturata al suo pubblico, che non è più un osservatore ma un attore della stessa. Il Tropicalismo: affermazione di diversità, di autenticità: Hélio Oiticica occupa spazio con il colore, manifesta un luogo vivo e diverso nel mondo: il Brasile.


Un paese che si dichiara contro il suo stesso regime con l’Arte Politica e l’Arte povera degli anni Sessanta e Settanta. Antonio Dias e Cildo Meireles non si limitano a vivere e descrivere, ma si oppongono al regime militare che va dal 1964 al 1985. Il primo con ironia e un fare ambiguo, il secondo con scelte iconiche non urlate ma che si palesano immediatamente nella creazione di una scala scomposta, impraticabile e soprattutto inaccettabile. L’arte Transnazionale riapre il dialogo su questioni sociali che non sono locali, ma umane, quindi universali, comprensibili anche lette con un’altra lingua perché tangibili a distanza di migliaia di chilometri.
Le differenze non si assottigliano nelle rappresentazioni, perché è la differenza che costruisce il tassello non più dell’identità, di una possibile soluzione. Se il pensiero è unico è improduttivo, lo sguardo che arriva da altrove può essere una chiave di lettura mai pensata, in contraddizione, o in disallineamento al nostro modus videndi e forse quindi più efficace, più coriaceo anche solo per la messa in discussione del nostro pensiero.



