La mostra Tappetaro di Ettore Favini, visitabile fino al 2 novembre 2024 alla Galleria Il Triangolo di Cremona, è un viaggio. E il viaggio proposto, il cui percorso viene tracciato dalle sagome appena accennate a matita lungo le pareti bianche dello spazio espositivo, non attraversa solo lo spazio, ma anche il tempo.
Nel 2017 l’artista cremonese frequenta una residenza in Marocco durante la quale trascorre un mese sulle alture dell’Atlante marocchino, a contatto con artigiani del tappeto, commercianti e storici. Durante questo periodo, Favini impara l’arte della tessitura marocchina, quella berbera in particolare, “come scrittura biografica sulla vita femminile. Le donne e la loro intimità diventano la chiave di volta di una narrazione, ma anche una storia di memoria collettiva dimenticata”. Ha anche modo di notare come, sempre sull’Atlante, i sacchi abbandonati di plastica intrecciati, originariamente utilizzati per conservare e trasportare farina, zucchero o lana, vengono rilavorati, tra le altre cose, come tessuti e utilizzati per trasmettere immagini commerciali.



L’esperienza vissuta è stata per l’occasione rielaborata e riscritta alla luce della situazione contemporanea. La memoria personale, le nuove domande che il tempo fa nascere, sono qui colmate e messe in scena in una serie di lavori tessili e scultorei, realizzati di pari passo con un rapporto epistolare con il curatore marocchino Abdellah Karroum, durante il quale i due punti di vista si mischiano e contaminano.
Se otto anni prima Favini aveva ibridato ibridare un simbolo del tessile sardo (Arrivederci, 2016), una donna stilizzata, con il corrispettivo tradizionale della tradizione berbera, qui l’interesse dell’artista si sposta sulla trasmissione di immagini a distanza e sulla costruzione di un nuovo immaginario culturale collettivo. Un immaginario fortemente ibridato con la cultura occidentale, scelta come “nuova casa”, oppure perché , negli anni ’70, un grande patrimonio di antichi tappeti berberi era stato acquisito da un gruppo di collezionisti svizzeri e americani dando vita a un processo che ha portato alla perdita del know-how, dei simboli e dei colori di una tradizione che era stata preservata non solo dal telaio, ma anche attraverso la visualizzazione degli oggetti stessi.

È Favini stesso che spiega allo scrittore marocchino: “La tessitura è cambiata molto, adattandosi ai gusti più occidentali. Chissà se i giovani conoscono questo simbolismo, mi piacerebbe mescolarlo con i simboli del consumismo che conoscono e che e che sfoggiano ogni giorno attraverso i loro abiti. Simboli e motivi che diventano un ponte tra il luogo di origine e quello di destinazione, tra il passato (la tradizione) il futuro. Il mare al centro”. I tappeti, i tessuti e i sacchi re-intelaiati raccontano in mostra la storia di questo processo di ricostruzione della memoria di un popolo, portandosi appresso le tracce dei vari passaggi occorsi. Accanto al simbolo femminile, giacciono la mano di Fatima (o Khamsa) rivisitata in forme pop, o delle pins decorate con le trame marocchine tradizionali.
Un altro simbolo marocchino campeggia poi a metà viaggio: la scultura in terracotta Atlas (2024). Una tajine dalle forme della montagna Oukaïmeden, realizzata come una forma che custodisce al suo interno la storia delle rocce, le persone che abitano quei luoghi, le memorie dell’astista e di chi ha incontrato, ovvero “un ricettacolo di emozioni” in cui si possono “cucinare” tutti gli elementi della mostra stessa. A protezione di questa culla, sotto il cielo stellato, la mezzaluna rossa a fare la guida.


Ettore Favini. Tappetaro
fino al 2 novembre 2024
Galleria Il Triangolo – Cremona
info: iltriangoloartgallery.com


