Il museo è pieno, vivo, carico di energia. Ci sono mostre ovunque: primo, secondo piano e nella grande sala – quando fu realizzata si parlò della più grande sala espositiva d’Europa – del piano terra. Sono di scena: Tolia Astakhishvili, Absalon, Vincenzo Agnetti, Maurizio Altieri, Alex Bag, Beatrice Bonino, Victor Cavallo, Francesca Cefis, Alassan Diawara, Buck Ellison, Luciano Fabro, Hamishi Farah, Simone Forti, Pippa Garner, Alberto Garutti, Isa Genzken, Lenard Giller, Felix Gonzalez-Torres, Adam Gordon, Pierre Guyotat, Sohrab Hura, Thomas Hutton, Allan Kaprow, KUKI, Rosemary Mayer, Sandra Mujinga, Charlemagne Palestine, Paolo Pallucco & Mireille Rivier, Lorenzo Silvestri, Diane Simpson, Lukas Wassmann, Gillian Wearing, Issy Wood.


E tutti questi artisti e tutte le mostre, oltre a parlare per se stessi e possibilmente al pubblico, esprimono anche un’altra cosa: il saluto del direttore Luca Lo Pinto alla fine del suo mandato di cinque anni. Sì, stiamo parlando del Macro, dove venerdì 4 ottobre si sono inaugurate le ultime mostre della direzione Lo Pinto, occasione per fare una grande festa, forse di addio, ma anche occasione per fare un bilancio di questi cinque anni di direzione fortemente autoriale. Cominciamo subito col dire che le mostre pensate, e spesso curate, da Luca Lo Pinto non sono mai state banali o rimasticamenti di cose più o meno già viste. A cominciare dalle prime indicazioni programmatiche: proporre la collezione in quella maniera che, a prima vista, sembrò un po’ una scorciatoia con una fotografa, Giovanna Silva, chiamata a raccontare i depositi per immagini, senza vedere i pezzi veri e propri. E che invece si è rivelato un modo convincente per ripercorrere quella collezione: non tanto i pezzi, ma i volti degli autori, le casse.


La vita sotterranea del museo, insomma, protagonista anche nella versione underground, che non diventa un feticcio, qualcosa di statico e insomma, per dirla con Adorno, più mausoleo che museo. Deriva evitata anche con l’innesto di energie nuove: di volta in volta il piano dove erano esposti i depositi in foto si aggiungevano interventi di giovani artisti. Fino a fare di quella eccentrica collezione un’occasione per guardare oltre, e altro. Poi l’introduzione del suono tra le proposte espositive, medium relativamente recente nel panorama delle arti contemporanee, e sempre più praticato dagli artisti. Ma, soprattutto, grimaldello per scardinare l’idea canonica della mostra. Poi le personali, quasi sempre delle offerte nuove per la platea romana, e non solo. E ancora le proposte in campo editoriale: le vecchie riviste, i giornali, le fanzine e un po’ tutto il variegato mondo della comunicazione che ruota intorno all’arte, ma anche la storia della scena alternativa romana e non solo, che vista da oggi sembra malinconicamente lontana anni luce.


Insomma, una programmazione dove c’era sempre qualcosa da imparare, come dissi una volta a Lo Pinto (osservazione che, mi sembrò, lo fece molto contento) e di cui, rivista a posteriori, colgo meglio il senso del magazine tridimensionale, l’idea di trasformare il museo in una sorta di palinsesto, dove di volta in volta ritrovare le stesse sezioni, ma con contenuti diversi: l’editoriale, le rubriche, gli approfondimenti, le notizie flash e altro. E per cui si capisce anche il titolo dell’ultima mostra: Post Scriptum. Un museo dimenticato a memoria, direi la firma esplicita di un direttore il cui forte non è stata la comunicazione. By the way: non sono la sola a non aver amato il polipo rotante che ci raccontava la programmazione.


E qui veniamo al secondo aspetto di questa direzione che, penso, abbia lasciato il segno accanto a tutte le proposte positive che ho elencato. Il Macro di Luca Lo Pinto non ha brillato, anzi ha faticato molto, nel rapporto con la città. Non l’ha cercato e, come spesso accade, specie a Roma, la città non ha cercato il museo. Troppo elitaria la programmazione? Forse, ma non solo. L’impressione era che, elitaria, fatta per palati fini o meno, non c’era l’intenzione di allacciare un rapporto con la città. Per dirne una: solo le ultime due personali sono state dedicate ad artisti romani, Emilio Prini ed Elisabetta Benassi. Rapporto che sappiamo essere difficile, con una città che risponde fin troppo alle inaugurazioni, salvo poi dileguarsi quando la mostra è in corso.

Indubbiamente, tutto questo al Macro è avvenuto più che altrove. Le sue inaugurazioni sono state sovraffollate di giovani (bel segnale! mi dicevo), facce, corpi che però poi raramente si vedevano a partire dal giorno dopo. Ma anche la sera stessa dell’inaugurazione le centinaia, migliaia di ragazze e ragazzi non sciamavano tra i piani delle mostre, ma si assiepavano nel cortile a bere e chiacchierare. È uno snodo fondamentale come trasformare questo pubblico che lievita perché l’arte contemporanea è cool (sarà ancora vero, poi?) in vero pubblico dell’arte e, forse dicevamo, per il Macro la scommessa è ancora più sfidante perché parliamo di un museo nato sfigato quanto basta.

Con amministrazioni comunali che hanno cambiato colore e quindi con il museo che cambiava direttore, giravolte e ribaltoni continui, nato parente povero del MAXXI lo stesso anno di nascita del MAXXI: il 2010, con direzioni una diversa dall’altra, fino alle ultime due agli antipodi: la pentastellata, e populista, di Gianfranco de Finis e la sofisticata di Luca Lo Pinto. Merito di quest’ultimo è stato anche chiamare a raccolta tutti i direttori del Macro in occasione dei vent’anni del museo, compleanno che si è celebrato in ritardo causa covid, al quale hanno aderito tutti, portando la propria esperienza, ma dove sono completamente mancati – benché invitati – i politici: assessori e sindaci, che quel museo pare l’avessero voluto e di cui hanno disposto vita, morte e miracoli.


Ecco dove sta forse la profonda anomalia del Macro, che solo cinque anni fa, ad esempio, varò un bando per la ricerca del nuovo direttore – fino al 15 ottobre erano aperte le candidature del successore di Lo Pinto – essendo stato fino allora il direttore chiamato dall’assessore alla cultura. Anomalia – il famoso braccio di distanza dalla politica che è mancato – che spesso l’ha reso appendice della politica. E poi, poi quando si cerca di mettere fine a tutto questo forse il percorso si fa parecchio in salita.

Courtesy Allan Kaprow Estate and Hauser & Wirth. Photo Agnese Bedini – DSL Studio
Tutte le foto: Piercarlo Quecchia – DSL Studio


