Conferito il Carla Fendi Rome Prize a Kamrooz Aram

Un’intervista al premiato Kamrooz Aram per riflettere sulla commistione tra spazio e opera pittorica, tra arte decorativa tradizionale islamica e occidentale e arte contemporanea

La sinergia tra l’American Academy in Rome, i cui spazi ospitano da 130 anni studiosi di alto livello in campi umanistici ed artisti di eccellenza, e la Carla Fendi Foundation, fondazione culturale impegnata nel mecenatismo in ambito artistico e scientifico, cresce e si rinnova portando il Carla Fendi Rome Prize alla seconda edizione. Maria Teresa Venturini Fendi Presidente della Carla Fendi Foundation afferma che «le radici per l’istituzione di questo premio provengono dalla stessa Carla Fendi, amica dell’Academy e grande ammiratrice della cultura americana, che dagli anni 70 ha lavorato molto negli Stati Uniti, anni che definiva essere stati per lei formativi, trovando il know-how americano di grande ispirazione».

Consegnato nel quadro del McKim Medal Gala, il premio è rivolto ad artisti visivi a cui viene data la possibilità di trascorrere in vesti di fellows un periodo di cinque mesi in residenza presso l’American Academy in Rome. Quest’anno il premio è stato consegnato da Nina Pons Fendi a Kamrooz Aram. Artista che indaga con eleganza e delicatezza l’importanza del design, dell’architettura e dell’arte decorativa, proponendo un nuovo sguardo sul rapporto tra opera e spazio e sul significato storico dell’arte decorativa. Durante il periodo di residenza, iniziato a febbraio di quest’anno, Aram ha sviluppato il progetto Renegotiating Ornament. Attraverso lo studio della pittura e delle pratiche architettoniche e decorative dell’antica Roma, quali l’affresco, il mosaico o lo stucco lustro, Aram propone un riposizionamento concettuale e di rilevanza storica dell’arte ornamentale all’interno della moderna concezione occidentale di arte visiva. Nato in Iran e cresciuto a New York, per la sua prima volta in residenza Aram racconta ad Inside Art il suo percorso artistico.

Da molti anni ti dedichi allo studio dell’arte ornamentale, da quando hai iniziato il periodo di residenza in accademia hai avuto l’occasione di approfondire lo studio dell’arte decorativa tradizionale dell’antica Roma, nel corso di questi mesi come è evoluto il tuo concetto di arte decorativa e che direzione ha seguito il progetto Renegotiating Ornament?

Non posso definirmi un artista che esegue tutto in vista dell’obbiettivo da perseguire, spesso assecondo il processo creativo e anche in questo caso ho seguito ciò che l’esperienza mi suggeriva. Nei canoni dell’arte occidentale ci sono determinate definizioni di pittura, di arte moderna e contemporanea, che alcuni storici dell’arte limitano ad una concezione molto europea della pittura. Io provo a guardare la storia dell’arte come una storia che include ad esempio i tappeti persiani o varie forme di pittura architettonica, delle forme d’arte come l’affresco o lo stucco lustro che in occidente non sono considerate pittura con la P maiuscola. Ci sono architetti come Carlo Scarpa che hanno usato lo stucco lustro come forma di pittura. Gio Ponti è un altro artista che mi ha ispirato, in particolare nel modo di relazionare il colore con lo spazio. Quando sono stato nelle cattedrali a Napoli e ho visto le opere di Caravaggio, ero attratto da tutti i dipinti che circondavano le sue opere. Credo che anche i pittori contemporanei guardino a questa parte di storia che delle volte viene considerata come decorativa, come qualcosa priva di un’idea, di una vera presenza, di un’identità, ma è una concezione falsa perché molti di quei dipinti sono pregni di significato, hanno una presenza spirituale. Ad esempio il modello geometrico islamico ha una presenza spirituale e concettuale, quindi credo che questo modo di concepire l’arte decorativa in modo vuoto sia un’idea moderna occidentale che vorrei rinegoziare.

Rispetto alla proposta iniziale del progetto, hai avuto modo di sorprenderti nel corso dei tuoi studi in accademia?

Ho lavorato per anni da solo, non ero pronto a stare così spesso a contatto con altri fellows, così dopo le prime settimane di residenza sono andato a Venezia, ho guardato a lungo la Basilica di San Marco e ho sentito un senso di rigenerazione, quando sono tornato a Roma ho iniziato a lavorare in modo molto efficace. Quando sei un artista giovane sei molto più aperto, prima passavo più tempo fuori dallo studio adesso è diventata un’attività che mi mancava. La residenza mi ha permesso di essere più libero e realizzare cose che non avrei mai immaginato, spesso la sorpresa è nata da un’interruzione e una mia conseguente ricerca di adattamento che alla fine mi ha portato ad una maggiore libertà espressiva.

Un elemento che si nota immediatamente nelle tue opere è il dialogo tra astrazione e geometria, tra colori tenui come l’azzurro e il grigio e colori forti come il rosso o il blu, qual è la genesi di queste relazioni e che significato assumono per te?

Penso ai colori in modo intuitivo, in qualche modo c’è qualcosa nei miei dipinti che porta l’occhio dell’osservatore ad essere un po’ insoddisfatto, a cercare qualcosa che non riesce a trovare, c’è tensione, io evito l’armonia mi sembra troppo semplice. Per questo devo essere paziente perché delle volte considero il dipinto risolto per settimane per poi realizzare improvvisamente che c’è qualcosa che gli manca, o qualcosa di troppo o qualcosa che deve essere cambiato. I miei dipinti rivelano da soli la propria storia ad esempio in alcuni quadri che ho realizzato qui in studio, si può vedere del rosso inaspettato che esce dalla tela, è un modo per creare tensione. In definitiva i miei quadri hanno un “ornamental feeling”, sono interessato a ricercare la tensione tra ciò che può sembrare geometria astratta e qualcosa di ornamentale, e lavorare con il colore e il monocromo.

Arte ornamentale o decorativa, cosa significano per te?

In inglese alcune persone considerano le parole decorativo e ornamentale come aventi lo stesso significato. Per me decorativo significa assenza di contatto, di significato; il termine ornamento ha il potenziale per significare qualcosa in termini spirituali, concettuali, simbolici ed emotivi e questo si può ritrovare nella storia dell’arte. Un ornamento può anche essere decorativo, ma li considero due termini separati. Il modo in cui penso all’ornamentalizzazione del dipinto è attraverso il conflitto tra la figura e lo sfondo, quando si guarda un mio dipinto non si è mai sicuri di dove sia la figura e dove lo sfondo, fluttuano, quindi mi allontano da una concezione tradizionale del rapporto. Questo si collega al mio interesse per le modalità di esposizione degli oggetti nei musei, ad esempio la mia opera Composition with lapis lazuli, cobalt and ceramic bottle, mostra come il dipinto è essenzialmente un dipinto moderno, geometrico e astratto ma diventa lo sfondo mentre l’oggetto, posizionato davanti il quadro, diventa più importante, quindi c’è un rapporto di interdipendenza tra l’oggetto e il modo in cui viene mostrato. E’ importante capire che l’oggetto esposto nel museo non è inserito in un ambiente neutrale ma dipende dal design, dall’architettura, e chiaramente dal nostro personale punto di vista.

Prima reazione appena hai ricevuto il Carla Fendi Rome Prize Fellow?

Era qualcosa che avrei voluto fare da molto tempo, ma dopo un primo momento di eccitazione ho provato un po’ di paura. Era un periodo fiorente per me a New York, il lavoro andava molto bene quindi ho temuto che mi sarei un po’ distratto, in definitiva posso dire che è stata la migliore distrazione della mia vita.