Eccentriche Nature. A Bologna la natura è donna

Natura, vegetazione e territorio nella nuova collettiva tutta al femminile inaugurata da CUBO, il museo d’impresa del Gruppo Unipol

A distanza di cinquant’anni dalle prime pubblicazioni sul tema della creatività delle donne – una creatività altra, come scrisse Anne Marie Sauzeau su “Data” (1975) – il rischio connesso a una tale trattazione è sempre quello dell’individuazione di cifre tipiche, di motivi e moventi – il corpo, la sessualità, il soggettivismo intimista – che, pur offrendo spesso validi punti d’appoggio teorici, pagano altrettante volte lo scotto della limitatezza, non riuscendo a fornire una ricognizione esaustiva (e impossibile per statuto) della produzione artistica femminile.

È proprio da questa inversione di rotta, e da questo ampliamento di prospettiva, che ha inteso muoversi Pasquale Fameli, curatore della mostra Eccentriche nature, inaugurata lo scorso 5 giugno 2024 al CUBO Unipol, nelle due sedi di Porta Europa e Torre Unipol. La mostra, aperta fino al prossimo 5 ottobre, e resa possibile grazie alla collaborazione di Valentina Rossi, raduna dieci artiste accomunate da una certa affinità con le forme naturali e specificamente vegetali.

Il titolo della mostra, come chiarito nell’anteprima stampa del 4 giugno, ha un’accezione duplice: da un lato, le proposte artistiche evocano una natura “eccentrica”, distante dalle convenzioni rappresentative; dall’altro, eccentrica è la stessa natura poetica delle personalità coinvolte. Padroneggiando media e tecniche diverse, le artiste presenti vengono selezionate in virtù del rapporto privilegiato con Bologna, con la pianura e con le foreste emiliane. Il legame tra donna e natura – chiarisce Valentina Rossi nel suo intervento – è innato, risale alle pratiche di cura e di familiarizzazione con le specie vegetali autoctone che le donne hanno instaurato all’alba dell’avventura umana: Marija Gimbutas, menzionata da Rossi, ne Il linguaggio della dea scrive: “La Dea gradualmente si ritirò nel profondo delle foreste o sulle vette delle montagne, e lì sopravvisse sino ai nostri giorni nelle credenze e nelle fiabe […] Ma i cicli storici non si fermano mai, ed ora vediamo riemergere la Dea dalle foreste e dalle montagne, recandoci speranza per il futuro, e riportandoci alle nostre più antiche radici umane”. 

Nella prima sede di CUBO, in Porta Europa, Fameli organizza la “reinvenzione dell’erbario”, una forma illustrativa che proprio a Bologna ha trovato, nel Cinquecento, un portavoce illustre nella figura di Ulisse Aldrovandi. Un erbario sviluppato principalmente in verticale, con pannelli in grado di accogliere le opere di Mirta Carroli, Giulia Dall’Olio, Pinuccia Bernardoni, Greta Schodl e Valentina D’Accardi. La grande quercia della Valle, di Mirta Carroli, è un lavoro in acciaio COR-TEN del 2011: un materiale industriale, artificiale – del resto, l’antagonismo natura/cultura, un binomio falso e impossibile da scorporare, è uno dei temi centrali della mostra – che prende in carico le memorie d’ infanzia dell’artista, come una quercia secolare che si trovava nei pressi di una casa colonica, La Valle. La quercia e il paesaggio limitrofo appaiono in forme quintessenziali, sintetiche ed estremamente asciutte, allo stesso modo in cui Pinuccia Bernardoni estrae gli andamenti sinuosi, i profili perimetrali delle foglie (Nero di foglia n. 3, 2006).

Tra i lavori di Carroli e Bernardoni, anche Giulia Dall’Olio (g 19] [379 d, 2023) agisce “per forza di levare”: pur conservando un buon coefficiente di riconoscibilità, le piante di Giulia Dall’Olio vengono invase da tracce irrealistiche, da aggiunte a posteriori, e sovrastate da una banda a monocromo color arancio che, imponendosi sul resto della composizione, configura l’intervento antropico, la sopraffazione umana sull’ambiente naturale. Sergia Avveduti(Arbusti, 2020), invece, porta alle estreme conseguenze un ragionamento sul materiale d’archivio, delle fotografie del Touring Club italiano, rielaborato tramite la tecnica del collage e successivamente manipolato per mezzo di incisioni e incursioni di elementi cromatici. 

Valentina D’Accardi (ABISSI #0014, ABISSI #0015), dal canto suo, perviene all’astrazione per vie inconsuete: comunemente associata allo sguardo d’insieme, al distacco prospettico e al lavorio mentale, l’astrazione è qui raggiunta per mezzo dell’avvicinamento, che consente l’individuazione di forme parziali, ostacolando letture comode anche per mezzo delle dominanti cromatiche “acide” in viola e giallo. Greta Schödl, con due Untitled, del 1977 e del 1980, porta in mostra la preziosità dei materiali e la sua scrizione – per dirla con Roland Barthes – riempie una pagina dal sapore antico, dove la reiterazione di frasi, o parole, che, tornando al Barthes delle Variazioni sulla scrittura, è influenzata dal supporto. Il suo Untitled del 2000, invece, è una sorta di evangelario dorato: aperto, e custodito in una teca, esso reca la traccia di una natura vissuta, delle foglie essiccate che si sovrappongono alla trama dello scritto.

In una teca anche tre lavori di Sabrina Muzi, parte della serie Imago Plantae (2013): tre interventi a penna biro su carta che, pur vicini alla tradizione dell’immagine esatta e dell’illustrazione scientifica, a un’osservazione ravvicinata mostrano un tratto tellurico, dove i “microsismi” del disegno si fanno carico di emozioni non urlate: le restituzioni in prospettive multiple di un baccello di fava, di alcune foglie di basilico e di una radice di zenzero sono rappresentazioni precise che tuttavia si concedono un minimo spazio di libertà, e rievocano il sodalizio eterno della donna con le forme e le proprietà nutritive e benefiche delle specie botaniche. L’ultima teca contiene gli Appunti per autobiografia del rosso (2017-2018), di Sabrina Mezzaqui. Il lavoro, preliminare a un progetto presentato a Galleria Continua, è un’operazione dove su un quaderno compaiono motivi floreali, quasi dei petali.

Le altre due opere in mostra, le setole (2021) di Francesca Pasquali e volto in rovo (2009) di Sissi, volutamente poste alle estremità del percorso, offrono una lettura più “tridimensionale” del tema: l’installazione di Sissi, un nido formato dall’aggrovigliarsi di corde, è un’opera che aggredisce il vuoto circostante, e che sulla scia di Anatomia parallela (libro d’artista del 1999) concepisce i moti d’animo come creature polimorfe, al punto d’incontro tra pulsione introversa e slancio estroverso. Le setole di Francesca Pasquali, adagiate a terra, sono invece i tentativi con cui l’artista ipotizza un contatto formale tra materiali di riuso – in questo caso la plastica – e particolari strutture microchimiche (dei cristalli di ziolite). 

Il percorso nella Torre Unipol

Plastica, eminentemente scultorea, poi, è la natura degli interventi nella seconda sede, la Torre Unipol in via Larga. Il percorso, avviato dagli Abissi di Valentina D’Accardi, video proiettato su monitor in cui la mutazione di forme e colori innesca una processualità infinita, chiama alla mente Georg Simmel: “La natura – scrive Simmel – è l’ìnfinita connessione delle cose, l’ininterrotta nascita e distruzione delle forme, l’unità fluttuante dell’accadere, che si esprime nella continuità dell’esistenza temporale e spaziale”.

Poggiati a terra, e interrotti dalle operazioni scultoree come l’uovo di Greta Schödl (Senza titolo, 1980-1989) e la struttura in COR-TEN di Mirta Carroli (Di là dal fiume verso le viole, 2010), i lavori di Pinuccia Bernardoni (Germinazione n. 7, 1990), Sabrina Muzi (Come dentro così fuori, come fuori così dentro, 2024) e ancora Valentina D’Accardi (Many many years but white, 2024) intavolano con la superficie orizzontale un dialogo per affinità e contrasto. La “germinazione” in lamiera e ruggine di Bernardoni è un’ipotesi plastica che filtra i particolarismi del fenomeno, sfrondando i dettagli accessori e raccontando un disegno primario e rigoroso, i cui toni di ruggine appaiono prossimi alle cromie del legno pavimentale.

A mimetizzarsi, anche la scultura di Sabrina Muzi, una torre/rotolo in metallo, carta e bambù trattata ad acrilico che perde tutta la gravità e la pesantezza dell’albero/statua accennando una timida apertura. Il senso di leggerezza, poi accentuato anche dall’intervento sonoro – suoni provenienti dalla natura, componimenti poetici – è proprio anche del fogliame in gesso di Valentina D’Accardi che, propagandosi a terra, entra in relazione cromatica con la pulizia del paravento di Sabrina Mezzaqui (Fiori minuti, 2019)  e con il Ciglio di Sole (2020) di Sergia Avveduti. Quest’ultimo lavoro, un’installazione che comprende una stampa su zinco e una “conchiglia” in gesso, fronteggiando le vetrate della torre, raddoppia la prospettiva invitando a guardare oltre l’oltre della riproduzione fotografica. Giulia Dall’Olio presenta, in Torre, tre carboncini di piccolo formato; qui, a differenza del lavoro presentato in Porta Europa, l’invasione umana può essere più eclatante come più sottile, carsica, e l’acrilico può tanto dominare le fronde degli alberi quanto insinuarsi, carsico, negli spazi residui disponibili.

Le ultime due opere in mostra, Linguaidea pendula (2024), in ferro e grès smaltato, di Sissi, e il monumentale Origami (2022) di Francesca Pasquali, sono emblematiche di uno scarto dimensionale, concretizzano un’idea di natura che al contempo è raccolta e propagata. In particolare, l’origami di Pasquali, realizzato con residui di neoprene cuciti a formare un organismo vivo, si inerpica su una parete come un’erba infestante, quasi a voler dimostrare la continuità vera – e non la discontinuità percepita – tra natura e cultura. 

Eccentriche nature
Sergia Avveduti, Pinuccia Bernardoni, Mirta Carroli, Valentina D’Accardi, Giulia Dall’Olio, Sabrina Mezzaqui, Sabrina Muzi, Francesca Pasquali, Greta Schödl, Sissi
a cura di Pasquale Fameli con la collaborazione di Valentina Rossi
fino al 5 ottobre 2024
CUBO in Porta Europa – Piazza Sergio Vieira de Mello, 3/5, Bologna
CUBO in Torre Unipol – Via Larga, 8, Bologna
info: www.cubounipol.it

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