Qualche idea per combattere l’incomprensibilità 

L'arte contemporanea e il problema di sempre: facile essere misteriosamente criptici, difficile farsi capire senza rinunciare ai contenuti

Nel panel dedicato alla comunicazione del Simposio per i vent’anni di Inside Art, Costantino D’Orazio, oggi direttore dei Musei Nazionali di Perugia, ma con un passato anche da comunicatore: autore e conduttore radio tv, giornalista ecc, ha affermato che se i musei non riescono ad adottare pratiche e metodologie dei social, perderanno il pubblico del futuro. I ragazzini che oggi hanno 8, 10, 12 anni, che stanno incollati a Tik Tok, e che crescono conoscendo solo quel tipo di comunicazione e, aggiungiamo (purtroppo), anche solo quel tipo di informazione. Vero? Senz’altro molto vero. Ma non solo. 

Personalmente non ho nulla contro l’ingresso dei social nei musei, non mi sono scandalizzata quando Chiara Ferragni si è fatta fotografare dentro gli Uffizi sola, duettando con la Venere di Botticelli, e in compagnia dell’allora direttore Eike Schmidt. Non mi importa niente e anzi mi fa piacere se i ragazzi conoscono una grande opera di un grande artista quale è stato Mauro Staccioli, autore di una gigantesca piramide dove Mahmood ha girato un video, salvo poi, quegli stessi ragazzi, alla domanda di chi è la Piramide, rispondere che è di Mahmood, e non di Staccioli e di Antonio Presti che l’ha commissionata. Il punto, insomma, non è adottare la tecnica più o meno accattivante dei social e affidarsi all’influencer o alla star di turno per pubblicizzare l’arte. 

La differenza la fa se poi i ragazzi che entrano una prima volta agi Uffizi o alla Piramide di Fiumara d’Arte, poi ci tornano. Poi hanno almeno un minimo di voglia di capire di che si tratta, dove stanno andando, perché quella cosa esiste proprio lì, ecc. Ma basterebbe che ci tornassero, agli Uffizi o in un qualunque altro museo. Altrimenti la scommessa si perde lo stesso. E forse anche peggio: ai ragazzi, passato l’effetto Ferragni o Mahmood, gliene frega tanto quanto prima e gli hai fatto fare pure confusione tra Ferragni e Botticelli, Mahmood e Staccioli e così via socializzando.   

Ma il tutto, forse, si deve inquadrare in una prospettiva un po’ più vasta e un po’ più complessa. Anche più difficile da articolare. Sì, metto le mani avanti. La necessità di ricorrere agli influencer è data non solo dalla disponibilità di un unico linguaggio di accesso: i social & Co., ma soprattutto dal fatto che la cultura classica (chiamiamola così, per semplificare) non passa, non buca. E non passa e non buca anche perché c’è tanta ignoranza in giro. Sempre di più. 

Penso che una buona fetta di responsabilità ce l’abbia la scuola che, da vari anni, ha mollato: non insegna più niente, o quasi, abiurando al suo ruolo di primo presidio di educazione (lasciamo perdere la famiglia: le più giovani escono da questo tipo di scuola). Io insegno e negli anni ho visto un progressivo peggioramento del livello di conoscenza e della capacità di articolare un discorso di soli un paio di minuti. Crisi crescente su cui poi il covid ha agito come una mannaia. Oggi la forbice tra i giovani è sempre più aperta: c’è un picco di eccellenza di ragazze e ragazzi bravissimi, colti, intelligenti e capaci e una massa di disperati, o quasi. Cui si aggiunge il fatto che quelli bravi se ne vanno dall’Italia.

Che fare? Chiedere – non so bene come e a chi – ma chiedere, mobilitarsi, battersi per una scuola più qualificata dove, per esempio, la storia dell’arte venga insegnata, come un bel gioco di gruppo, con figurine o altre trovate, fin dai primi anni di scuola. 

E poi però ci siamo noi, che l’arte la seguiamo e gli artisti che l’arte la fanno. Sicuramente sto invecchiando e forse sono meno curiosa e meno capace di capire certe cose, ma non mi pare di essere la sola, oggi, a non capire certi lavori, certe mostre, certe procedure, sempre più cervellotiche fino a rasentare l’oscurità, messe in atto dagli artisti. Mi sembra, in breve, che sempre meno gli artisti si pongano il problema di farsi capire, che significa non assumere una posizione populista, ma condividere un percorso, una pratica, un’idea. Obiettivi che, specie oggi quando si parla tanto di inclusione, dopo aver parlato (e tentato di praticare) tanta Arte Relazionale, dovrebbero risuonare come valori. 

L’arte non è mai stata facile e richiede studio. L’arte buona la fanno in pochi e tanta produzione di oggi, come di venti, trenta, sessanta anni fa, non ha superato e non supererà il giro di boa di un quinquennio. Ma oggi mi sembra che l’essere meno comprensibili sia proprio la scorciatoia imboccata da una malintesa Arte Concettuale. Non avrei mai voluto pensare quello che sto per scrivere, ma mi sembra che il Concettualismo sia usato oggi come una sponda (o una scusa) per non porsi il problema di come fare per farsi capire. E non funziona “più lo famo strano e meglio è”. È come con la scrittura saggistica: è facile essere criptici, il difficile, e impegnativo, è essere comprensibili senza rinunciare ai contenuti. 

Insomma, l’ho fatta lunga e anche un po’ facile. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare per non perdere quel pubblico di domani. Per far si che il passato non sia solo memoria sbiadita, ma presente tonico.