La Galleria Tornabuoni omaggia Renato Mambor: «Artista è colui che mette i semi per il futuro»

Il lavoro di Renato Mambor ha affrontato continuativamente la questione del linguaggio e della relazione con l’altro. La Galleria lo omaggia nel decennale della sua scomparsa

A Roma, tra la fine degli anni Cinquanta e i due decenni Sessanta e Settanta, la scena artistica era particolarmente fervida e vitale. Tra gli artisti che hanno caratterizzato questo periodo c’è Renato Mambor, pittore, pittore, scultore, fotografo, attore e regista teatrale, il quale è stato tra i protagonisti della Scuola di Piazza del Popolo

Venuto a mancare nel 2014, la Galleria Tornabuoni Arte Roma ha inaugurato una retrospettiva a lui dedicata in occasione del decennale della sua scomparsa, in collaborazione con l’Archivio Mambor e con la consulenza scientifica di Maria Grazia Messina

La mostra, aperta al pubblico fino al 28 settembre, presenta 30 opere con le quali ripercorre il percorso artistico e la pratica di Mambor, risaltandone gli snodi cruciali e la coerenza poetica e formale sempre mantenuta dai primi esiti alle ultime produzioni. Nonostante la pluralità di linguaggi utilizzati e la poliedricità degli intenti, il lavoro dell’artista parla continuativamente di osservazione, linguaggio, comunicabilità e relazione con l’altro.

La ricerca dell’artista romano si è concentrata sull’annullamento dell’individualismo, rimuovendo dalle figure e dagli oggetti di uso comune tutte le caratteristiche che le rendono personali ed individuali, andando alla ricerca della loro intrinseca oggettività. Emblema della sua arte è la figura stilizzata, in primis l’omino dei cartelli stradali del passaggio pedonale, da cui nacque la serie degli Uomini statistici.

L’invito che viene fatto a chi si reca a vedere l’esposizione alla galleria Tornabuoni è quello di procedere nello spazio partendo dall’osservazione delle opere più storiche arrivando all’ultima produzione e poi ripercorrendola poi in senso inverso, attuando l’auspicio dello stesso Mambor: «Vorrei che l’opera fosse riletta oggi dall’oggi. Ora che viviamo noi. […] L’artista non è colui che certifica il presente ma colui che mette i semi per il futuro».

Il percorso si apre con Senza titolo, 1958, una tempera su carta appartenente ad una fase ancora di ricerca e sperimentazione, con delle tangenze all’Informale appena trascorso, in cui si nota come inizialmente la firma dell’artista fosse Mambo e non Mambor. 

È in questo periodo che di avvicina al cinema, alle presenze sul set e alla recitazione. Mambor all’epoca lavorava al distributore di benzina sulla via Tuscolana non distante da Cinecittà ed è qui che incontra tra gli altri, Federico Fellini il quale gli darà una parte ne La Dolce Vita

Gli anni Sessanta si aprono con una produzione che si avvale di oggetti d’uso comune, come pannelli di legno industriali o mollette, nel tentativo di “togliere l’io dal quadro”, ricercando un’oggettivazione, come si vede nelle due opere Oggetto verde e Oggetto rosso, entrambe del 1960. Oggettivazione e ricerca sono la spinta comune alla generazione di artisti della Scuola di Piazza del Popolo: «freddi nell’arte, caldi nella vita”, come diceva Mambor. 

Del 1962 è Uomo segnale, in cui inizia ad avvalersi dei segni convenzionali dei segnali stradali, sagome piatte, poggiate sul legno, oggettive, riconoscibili da tutti, decontestualizzate e trasportate nell’opera. 

La standardizzazione e l’azzeramento dell’emozionalità si accresce serializzandosi attraverso la reiterazione della stessa sagoma mediante una matrice di gomma nella serie Timbri del 1963. 

In mostra un gruppo di sei opere relative alla serie dei Ricalchi, presentati per la prima volta nel 1965 in occasione della sua prima personale alla Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis, luogo in cui gli artisti di Piazza del Popolo si riunivano, oltre che al Caffè Rosati. 

In questi lavori, Mambor prende in esame le immagini dei rebus enigmistici, prive di volto, individualità ed espressione ma capaci di comunicare un’azione. 

Nel 1970 ha ideato L’Evidenziatore: un oggetto metallico che si apre e si chiude, si aggancia con la funzione di mettere in evidenza gli oggetti lasciandoli nel loro luogo di appartenenza.

Dalla metà degli anni Settanta, per più di 10 anni, Mambor si dedica al teatro, formando una compagnia sperimentale, il Gruppo Trousse. 

Negli anni Ottanta realizza alcune opere in cui analizza e separa i vari momenti del fare pittorico e da lui definita L’Osservatore, in cui non è interessato alla persona in se, ma a quello che fa: l’atto di osservare 

Anche la scultura diventa parte strutturale della nuova produzione di Mambor, in una ricerca sullo spazio e sul modo di occuparlo, probabile eredità dell’esperienza teatrale. 

L’esposizione è chiusa da un lavoro del 2012, Fili: una serie di rocchetti di fili colorati è disposta su una parete secondo una sequenza lineare; una doppia sagoma tiene in mano una matassa. Unità separate all’occhio dello spettatore sono in realtà legate tra loro; immobili eppure in azione. 

La mostra è un’occasione per scoprire l’uomo che si cela dietro l’artista.