Playtime, il racconto di un’arte giovane, viva e contemporanea

"Playtime" è un format che nasce dall'incontro di due menti creative, Gaia Petronio e Sebastiano Bottaro: artisti diversi sperimentano il mondo della performance e le sue innumerevoli prospettive

«Terreno di gioco, ricerca, dialogo di linguaggi e attitudini differenti». Playtime, la promettente iniziativa curata da Gaia Petronio e Sebastiano Bottaro per 369gradi in collaborazione con SpazioMensa e Accademia Italiana, ha solamente un obiettivo: sperimentare le infinite sfaccettature di un’arte multidisciplinare e senza frontiere, innescare nuove visioni del contemporaneo, accenderne tutte le possibilità. Una indagine primaria sull’espressione artistica della performance e sulla poetica concettuale che ne consegue, in un residuo di soggettività che rende questa pratica, sintomatologia del contemporaneo e sua autentica manifestazione.

In un’ottica di esplorazione e rigenerazione urbana, come gli stessi curatori hanno ribadito, «Playtime vuole abitare luoghi rigenerati e storici di Roma per lasciarsi contaminare dalla loro storia e dal loro vissuto». Tutto poi «nasce dal desiderio di innescare piccoli cortocircuiti nelle modalità di creazione tradizionali, mettendo in primo piano tre elementi fondamentali: la scoperta, il gioco e il dialogo». Tre residenze d’artista, dieci giorni di esplorazione sul territorio urbano romano, tra SpazioMensa, Ex Dogana e Circo Massimo, per riflettere sul presente e su una capitale (fortunatamente) sempre più protesa all’attualità dell’arte. Disegno, collage, video, installazione, musica, danza e non solo: contesti in realtà assai dissimili tra loro, e non è un caso, poichè senza alterità, non vi è stimolo di nuove creazioni.

Una selezione in realtà assai accurata, «basata sulla varietà di linguaggi e sull’attitudine artistica di ogni partecipante. Nonostante la giovane età anagrafica, gli artisti scelti hanno collezionato varie esperienze nell’interdisciplinarietà, e si sono approcciati all’esperimento con grande fiducia e curiosità, e altrettanta professionalità e competenza». Non a caso, ognuno dei gruppi formatosi, è stato studiato dai due giovani curatori non «secondo criteri di vicinanza di ricerca, ma di differenza di discipline attraversate con artisti che non si conoscono o non hanno mai lavorato insieme prima dell’inizio della residenza». Inevitabile quindi «lo slancio creativo che si genera e che comprende la collaborazione e l’apertura totale verso l’altro e il diverso da sé».

Un progetto che non smette di ricordarci come sia semanticamente possibile esperire dimensioni ideologiche attraverso approcci diversi e talvolta contradditori, che nel caso di Playtime, si concretizzano nell’action art e nella sua ontologia tra vita e finzione. Una sintesi che ben si lega alla formazione di Gaia Petronio che proviene dal mondo del teatro e Sebastiano Bottaro, dall’Accademia delle Belle Arti: ad accomunarli vi è «curiosità e passione verso questo medium espressivo».

Roma effettivamente pecca talvolta di sperimentazione, in contesti e luoghi spesso non sfruttati a pieno. Petronio e Bottaro decidono così coraggiosamente di concentrarsi «sulla capacità performante dell’essere, veicolo più adatto a stimolare il corpo e la mente di artisti e fruitori: la dinamicità dei processi creativi è più diretta, e input e output sono immediati, quindi più adatti ad un progetto che ha il tempo di una “ricreazione”».

Quest’anno i protagonisti sono stati Francesca Santamaria e il duo Vega, Ginevra Collini e Niccolò Moronato ed infine ultimo appuntamento il 20 maggio presso l‘Accademia Italiana a San Lorenzo, con il coreografo e regista Gaetano Palermo, il performer Michele Petrosino e il musicista Filippo Lilli, che esploreranno il complesso e malinconico tema della fuga in uno sharing performativo. A seguire, l’incontro con Teresa Macrì che – come per i precedenti appuntamenti – approfondirà i percorsi messi in essere. La storica dell’arte diventa così mediatrice di quella profonda frattura estetica che purtroppo ancora persiste tra arte e gusto disilluso del pubblico, ma che, anche e sopratutto per l’animo partecipativo di pratiche come la performance non smette, mano a mano, di sanarsi.

«Una frattura che esiste» – hanno affermato i curatori – «ed esiste in molte esperienze artistiche contemporanee. Spesso l’esigenza del risultato prende il sopravvento, penalizzando il percorso di creazione e ricerca che il pubblico spesso non vede e non conosce: questo crea sicuramente una distanza forte che va ad impattare la fruizione, e ad allontanare chi non vi partecipa come parte attiva». Il dialogo che così si instaura fra l’arte, il pubblico e Teresa Macrì «mette in luce proprio il processo creativo, e il percorso che ha animato il processo stesso, rendendoli protagonisti assoluti del progetto. Sapere da dove arrivano gli artisti e che lavoro hanno fatto fino al momento della “messa in scena” cambia la prospettiva e sottolinea l’importanza del tempo trascorso nel creare, generando empatia e vicinanza tra pubblico e artisti stessi».

Una edizione ormai conclusa e che «è stata una grandissima opportunità di crescita: Playtime si è evoluto e ha provato ad essere un appuntamento epifanico sia per gli artisti che per il pubblico. Creare spazio e tempo per sperimentare nella piena libertà, con un approccio ludico e di scoperta, rimane il nostro obiettivo». E poi, un augurio per la prossima, quello di «continuare a curiosare mondi artistici differenti, coinvolgere artisti internazionali in dialogo con artisti italiani, e rendere le residenze più durature, per favorire ulteriormente l’azione creativa e l’esplorazione».

info: accademiaitaliana.com

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