La prima personale di Delfina Scarpa a Roma

Una geometria romantica di pieni e di vuoti si alterna alla Galleria Alessandra Bonomo, nei Paesaggi Umani di Delfina Scarpa

Presso la Galleria Alessandra Bonomo di Via del Gesù 62 è stata presentata la prima mostra personale di Delfina Scarpa (Roma, 1993), laureata in scultura alla Rufa. L’artista era stata già esposta dalla galleria nel 2017 in occasione dell’esposizione Part 1 che includeva 4 artisti emergenti della scena romana e nel 2021 per la doppia personale NUTI SCARPA a cura di Teodora di Robilant che comprendeva anche il lavoro di Lulù Nuti.

I dipinti inclusi nella mostra Paesaggi umani di Scarpa si dividono in due tipologie. I più piccoli rievocano dei frame fotografici ravvicinati, rievocano dei pozzi in cui ci sporgiamo per attingere l’acqua: riflessi argentei sullo specchio di un lago o increspature della carta stagnola, ninfee ed escrescenze floreali graffiate da un pastello blu che simula il tratto di una penna biro su carta Fabriano. Sono dei papier-collé in cui la superficie rigetta apparizioni fulminee.

Scarpa dipinge senza pensare all’idea di levigatezza, anzi predilige una ruvidezza naïve che nasconde una certa disinvoltura. 

Nelle tele più grandi il punto di vista cambia: potremmo essere all’interno di un bosco oppure sulla soglia di un regno incantato. Alcune opere sono incluse all’interno di vecchi telai di legno che incorniciano e suddividono l’immagine in più scomparti. Porte e finestre non si spalancano verso l’esterno ma racchiudono, come ante di scrigni baluginanti, paesaggi interiori, visioni rischiarate dalla calma o irrigidite da un tiepido tremore. Gli smalti acidi sono alternati a tinte più soft e pastello, spiccano inoltre i blu e gli ocra. Il colore acrilico argento da una parte impreziosisce questi frame di non-luoghi, dall’altra ne “brucia” i dettagli come in uno scatto sovraesposto, contribuendo ad alimentare l’atmosfera fittizia e allucinata.

Le silhouette dei fusti degli alberi, spogli delle foglie, costituiscono una maglia larga di pieni e vuoti che viene definita “geometria romantica” nel testo esplicativo della mostra ma che rimanda più a una perdita di definizione del reale post-moderna, un salto nel digitale. Il bandolo della matassa di un microcosmo complesso si è sciolto ed è rimasta la sintesi scarna di una struttura architettonica, lo spettro scheletrico e minimalista di una favola dei Fratelli Grimm.