Fino al prossimo 13 aprile sarà visitabile la mostra La natura del vuoto, la nuova personale di Antonio De Luca inaugurata il 14 marzo presso la sede milanese della Galleria Il Vicolo, con la curatela di Martina Gagliardi (titolare dello spazio espositivo assieme al fratello Stefano e nipote del fondatore e artista Alf Gaudenzi) con testo critico di Carlo Pesce.

L’artista, nato a Pompei nel 1977, non è nuovo in questa galleria poiché già nel 2011 ha svolto una propria monografica curata da Gagliardi presso la sede di Genova, aperta nel 1967, alla quale ne sono seguite altre negli anni successivi. Ora, nel decimo anniversario della sede meneghina, De Luca propone una nuova mostra con alcune opere degli anni passati affiancate da nuove creazioni, in accordo con quella che è la dichiarazione di intenti de Il Vicolo, come ribadito anche dalla assistente di galleria, Valentina Cartanese: “la nostra missione consiste nel seguire gli artisti durante il loro percorso, non con mostre occasionali e una tantum, bensì sviluppando con loro una collaborazione duratura.”
De Luca ha scelto come suoi media artistici favoriti il disegno su carta intelaiata e la ceramica smaltata: le ceramiche vengono da lui intese come una vera e propria estensione delle tele, creando quindi una continuità tra tutti gli elementi che costituiscono le sue opere e abbracciando l’intero spazio espositivo. Un’attenzione alla concertazione dello spazio, la sua, che tratta le opere e la loro disposizione in un’ottica ambientale e che emerge dalla formazione dell’artista il quale, dopo il diploma presso l’Istituto d’Arte “Benvenuto Cellini” di Valenza, ha proseguito a Brera frequentando i corsi di Scenografia.
Così, si realizza un dialogo tra la tridimensionalità delle opere in ceramica (ulteriormente accentuata dai graffi sulla superficie smaltata) e la bidimensionalità delle tele che non si configurano mai come concluse in loro stesse: la ricerca artistica di De Luca, infatti, non si esaurisce entro i limiti fisici delle opere ma prosegue e si estende, abbracciando anche lo spazio circostante. É il caso di Natura (2023), in cui alcuni elementi in ceramica verde sembrano fuoriuscire dagli angoli della tela colonizzando la parete. A questo contribuiscono certamente anche l’assenza di cornici e la predominanza di linee aperte e tratti rapidi, estremamente sintetici, che definiscono le figure femminili, da sempre protagoniste delle opere dell’artista campano.

Di tale estensione nello spazio è emblematica anche l’opera che è stata scelta come immagine promozionale dell’intera mostra, Fiori di campo (2024), che costituisce una sorta di “trittico”: un vaso di ceramica a cui si affiancano due tele, di dimensioni differenti, che rappresentano una figura femminile, resa con il tipico stile grafico di De Luca, e il dettaglio della sua mano che regge un mazzo di fiori gialli. Il bouquet nella tela più piccola è però leggermente diverso rispetto a quello rappresentato nella sua compagna. Infatti, mentre quest’ultimo è punteggiato solo da poche pennellate gialle, l’altro è un florilegio di petali e boccioli: all’esplosione dell’arte, che si espande da un elemento all’altro di Fiori di campo allargandosi nel vuoto circostante, si accompagna così anche un’esplosione della vita stessa, che sboccia rigogliosa.
Emerge così anche il tema del vuoto, altro grande protagonista di questa mostra che, lungi dall’essere inteso in senso negativo come mancanza o assenza, è l’elemento che lega, in un profondo dialogo introspettivo, la natura e il corpo umano (in particolare, come detto, quello femminile), colto nella sua essenza più pura. Un’essenza resa graficamente non solo da una sintesi nel tratto, rapido e sinuoso, ma anche nel colore: nelle sue opere (tele o ceramiche che siano) De Luca sceglie infatti di lavorare per sottrazione, sfruttando direttamente il colore neutro della base e aggiungendo talvolta poche pennellate bianche per riempire le linee scure che tracciano le sue figure o abbozzare uno sfondo. Con l’unica eccezione di Profumo d’Oriente (2024), in cui la figura dell’uccello emerge policroma dal fondo ocra, le tele sono caratterizzate da pochi tocchi di un solo colore che viene poi ripreso anche nelle ceramiche che le accompagnano, come accade per le striature rosse di Il vestito a strisce (2024) o per le foglie verdi di Sogno lucido (2024).
Un invito, forse, a ricercare dentro di noi la semplicità, a ritrovare quella spontaneità primigenia che è propria della natura e che – nella frenesia della nostra vita quotidiana talvolta lo dimentichiamo – è l’essenza più profonda del nostro essere umani.



