L’architettura nel cinema può entrare silenziosamente nei film e costituirne solo lo sfondo, o diventarne la protagonista assoluta: Oppenheimer, Dune e The Zone of Interest ne sono l’esempio lampante. Apparentemente distanti per la storia che raccontano, questi tre capolavori in realtà sono accomunati proprio da questo: un’architettura che non contribuisce solamente a costruire l’ambientazione ma che diventa un segno indelebile, qualcosa che interagisce con la trama e con la narrazione visiva dello spettatore. E così, la sua funzione non è più solamente descrittiva, analitica, ma diventa espressione primaria del tema rappresentato, qualcosa che al contempo rafforza o distrugge l’involucro dei personaggi.


Il fulcro di Oppenheimer è Los Amalos, l’isolatissima città del Progetto Manhattan. Sicuramente la produzione non ha avuto lo stesso tempo (e nemmeno le risorse) del governo statunitense per costruire il sito che ospitava sia gli scienziati che le loro famiglie. Girare nella vera città sarebbe stato impossibile e così, Ruth De Jong e Cristopher Nolan, hanno ideato qualcosa che è riuscito a trascendere ogni periodo temporale. Come? Evitando tutti quei minimi dettagli dell’epoca che avrebbero rischiato di imporsi sull’attenzione dello spettatore per arrivare a un assoluto minimalismo che allude all’eternità, ma mantiene comunque l’autenticità di quel periodo. Il risultato è quello di città segreta, costruita da zero, in scala ovviamente minore, ma comunque in grado di narrare l’essenza del personaggio di Oppenheimer e le sue visioni astratte.


In Dune, l’architettura futurista e distopica è imprescindibile per evocare quella specifica atmosfera che ha reso unica la seconda parte della saga. In particolare, una delle location chiave scelto da Denis Villeneuve è la Tomba di Brion, forse il progetto più importante dell’architetto veneziano Carlo Scarpa, che lo realizzò tra il 1970 e il 1978 su commissione di Onorina Tomasin-Brion, che intendeva celebrare la morte del marito. Un ingresso circondato da specchi d’acqua in contrasto con il freddo del cemento armato, un arco rivestito da tessere di vetro che protegge il sarcofago dei due defunti, rendono questo luogo arcaico e quasi alieno. Il percorso per raggiungerlo è labirintico, lo spazio è ermetico, mitico, lontano da ogni concezione di spazio e tempo. Un revival brutalista trasposto in una tomba che esiste già, ma che paradossalmente potrebbe benissimo esser stata costruita appositamente per la trama di questo film.


The Zone of Interest è l’esempio inconfutabile che un film si può anche abitare. Ad essere protagonista è la fedelissima riproduzione della casa di Rudolf Höss, il principale responsabile del campo di concentramento di Auschwitz e con cui l’abitazione confinava. Una casa che non è immobile, decorativa, da sfondo, ma che partecipa al film, preoccupa, avverte di un pericolo vicino ma rarefatto, lontano. Un’architettura beffarda e retorica, che simula nella sua apparente serenità, un orrore talmente grande che probabilmente nessun protagonista del film sarebbe stato in grado di raccontare.


