Cancel Culture, se basta un decreto per abolirla

Proviene dal ministro Sangiuliano la spinta a inserire una nota contro la cancel culture nel Tusmar, testo di riferimento per i media

È guerra aperta tra il governo e la cancel culture. Forma moderna di ostracismo, la cancel culture colpisce individui o gruppi che abbiano messo in atto comportamenti inaccettabili, oltre a manifestarsi sotto forma di reinterpretazione di figure o fatti storici e artistici. Di fronte al fenomeno, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano coglie nello strumento del decreto un’arma per combatterlo.

Contro una pratica che porta a «cancellare l’identità e la storia», diceva il ministro a fine dicembre, Sangiuliano sceglie la via del provvedimento legislativo. Una strada perseguibile con la modifica del Tusmar, il Testo Unico dei Servizi Media Audiovisivi e Radiofonici – decreto legislativo 208 dell’8 novembre 2021 – che contiene la disciplina dei servizi di media, dalle televisioni ai social.

«Plauso al ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano per aver introdotto nel Tusmar una norma contro la cancel culture, una pericolosa forma di negazionismo, revisionismo e cancellazione di storie, identità, simboli culturali. Una tendenza che, soprattutto negli Usa, sta provocando danni culturali, storici e sociali enormi, basti pensare alla distruzione delle statue di Cristoforo Colombo», ha dichiarato il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi e componente della Commissione di Vigilanza.

In corso d’esame alla Camera, il decreto legislativo comporta disposizioni integrative e correttive del Tusmar, in particolare dell’articolo 4, che elenca i principi generali del sistema dei servizi di media audiovisivi e della radiofonia. Agli attuali, che vanno dalla garanzia della libertà e del pluralismo dei mezzi d’informazione alla tutela dei diritti d’autore e di proprietà intellettuale, si affiancherà anche “il contrasto alla tendenza contemporanea di distruggere o comunque ridimensionare gli elementi o simboli della storia e della tradizione della Nazione (cancel culture)”.

«Dal punto di vista sostanziale, al dichiarato fine di mantenere memoria del passato e della cultura storica, viene aggiunto il principio del contrasto alla cosiddetta cancel culture, definita – dalla nuova lettera h) – come la tendenza odierna di distruggere o ridimensionare i simboli della storia e della tradizione della Nazione». Questa la dichiarazione di Federico Mollicone, il presidente della Commissione Cultura, in cui si è tenuta l’11 gennaio la discussione sulla modifica.

Dall’opposizione arrivano invece le parole della senatrice Barbara Floridia del Movimento 5 Stelle, anche presidente della Commissione di Vigilanza Rai. «Quello sulla cancel culture è un dibattito molto serio che andrebbe valutato nel suo complesso e non in chiave ideologica. Deprechiamo nella maniera più assoluta la messa al bando di capolavori della letteratura, dell’arte o del cinema in nome di una visione distorta di valori e standard morali del mondo di oggi», ha chiarito la senatrice a Il Fatto Quotidiano.

«Allo stesso modo contrastiamo ogni forma di revisionismo ideologico della cultura e della storia. Ci chiediamo però se tutta questa complessità possa essere affrontata con due righe in un decreto che modifica il Tusma. È questo un modo serio di affrontare un fenomeno del genere che coinvolge la sfera pubblica, le piattaforme online e le dinamiche sociali, oltre che soprattutto la libertà di espressione e la capacità delle persone di esprimere le proprie opinioni? Non pensa il governo che la possibilità addirittura di erogare sanzioni, in questo campo forse può condurre proprio a quel conformismo ideologico che a parole vorrebbero contrastare? La vera forza delle nostre democrazie sta nella ricchezza del confronto e del dibattito pubblico. Pensare di sanzionare il reato di ‘politicamente corretto’ è l’ennesimo tentativo goffo di agire in campo culturale che rischia di creare solo distorsioni e nulla di più. L’identità nazionale non si salva per decreto».