La Fondazione Memmo sceglie il libro: inaugura la mostra “La Biblioteca del Mondo”

Per la nona edizione di "Conversation Piece" la Fondazione Memmo di Roma presenta le opere di nove artisti che ragionano sull'oggetto-libro

La Biblioteca del Mondo, o sul mondo. La nuova mostra che la Fondazione Memmo presenta racconta gli usi e i riusi dell’oggetto-libro nelle arti visive, aprendo le pagine ideali di questa biblioteca fin dalla facciata di Palazzo Ruspoli – sede della Fondazione – in via del Corso, a Roma. Aperta al pubblico dal 13 dicembre 2023 al 21 aprile 2024, La Biblioteca del Mondo è la nona edizione di Conversation Piece, il ciclo di mostre a cadenza annuale a cura di Marcello Smarrelli. Lo scopo dell’iniziativa consiste nel restituire una panoramica degli artisti che scelgono ogni anno la Capitale come luogo di residenza, di ricerca e di lavoro, evidenziandone così il ruolo chiave nel contemporaneo.

Coinvolgendo nove artisti di generazioni e nazionalità diverse, La Biblioteca del Mondo prende le mosse da una concezione di biblioteca come deposito dell’immaginario collettivo e della cultura universale, oltre a riferirsi direttamente a Umberto Eco, che assegnava a questo spazio una funzione contenitiva della memoria dell’umanità. Ciascuna delle opere in mostra consiste così in un’interpretazione del ruolo dell’oggetto-libro, ora estrapolandone dei contenuti, ora rendendolo un materiale da costruzione.

Quasi come un libro che si presenta al mondo, il percorso espositivo comincia dalla facciata di Palazzo Ruspoli, su cui si colloca il primo dei due interventi site-specific di Marcello Maloberti. Avendo estratto dal proprio libro MARTELLATE SCRITTI FIGHI (1990-2019) alcuni statement, dispiegati poi sulle finestre quasi fossero pagine cartacee, Maloberti ha realizzato un’opera urban in stretto dialogo con lo spazio pubblico. Legata alla prima, la seconda installazione dell’artista si presenta come una scritta luminosa – CHI MI PROTEGGE DAI TUOI OCCHI – nel cortile delle Scuderie.

Il percorso negli spazi interni della Fondazione Memmo è inaugurato da un’altra opera site-specific, stavolta realizzata dall’artista Ekaterina Panikanova. In Untitled (Forest) l’artista realizza un libro ideale di memorie tridimensionale a partire dall’assemblaggio di oggetti, per lo più bicchieri, e immagini che emergono dalle pagine di libri posti tra rami di alberi diversi. Sono proprio questi a costituire la struttura portante dell’installazione.

Un gioco di equilibri dà forma all’opera di Paolo Icaro, che nell’installazione impiega il libro sia in quanto oggetto che in quanto contenuto. Equilibrio (2023) organizza uno spazio vuoto con una struttura metallica composta da poche linee: dalla stabilità precaria, l’equilibrio dell’opera è garantito da un libro poggiato alla base. Si tratta di un’edizione di Guerra e Pace di Lev Tolstoj: sulle pagine aperte Icaro ha collocato un foglio di carta da spolvero che reca scritto sul verso Guerra e pace in russo e sul recto Guerra e pace in ucraino.

L’opera di Icaro salda la letteratura alle vicende dell’attualità facendo uso del contenuto del testo. Così anche Kapwani Kiwanga, che con Greenbook (1961) (2019) innesca una riflessione sulle differenze razziali. L’opera dell’artista riesuma infatti il Negro Motorist Green Book, una guida statunitense rivolta ai viaggiatori afroamericani, pubblicata da Victor Hugo Green dal 1936 al 1966, e consiste nel complesso in cinquantadue stampe incorniciate, di cui tre alla Fondazione Memmo.

Provengono poi dal linguaggio audiovisivo le opere di Yael Bartana e Bruna Esposito. Se la prima propone in mostra una serie di still del video Malka Germania (2021) e la pubblicazione derivata The Book of Malka Germania (Edition Cantz, Berlino, 2021), con cui indaga il desiderio di redenzione collettiva riconducibile alla figura messianica androgina di Malka Germania (Regina Germania), la seconda approda alla Fondazione Memmo con un’installazione video. Con un proiettore posizionato su una pila di libri dalla copertina nascosta, L’Infinito di Leopardi nella Lingua dei segni italiana (2018) consiste in un video di un’interprete LIS che traduce i versi nella lingua visivo-gestuale.

La mostra prosegue con Claire Fontaine, che ha disseminato negli spazi delle Scuderie la serie dei Brickbat (2002-2023). Se in origine il termine inglese brickbat indicava quei mattoni che, avvolti da un messaggio scritto su carta, venivano lanciati contro le vetrine o le finestre come avvertimento, con Claire Fontaine ad essere trasformati in mattoni sono i libri. Avvolgendo il laterizio con le copertine, la collettiva dà corpo alla citazione di Carlo Levi per cui “le parole sono pietre”. Pur includendo titoli fondamentali del pensiero filosofico e politico dagli anni sessanta ad oggi, l’uso della sola copertina nell’installazione rende i libri equivalenti.

Concludono il percorso espositivo due installazioni firmate da Nicolò Degiorgis e Francis Offman. Per la Fondazione Memmo Offman ha realizzato un’opera site-specific che include un dipinto realizzato con materiali poveri, dalle garze ai post-it. La tela dialoga poi con dei libri sostenuti da calibri e con le copertine nascoste da polvere di caffè. Come nell’opera di Kapwani Kiwanga, anche qui l’installazione si carica di riflessioni antropologiche, essendo il calibro uno strumento che è stato utilizzato in Ruanda per determinare le differenze etniche. L’opera di Degiorgis prende invece le mosse dal suo quaderno di Heimatkunde, una disciplina praticata nelle scuole elementari di lingua tedesca dell’Alto Adige fino agli anni novanta del Novecento. La materia insegnava agli alunni come costruire la propria identità partendo dalla scoperta del territorio, della storia e della geografia locali. Proprio con le pagine di questo libro l’artista ha realizzato una piccola casa, ricostruendo una memoria affettiva.

info: fondazionememmo.it