The Inner War: la devastazione della guerra in mostra a Lugano, tra scatti analogici e interventi digitali

La devastazione della guerra nelle immagini di Mingozzi. Il ricavato della vendita delle opere online sarà devoluto a Medici senza frontiere

La mostra spot The Inner War presso la galleria Valuart di Lugano non è nata in riferimento al conflitto Israele-Palestina ma come condanna – sentita, pura, aspra – a ciò che la guerra fa dell’essere umano: un cumulo di macerie; un corpo, in apparenza, ancora saldo ma eroso dall’interno e scosso dall’esterno. Gli scatti del reporter Manu Brabo (1982, Saragozza) registrano scenari di devastazione e atrocità in Egitto, El Salvador, Libia e Iraq, Siria e Ucraina.

Su queste immagini fotografiche è stato chiamato a intervenire l’artista Nico Mingozzi (1976, Portomaggiore). Echeggiano in testa le parole – lucide e infiammate, purtroppo quanto mai attuali – di un’adolescente palestinese: «non potete chiedere di sgomberare la scuola dove uomini, donne, bambini si sono rifugiati perché volete bombardarla…le persone non si muovono, sono paralizzate dalla paura». Cosa provoca dentro di noi la disperazione? Come trasforma la nostra attitudine la guerra? Quali tasti – celati nel profondo – toccano la volontà di sopravvivere e il desiderio di riscatto, o a cosa inducono lo sconforto, la perdita, la menomazione, le ingiustizie e le ingiurie, i soprusi subiti e inflitti? Senza chiederci da che parte siano i buoni e i cattivi, quest’esposizione ci sprona a calarci nei panni di chi, spesso non per sua scelta, si trova in campo aperto tra i combattenti o tra i civili.

L’intervista alla curatrice, giornalista ed esperta di arte digitale Clelia Patella.

Com’è nato il progetto “The Inner War”?
Dalla volontà di realizzare un progetto digitale con Nico Mingozzi: quando io e Raffaella De Chirico ci siamo riunite in Valuart, insieme all’artista, per ipotizzare un’operazione in cui lui potesse applicare il proprio stile tramite un supporto diverso da quello fisico, le idee erano però altre. Pensavamo potesse rendere molto attraverso il linguaggio digitale e trovavamo inizialmente molto interessante l’idea che potesse intervenire su delle foto moderne, a differenza di com’era abituato a faresolitamente, crea i suoi detournement su foto d’epoca. La scelta definitiva è stata naturalmente di Mingozzi, era una nuova sfida per lui! Lavorare su foto in cui si sentisse, come una presenza insostenibile, il dolore delle persone che vivono una guerra, lo ha portato a utilizzare la sua sensibilità su un piano diverso. Il risultato è evidente nelle immagini. Direi urlanti, piangenti.
È stato poi, per tutti, spontaneo decidere di donare i ricavati delle vendite ai veri protagonisti della mostra, ovvero le vittime delle guerre, tramite il coinvolgimento di Medici Senza Frontiere.

La mostra applica una sorta di blow-up al contrario, in che modo?
Se in Blow-up si scopre la morte, celata in uno scatto che ritrae altri sentimenti; nelle foto di Brabo la morte è sin da subito fortemente, direi violentemente protagonista. L’operazione compiuta da Mingozzi è quella di inserire nell’immagine elementi che raccontino cosa c’è dietro – anzi, dentro, nel profondo di – questa morte, questo dolore.

Come emerge la componente psicologica degli esseri umani che vengono catturati dalle immagini fotografiche?
Quello che emerge, in realtà, non si limita all’aspetto psicologico: Mingozzi vuole evocare gli istinti, raccontare i sentimenti… la sua sembra più un’operazione di rappresentazione spirituale che altro. Per questo, le sue immagini si muovono su un piano di surrealtà – pur fortemente simbolica – il cui intento non è raccontare, dare risposte o fare affermazioni, bensì evocare visioni, stimolare domande, suscitare commozione.

Perché hai scelto di lavorare con un reporter come Manu Brabo?
La scelta è stata naturale…quello che ha stimolato maggiormente la nostra curiosità è stato scoprire come Mingozzi avrebbe fatto emergere il dolore e lo strazio da persone che già vivevano una sofferenza. Quest’artista riesce a svelare l’interiorità umana, esasperandone i lati oscuri ma anche non immediatamente evidenti, a chi osserva le foto. Manu Brabo, invece, coglie magistralmente e con occhio preciso l’istante del dolore, palese, di chi non può nasconderlo. Il risultato è stato quello di ottenere una sinergia vera e forte: ognuno potenzia l’altro, senza invadere la sensibilità artistica che contraddistingue entrambi.

I luoghi del reportage sono Egitto, El Salvador, Libia e Iraq, Siria e Ucraina ma la guerra come una macchina inceneritrice abbatte tutte le diversità e trasforma i luoghi in non-luoghi. Ciò emerge secondo te nelle opere in collaborazione tra i due artisti? Come?
È esattamente così. Le immagini di Brabo, già di per sé, sono immagini la cui collocazione è raramente definita e tutto sommato trascurabile rispetto all’astrazione totale in cui ci si viene a trovare in determinati contesti; l’apporto di Mingozzi porta l’immagine finale ancora più altrove, se mi passi il termine: non esiste più alcun luogo attorno a queste persone, esiste solo il luogo dentro di loro.

Quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato nel tuo lavoro connesso all’arte digitale e agli artisti che esistono in questo mondo?
La sfida non è stata, diciamo che è. Purtroppo l’arte digitale non è ancora capita e di conseguenza accettata dai più. Siamo abituati ad attribuire un valore a ciò che materialmente possiamo possedere e toccare fisicamente. Ma la cosa interessante di questa nuova arte (che poi nuova non è, perché in forme diverse esiste fin dagli anni ’60), è secondo me l’aspetto della sua continua trasformazione, esattamente come accade per le nuove tecnologie. Cambia il mezzo, il supporto, quindi gli artisti di questa nuova era sono sottoposti a una costante evoluzione e sperimentazione essi stessi. Trovo sia il giusto approccio e forse anche l’aspetto più stimolante per chi fa arte oggi. Ciò che, invece, non cambierà mai è ciò che insiste alla base dell’opera d’arte: la creatività dell’artista e dell’essere umano in generale…per questo, ritengo che avere nuovi mezzi per esprimersi non possa che aumentare la propria creatività. Credo che gli artisti fisici dovrebbero almeno una volta provare a misurarsi con questa nuova dimensione artistica. Devo ammettere che sempre più sono gli artisti che si cimentano in questa contaminazione.

L’ultima domanda è rivolta all’artista Nico Mingozzi:

Cosa ha portato di nuovo nel tuo lavoro l’esperienza di collaborazione con Manu Brabo?
Questo lavoro mi ha offerto la possibilità di confrontarmi con una realtà ed un mondo per me insoliti. Normalmente, lavoro su ritratti d’epoca, su scatti di vita familiare piccolo borghese in cui faccio emergere un dolore intimo, celato, sempre individuale. Nelle foto di Brabo, invece, il dramma e il dolore dei conflitti rappresentati sono, già di per sé, di grande forza e impatto. I suoi scatti mi hanno spinto a riflettere su quante sfumature diverse il dolore possa assumere in una guerra. In questi scenari lacerati e dolenti, il dolore della vittima e del carnefice si mescolano, pur avendo radici e motivazioni diverse. Il dramma non risparmia nessuno, assumendo appieno il suo valore universale.

*Le opere, il cui ricavato andrà devoluto a Medici senza Frontiere, possono essere aquistate sulla piattaforma: objkt.com