Daniele Di Girolamo, qualcosa che risuona dentro

Nel suo lavoro Di Girolamo tocca la realtà in maniera emotiva. Il materiale è strettamente connesso al ricordo e acquista una propria memoria

L’udito è forse il senso che più di tutti ci restituisce il ricordo di un’esperienza nella sua completezza. Nell’opera di Daniele Di Girolamo il suono, la memoria e l’empatia, sono cifre essenziali del linguaggio sinestesico dell’artista su cui si basano le sue installazioni.

«L’empatia – spiega – è un approccio. Credo di avvicinarmi alla realtà in maniera particolarmente emotiva. Comprendo le cose in base a come mi risuonano dentro, piuttosto che a come sono oggettivamente». Come se dentro al suono confluissero tutti gli altri sensi, le installazioni di Di Girolamo sono dispositivi acustici, prolungamenti sensibili e motori che creano relazioni a partire dalla potenzialità che ciascun materiale ha di “risuonare” nell’opera, stabilendo in questo modo un contatto quanto mai diretto con l’osservatore che ne è empaticamente coinvolto.

Tutto parte dall’esplorazione del materiale: «Solitamente – racconta l’artista – esploro suoni e materiali e vedo dove mi portano. Come per i primi bastoni rotanti: bastoni minimali di plastica arrotolata che inizialmente riproducevano il rumore della pioggia. Ho provato vari materiali. Alla fine ho trovato un tipo di plastica semi trasparente, quella ondulata usata solitamente per le tettoie. L’origine del materiale è sempre molto importante per me: mi fa rendere conto di quello che c’è effettivamente o che può esserci». Ma il suono non è mai univoco, non è mimetico o imitativo. «Non mi piace essere troppo descrittivo-narrativo con il suono. Mi piace l’idea che un materiale possa darti una suggestione mediante il suono, voglio che ci sia lo spazio per far risuonare quel materiale anche nell’osservatore». In questo senso esemplare è Sending a Letter for Sanding Words (2022), ultimo lavoro di Di Girolamo, esposto durante Quotidiana, evento promosso dalla Quadriennale di Roma negli spazi del Museo di Roma Palazzo Braschi: «La plastica arrotolata – spiega Di Girolamo – creava un’aletta interna che funzionava come una paletta, come sorta di mulino. Il suono non era circolare ma creava una pausa. Inizialmente fu un problema: il suono non era costante. Dopo alcuni giorni, mi sono reso conto che mi ricordava incredibilmente un’onda. Ho inserito all’interno del tubo in plastica della sabbia di mare. Con quel suono estraevo la memoria dal materiale: la sabbia mi raccontava qualcosa, mi parlava del suono delle onde. Come il processo del ricordare, la sabbia mi stava effettivamente ricordando qualcosa».

Il materiale è strettamente connesso al ricordo, acquista una propria memoria – la memoria del materiale – come la definisce l’artista. In una prima fase di ricerca, Di Girolamo raccoglie materiali più svariati che lo incuriosiscono, li accumula nel suo studio e aspetta il momento propizio in cui «risuonano dentro». È allora che sono pronti per essere impiegati nell’opera. In Submergé, je jette l’éponge solaire (2021), emerge tutta la relazione tra la materia e il ricordo evocata dal suono. «Il processo del ricordare – afferma l’artista – è simile a una reiscrizione sempre nuova della memoria: come se ciò che ricordiamo accadesse di nuovo, ma ogni volta in modo completamente diverso. È quello che ho tentato di restituire in quest’opera insieme a Carlo Lombardi. Ho cercato di estrarre la memoria attraverso il suono».

L’apparente contrasto tra l’elemento umano quasi ingegneristico e quello naturalistico è un’altra cifra identitaria dell’artista: la forma è sempre tecnicamente connotata e ricercata, la resa sempre naturale ed empatica. I due ambiti non sono infatti realmente separati, «tutti i lavori – aggiunge – implicano una rete di relazioni e implicano il suono perché il suono aiuta a descrivere un mondo mutevole e sfuggente. La commistione fra uomo e natura avviene inoltre mediante la voce dei processi naturali che evoco direttamente o indirettamente, come l’evaporazione ad esempio». Bells breathe wildly (2019) è in questo senso un’opera paradigma della relazionalità ricercata dall’artista. «Sono stato per un mese in residenza in un paesino dell’Abruzzo – racconta Di Girolamo – su di una collina in cui gli elementi architettonici più evidenti erano il campanile d’epoca medievale e la torre dell’acqua risalente agli anni ‘50/’60. Ho registrato i suoni delle campane per una settimana, poi li ho ricomposti. Tagliando l’“attacco” delle campane, rimaneva solo il loro riverbero. Una traccia fluida che con un impianto audio posizionato dentro la torre abbiamo fatto risuonare nell’ambiente circostante. Il ritmo delle campane diveniva fluido come quello dell’acqua che scorre».

Non a caso anche i titoli delle opere muovono nella direzione della relazione. Una relazione che lo spettatore può costruire ogni volta con l’opera. Anch’essi delle risonanze in grado di far risuonare i più svariati accostamenti. «In Preghiere, ad esempio, mi sono ispirato a Racconti di un pellegrino russo. Il protagonista, un pellegrino che perde tutto, si ritrova con nulla in mano e s’imbatte in una preghiera ortodossa molto antica detta perpetua, costituita essenzialmente da un’unica frase che per essere pronunciata al meglio richiede una grande preparazione fisica e psicologica: bisogna prestare attenzione al respiro e all’articolazione di ogni parola. Il pellegrino viaggia dunque per apprendere dai grandi padri spirituali del mondo ortodosso come pregarla. Inizialmente fa molta fatica ma lentamente è la stessa preghiera che si appropria di lui, si fa sempre più silenziosa, finché non diviene facile, ma soprattutto, essenziale per la sua vita. Allo stesso modo di una goccia marina che modifica la pietra sulla quale cade incessantemente, la preghiera riusciva a cambiare la sua identità».

Similmente le opere di Di Girolamo veicolano la percezione del ricordo e della sensazione, plasmando tramite una rete di relazioni e rimandi empatici l’esperienza dello spettatore, trasportato in un mondo delicato e fragile ma edificato su tutta la concretezza della realtà.

PROGETTI

Beautiful things fading away è un lungo progetto espositivo a cui Di Girolamo sta lavorando dal 2021. Si tratta di un ambiente composto da sculture e installazioni cinetiche e sonore che costituirà una personale (inaugurazione prevista per il 2 giugno 2023) presso la galleria KHM della Malmö Art Academy, in Svezia, a conclusione del master che l’artista sta svolgendo nella città. È una mostra decisiva per Di Girolamo perché racchiude tutti i suoi ultimi anni di ricerca. «Beautiful things fading away – spiega l’artista –parla di relazioni; di come le relazioni strutturino noi e le cose, non solo nel presente ma anche nel passato: come un luogo, un’esperienza spirituale, una persona che non c’è più o un rapporto concluso continuino a risuonare in noi, modellandoci nel presente. Beautiful things fading away è una sensazione e un’atmosfera; ogni lavoro al suo interno ne è un frammento». 

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