Everything in its (right) place, a Milano

Cinque artisti contemporanei indagano le sfumature del corpo, dello spazio e del sapere negl spazi della galleria milanese

Inaugurata lo scorso 6 giugno Everything in its (Right) Place, a cura di Domenico de Chirico presso gli spazi di A.MORE gallery (Milano), la collettiva vede in dialogo il lavoro di cinque artisti internazionali che, interrogati su questioni complesse quali la libertà e l’autenticità, indagano «il rapporto, spesso caratterizzato da sfumature discordanti e talvolta mendaci, fra il corpo e lo spazio, fra le forme del sapere e quelle legate al potere, fra la naturalità e l’antropizzazione e fra il comportamento e l’atteggiamento in relazione a quei complessi concetti ossimorici così chiamati di utopia e di eterotopia, ovverosia di ideale e di reale».

Everything in Its (Right) Place, installation view, A.MORE Gallery, Milan, photo Mattia Mognetti

Gli artisti chiamati per tracciare questo percorso – Thorbjørn Bechmann (1966, Copenhagen, Danimarca), Pietro Campagnoli (1994, Torino), Andrea Fiorino (1990, Siracusa), Marty Schnapf (1977, Indiana, USA) e Neill Wright (1985, Johannesburg, Sudafrica) – per la loro provenienza geografica e anagrafica così differente e sfaccettata riescono a delineare i contorni di un percorso che ha l’obiettivo di abbracciare tutti i cittadini e che, nel pensiero del curatore Domenico de Chirico «protende alla realizzazione di un luogo in cui potersi dapprima incontrare e poi confrontare così da poter quietamente riformulare e saldamente architettare una nuova e più fiorente rigenerazione urbana, a sua volta intrisa di relazioni umane, auspicabilmente gentili e sincere, che, a loro volta, si adoperano saggiamente per poter supportare appieno l’ecosostenibilità e tutto quanto può essere favorevole alla prolificazione di formazione, introspezione, interrelazioni e cultura».

È così che le pareti bianche della galleria prendono vita attraverso le pitture del danese Thorbjørn Bechmann; Erede delle pratiche legate all’action painting, le sue stratificazioni cromatiche, moltitudine eterogenea di colori, sfumature e ombre sino a raggiungere uno stadio ideale cosiddetto di “trasparenza”, si legano alle questioni della comunicazione e ad un linguaggio specificamente non rappresentativo costituito da ricordi visivi ormai sfocati. Se Bechmann usa un vocabolario a-segnico, l’americano Marty Schnapf evocano lo spazio incostante, sensuale e psicologico del sogno, del desiderio, della memoria e della premonizione. Nei suoi quadri affronta la questione dell’istante non solo così com’è ma anche per come potrebbe essere. In questo modo, il suo lavoro ammette le molteplici potenzialità della cosiddetta simultaneità. Schnapf tesse opere complesse e stratificate che suscitano un impatto psicologico immediato e in continua evoluzione;

Elementi astratti e rappresentativi coesistono in modo seducente ma minaccioso, evocando sia l’esultanza sia il terrore insiti nell’ignoto e nell’inesplorato, sono al centro delle opere di Neill Wright. Un lavoro multistrato e audace che trae ispirazione dai mondi interconnessi dei media, della cultura popolare, della politica e delle interazioni sociali, nel tentativo di creare rappresentazioni che narrino le attuali complessità e paradossi presenti all’interno della società sudafricana. Si parla ancora di possibilità comunicative del colore nelle tele di Andrea Fiorino. I suoi dipinti sono caratterizzati da una forte matericità e da linee molto marcate e definite, che conferiscono ai suoi soggetti l’evidenza e l’immediatezza di un’immagine tribale, di una maschera oceanica o di un dipinto rupestre.
A completare lo spazio, le sculture di Pietro Campagnoli che indagano la fragilità della figura umana e degli oggetti che la circondano. Veri e propri calchi, impronte ed impressioni di tutto ciò che fa parte del suo emisfero vitale, queste riproduzioni cercano di rappresentare la forma corporea la quale, privata di qualsiasi identità, diviene metafora dell’impossibilità dell’artista di accedere e comprendere i lati più profondi degli altri. Un po’ come una coperta che cerca di scapparci di mano per il richiamo del vento.