Slittamenti della performance 2, la ricognizione di Teresa Macrì sugli artisti dell’ultimo ventennio

Quali sono gli artisti più rappresentativi di questa pratica? La studiosa continua la sua ricerca su un linguaggio in continua evoluzione

Se oggi avessimo bisogno di studiare la performance contemporanea e di conoscere gli artisti che si rapportano in modo più significativo a questa pratica, ecco, senz’altro dovremmo assicurarci di avere in libreria i saggi di Teresa Macrì.

Dopo la pubblicazione del 2020 di Slittamenti della performance 1, un volume dal carattere più storicizzante, volto a coprire un arco temporale compreso tra il 1960 e il 2000 (dal corpo “perturbante” al “corpo postorganico”), esce nel 2022, edito sempre da Postmedia Books, Slittamenti della performance 2, riferito agli artisti che operano nel ventennio dei primi anni 2000.

Come si intuisce dalla continuità del titolo, si tratta di un testo che cronologicamente va a completare l’indagine di Macrì, critica d’arte, curatrice indipendente e scrittrice, che negli ultimi anni si è occupata proprio di fare una ricognizione sulle arti performative in un momento storico nel quale questa pratica sta vivendo una seconda giovinezza, sia per l’interesse da parte degli artisti, sia per l’attenzione delle istituzioni.

Se però cercate in Teresa Macrì le indagini artistiche di RoseLee Goldberg, così formative, così esaustive nell’abbracciare il contesto storico e le ragioni dell’evoluzione artistica che ha portato alla scena attuale, resterete delusi. I volumi della Macrì, e quest’ultimo in particolare, andrebbero utilizzati come un prezioso apparato di studi utile a conoscere aneddoti, progetti e ricerche che in genere in università non vengono raccontati.

A contatto con gli artisti, l’autrice interpreta in senso soggettivo quelle che sono dal suo punto di vista i lavori che meglio evocano la pratica performativa oggi. E lo fa in modo non lineare, quasi caotico, così come caotico è il nostro momento storico che accoglie personalità e obiettivi molto diversi tra loro, senza possibilità di trovare un unico filo conduttore per orientarsi meglio in un linguaggio che sta esplorando nuove possibilità di esistenza fuori dai suoi confini.

Che cosa è successo nell’ultimo ventennio? Certamente il performer si è trasformato sempre di più in un metteur en scène, in un catalizzatore di azioni che ha bisogno del suo pubblico per attivare certe dinamiche altrimenti irrisolte. Se la performance degli anni ’70 cercava se stessa, tentava di affermare le sue ragioni di esistere come medium e come alternativa a un mondo dell’arte fatto di oggetti, adesso la performance “esce – scrive Macrì – dalla sua confort zone e si proietta fuori, per convertirsi da singolarità in pluralità, escogitando imprevedibili pratiche di declinazione. […] Spesso – aggiunge Macrì – è una performance spettacolare, che si addensa alla musica, alla danza, alla moda, alla voce, alla scrittura. Talvolta è magniloquente, altre volte è silente e intimistica”.

Si comincia così un percorso narrativo che tocca artisti rappresentativi come Tino Sehgal e le sue surreali interazioni con il pubblico, o Nico Vascellari e le disturbanti atmosfere che mette in scena mescolando follia e distopia e ancora Cesare Viel, Vanessa Beecroft, Sissi, Alessio Bolzoni, Anne Imhof, Marcello Maloberti, Ragnar Kjartansson, John Bock, Francesco Arena, Enzo Umbaca, Jacopo Miliani, Jeremy Deller, Francis Alÿs, Marinella Senatore, Theaster Gates e Andreco.

Ma a che punto è oggi la performance? Quali sono le sue evoluzioni?
Alla fine del testo queste domande restano sospese ma si ha certamente la sensazione di aver compreso meglio il suo universo sconfinato fatto di interazioni e di contaminazioni tra discipline diverse che si intrecciano fino a raggiungere uno spazio ibrido di contatto.

Ecco perché la performance è il linguaggio del presente: è un campo nel quale la vita scorre e le esperienze mutano, uno spazio nel quale, in un modo o nell’altro, avvengono degli slittamenti di campo, di linguaggio, di significato. Ma è anche un campo nel quale l’artista non è più un dissidente, non è più un attore che opera ai bordi del sistema per arginare il mercato. Oggi la performance è a pieno titolo commissionabile, può essere con più facilità venduta e comprata come ogni scultura e quadro che si rispetti. Un aspetto da non sottovalutare quando si affronta l’argomento performance nelle sue molteplici sfaccettature.

Info: postmediabooks.it