Quasi nessuno ha riso ad alta voce, l’horror vacui dell’interiorità

Scoprire l’esistenza di una sorella e della sua morte, nello stesso momento. Il graphic novel d'esordio di Pastoraccia, tra verità e menzogna

«La storia parte come progetto di tesi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Il racconto si è sviluppato a partire da quattro disegni, realizzati su un quaderno di appunti, che consistevano in un corpo nudo di donna sdraiato in riva all’acqua, una palude, il volto di un uomo e uno scorcio urbano. Quindi un aneddoto familiare mi ha aiutato a dare un’identità al corpo in riva all’acqua».

Inizia così la nostra chiacchierata con Pastoraccia, alias Alessandro Pastore, che ha scritto e disegnato Quasi nessuno ha riso ad alta voce (Canicola, 144 pagine in bianco e nero, 18 euro), il suo graphic novel d’esordio in cui è custodita una storia di fantasia fondata su un episodio reale con al centro l’inerte Stefano – divorziato dalla moglie e dalla vita – che all’improvviso viene travolto da una duplice notizia: quell’esistenza di una sorella, Matilde e della morte della stessa.
La domanda è lecita: l’uomo ha davvero dimenticato di avere una sorella maggiore o finge di averla tolta dalla memoria? «Stefano è un uomo dall’indole apatica e passiva», descrive l’autore, che quindi spiega la genesi del titolo di questo volume a fumetti. «Tutto è cominciato da un dialogo con l’editore. La scelta viene dalla necessità di ricreare fin da subito un clima narrativo che restituisca immediatamente un’atmosfera. Un po’ come nei titoli dei film di Lina Wertmüller o di alcuni libri della collana “I classici del giallo”, dove l’immagine che scaturisce dalle parole suggerisce già un clima narrativo. Tra le varie proposte c’era Quasi nessuno ha riso ad alta voce. La frase proviene da uno stato emotivo di Ines, la vicina di Stefano, che in due occasioni inizia a ridere ma non per allegria bensì con un tono amaro, quasi isterico». 

Quindi Pastoraccia spiega l’importante lavoro che c’è stato dietro al graphic novel.
«La creazione del fumetto tra sviluppo e disegno è durata due anni e mezzo circa. Ha avuto diversi passaggi e soprattutto cambiamenti di rotta. All’inizio, le prime tavole disegnate erano a colori in acrilico. In parallelo ho portato avanti la parte scritta della storia fino a concentrarmi solo su quest’ultima. Quando sono tornato a disegnare ho percepito una forte distanza tra quello che avevo rappresentato e quanto volevo raccontare. Così ho avvertito l’esigenza del passaggio al bianco e nero. In fase iniziale avevo già fatto delle prove in questa direzione e quando le ho riprese in mano ho capito che era la strada giusta per creare le sensazioni visive che stavo cercando». 

L’illustratore di base a Bologna – che, come riporta la sua pagina Facebook, «ama creare storie, gadget e merchandise» – entra nello specifico della tecnica utilizzata. «Le tavole sono state disegnate a china con penna stilografica e pennelli. In fase di post produzione ho inserito in digitale i mezzi toni a cui ho aggiunto un effetto di noise, per simulare la grana delle pellicole fotografiche in bianco e nero. Prima di approcciarmi alle tavole ho preparato un corposo apparato di documentazione che tenevo attorno a me sul tavolo, tra le varie cose tre fumetti mi hanno sempre accompagnato durante quel periodo: La notte dell’alligatore di Jacques De Loustall, Mickey Mickey di Mezzo e Pirus e L’attrazione di Lucas Harari». 
Ricco di rimandi («non solo legati alla pittura, ma ai linguaggi in varie forme in generale, da quello scritto a quello video, dal teatro al fumetto», puntualizza Pastoraccia), Quasi nessuno ha riso ad alta voce è un racconto dove l’autore non ha avuto bisogno di “aggiungere”; piuttosto, ha agito per sottrazione. «Sì, sono sempre andato verso una riduzione – interviene – ma in alcuni casi non disdegno l’horror vacui. Il senso del “togliere” è un attitudine che viene in parte da due forme di educazione visiva in cui mi sono formato: la grafica pubblicitaria e la fotografia. In entrambi i casi tra le nozione fondamentali che ho acquisito c’è quello di rimanere centrati su un obiettivo che si vuole trasmettere, che sia uno stato d’animo o un messaggio. Rappresenta il punctum di Roland Barthes, critico letterario e semiologo francese: “È il momento in cui l’immagine mi guarda e agisce sulla mia memoria, agisce su di me”».

Info: www.canicola.net