Nuovo attacco al museo: il dipinto di Monet attaccato dagli attivisti di Last Generation

Dopo I Girasoli di Van Gogh, gli attivisti si fanno sentire al Museo Barberini di Potsdam con un'azione contro il quadro di Monet

Non si era ancora esaurita la polemica sull’attacco a I Girasoli di Van Gogh, avvenuto il 14 ottobre alla National Gallery, che ne arriva subito un’altra. Questa volta il museo è il Barberini di Potsdam, in Germania, il dipinto è quello del francese Monet, Il Pagliaio, e l'”arma” utilizzata non è la salsa di pomodoro ma del purè di patate.

Cambiano i dettagli, ma la scena è la stessa: un gruppo di attivisti si intrufola in un museo e attacca un’opera milionaria, lanciandogli contro del cibo. Il 14 ottobre erano gli attivisti di Just Stop Oil che protestavano contro le nuove politiche di gestione, o di non gestione, del cambiamento climatico globale, oggi sono i militanti di Last Generation.

«Le persone stanno morendo di fame, di freddo. Siamo nel pieno di una catastrofe climatica», ha urlato al pubblico l’attivista davanti all’opera imbrattata, il cui gruppo l’hanno scorso aveva organizzato uno sciopero della fame fuori dal Reichstag, a Berlino, e aveva protestato su un’autostrada tra le più trafficate del Paese, e ha poi aggiunto: «Ho paura perché la scienza ci dice che non saremo in grado di sfamare le nostre famiglie nel 2050. C’è bisogno di purè di patate su un quadro per farci ascoltare? Questo quadro non avrà alcun valore se ci troveremo a lottare per il cibo. Quando inizierete finalmente a sentire?».

L’opera da 110 milioni di dollari appartiene alla collezione del donatore e multimiliardario Hasso Plattner ed è esposta nella mostra permanente del Museo Barberini. Gli attivisti hanno avuto facile accesso all’opera e hanno semplicemente dovuto scavalcare una sorta di cordone a trenta centimetri da terra che segna il perimetro oltre il quale i visitatori non possono andare.
All’azione hanno partecipato altre due persone che hanno girato il video poi postato su Twitter, invitando i politici ad adottare misure efficaci per limitare il cambiamento climatico, e spiegando di aver deciso di fare di “questo Monet un palcoscenico” per cercare di trasmettere il proprio messaggio: «Se è necessario imbrattare un dipinto con purè di patate o zuppa di pomodoro per ricordare alla società che i combustibili fossili ci stanno uccidendo tutti, allora vi daremo purè di patate».

Ecco, sulla questione del necessario resta un grande punto di domanda. Se le intenzioni della protesta sono più che condivisibili, la modalità rischia di equivocare l’intera causa diventando una macchietta della ribellione. In più, c’è l’alta probabilità di emulazione di gesti come questo, che già si inseriscono in una lunga lista di attacchi alle opere d’arte che, come si era già detto, pone l’urgenza della questione della conservazione e tutela dei beni culturali all’interno dei circuiti museali.

«Deve ancora essere valutata l’entità degli eventuali danni», ha detto la portavoce del museo Carolin Stranz, poiché questa volta il dipinto non era protetto dal vetro, elemento di scena che ha diviso l’opinione pubblica in questi giorni, tra chi condannava aspramente l’accaduto e chi indulgeva verso gli attivisti perché “alla fine l’opera non è stata danneggiata”.

Una rivolta che rischia di rimanere confinata nel circuito del clickbait tra una rivista e l’altra, ma che manca imperdonabilmente il vero centro del bersaglio.

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