JAGO. The Rock Star, il documentario che racconta la grande mostra dell’artista a Palazzo Bonaparte

In uscita su ITsART, il film ripercorre il lavoro di JAGO che con le sue sculture iperrealiste ha conquistato il grande pubblico

Jago. The Rock Star è il titolo del documentario diretto da Giovanni Troilo e scritto da Filippo Nicosia e Marco Pisoni, un ritratto notturno della prima grande mostra dell’artista Jago. The Exhibition che uscirà in esclusiva su ITsART il 29 settembre.

Con oltre 140.000 visitatori la mostra a Palazzo Bonaparte – a cura di Maria Teresa Benedetti, prodotta e organizzata da Arthemisia con la collaborazione di Jago Art Studio – è stata un grande successo di pubblico. Il documentario offre la possibilità di scoprire le opere da un punto di vista inedito, ovvero quello dell’artista da cui scopriamo dettagli della vita e del processo creativo.

«Una cosa che non posso provare nel vedere le mie opere è l’effetto che ti fanno la prima volta – racconta Jago nel parlare durante la conferenza stampa del 23 settembre dell’esperienza vissuta durante riprese le notturne – Le ho viste un’infinità di volte. Di notte, attraverso le persone con cui abbiamo girato ho cercato di provare quelle sensazione». Nel documentario lo vediamo infatti avvicinarsi alle opere in veste di spettatore, soffermandosi a guardarle per poi raccontarle, senza tuttavia voler fornire spiegazioni sul loro significato più intimo, lasciando invece al pubblico il compito di dare interpretazioni diverse.

Tra i vari racconti e vissuti personali, l’artista rivela il rapporto ambiguo che vive con il suo lavoro: seppur l’inarrestabile interesse per lo studio e l’attualizzazione dell’opera a livello tecnico renda la scultura su cui lavora il centro assoluto della sua attenzione, una volta conclusa, il suo sguardo si sposta altrove, pronto a volgersi sul blocco di marmo seguente, come se un’opera servisse come “mezzo visionario” per arrivare a quella successiva.

Nel documentario un’atmosfera surreale avvolge le immagini in movimento che, in un gioco di luci e ombre, si confronta continuamente con l’iperrealismo delle sculture in mostra. La scelta del bianco e nero e i dinamici movimenti di macchina accompagnano lo spettatore tra gli spazi di Palazzo Bonaparte in cui Jago racconta l’esperienza che ha ispirato le sue opere più celebri, come la scultura di Papa Benedetto XVI, Habemus Homines, fino a quelle recenti dal significato sociale, Figlio velato e Pietà.

Con Apparato circolatorio, ad esempio, una serie di cuori in ceramica disposti come se fossero fotogrammi, ci ritroviamo davanti a una simulazione statica del movimento del battito cardiaco. Jago, nel mostrare la sua opera, racconta la nascita di questa intuizione: un giorno, mentre stava lavorando nel suo studio, si è accorto di quanto il suono dello scalpello contro il marmo fosse simile a quello di un cuore che batte. La voglia di trovare il modo di rendere il suo movimento attraverso la staticità della scultura è stato irresistibile e lo ha portato a ricercare nel marmo quelle stesse forme.

Il successo dell’artista è per molti controverso. Il processo creativo di Jago è stato fin da subito esposto sui social media, rendendo lo scultore un fenomeno popolare alquanto riconoscibile. Divenuto infatti noto come “The Social Artist”, attraverso dirette streaming e post su Instagram, è stato in grado di instaurare un rapporto “diretto” con un pubblico ammaliato dalla sua destrezza tecnica e dalle tematiche contemporanee di cui tratta il suo lavoro.

Fondando le radici della sua ricerca artistica nelle tecniche artistiche tradizionali, la capacità dell’opera di Jago di arrivare a un pubblico così vasto conferma il fatto che il linguaggio estetico che utilizza – l’iperrealismo e l’uso del marmo – risuoni molto bene nel diffuso gusto pop che caratterizza un pubblico eterogeneo, ancora molto legato ad antichi immaginari. Non a caso, la mostra di Jago si svolge proprio al centro di Roma, circondata da tracce di un passato che fanno ancora oggi parte di un immaginario collettivo molto forte. Eppure, l’attenzione per i dettagli del corpo, le rughe, le linee della pelle, le espressioni forti, sono elementi caratteristici dell’interesse iperrealista dello scultore che sembra invece ribellarsi alle proporzioni perfette delle statue classiche con l’utilizzo della stessa materia prima. Il marmo, un materiale tradizionale che ritroviamo ad associare spontaneamente a grandi e indiscussi artisti del passato, assume dunque una forma inedita, moderna, anche se ugualmente imponente e irraggiungibile.

Il documentario Jago. The Rock Star offre pertanto l’opportunità di ascoltare l’artista in prima persona nel suo desiderio di condividersi e raccontare una visione del mondo personale che è allo stesso tempo riconoscibile e fruibile da un ampio pubblico.

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